Il film imperdibile stasera in tv: SONG TO SONG di Terrence Malick, poi su Rai Play (sabato 18 aprile 2020)

Song to Song di Terrence Malick, Rai 3/Fuori orario, ore 0:40. Poi su RaiPlay.

Se mi chiedessero ex abrupto qual è a mio parere il maggiore regista vivente, direi: Terrence Malick. E mi perdonino Lynch, Scorsese, Herzog, Coppola, De Palma, Sokurov, Tasi Ming-liang, che pure amo di immenso amore (allungate la lista come vi piace). Eppure, e non riesco a capacitarmene, Malick è pecipitato negli appena trascorsi anni Dieci, per capirci da The Tree of Life in avanti, agli ultimi posti del gradimento cinefilo. Se gli a lui devoti come me resistono e non deflettono, gli haters del Grande Texano sono ormai legioni e a ogni suo nuovo film ecco erompere l’uffa collettivo, il ‘ma ancora ci rompe il ca**o questo qua’. Difatti a Cannes 2019 per il suo bellissimo A Hidden Life (zero premi, of course) mica si dovette sgomitare come per Tarantino, anzi alla proiezione stampa vuoti sospetti e alla fine la gran parte dei critici internaational annoiati e sbuffanti. Pensare che l’ultima mezz’ora, il cammino verso il Martirio (sì, capital letter) del protagonista è una lezione di cinema che dovrebbe essere mandata a memoria da chi, e sono una moltitudine, volesse imparare il mestiere. Mai un’inquadratura ovvia e canonica, sempre una macchina da presa (e uno sguardo) che cerca il dettaglio, il marginale, l’insignificante caricandoli di senso, evocando ciò che sta oltre, il fuoricampo, il non visibile. La summa del fare cinema malickiano, eppure che malmostosa accoglienza là sulla Croisette (certo, tutti a orgasmare per Parasite, Les Misérables e il film della Sciamma). All’uscita poi di A Hidden Life sul mercato americano disastro epico, zero incassi, critici perplessi. In attesa di poterlo vedere prima o poi, in qualche modo, anche in Italia, non si perda intanto la messa in onda – evento! – stasera/stanotte a Fuori orario di una delle opere malickiane della passata decade, naturalmente malissimo accolta come le immediatamente precedenti To the Wonder e Knight of Cups. Goffo e tronfio gli aggettivi più benevoli spesi dagli stroncatori. Ha disturbato e disturba che ancora una volta Malick punti smaccatamente al Sublime e forse ancora di più disturba che lui il Sublime riesca a raggiungerlo. Anche in questa che si presenta come un’opera minore, più raccolta e ‘minimalista’ in cui il regista sembra voler rinunciare alle sue cosmogonie, alla tessitura di grandi arazzi in cui il partcolare riflette in sé il cosmo intero, il mondo visibile come l’invisibile, in cui tutto si connette a tutto e la presenza del divino è palpabile anche là dove sembra esserci la sua assenza. Figlio della sua formazione di umanista e filosofo, Malick non rinuncia, e non se ne vergogna, a farsi le grandi domande su Vita, Amore, Bellezza, Morte, Eternità, Peccato, Redenzione e altre maiuscole della costellazione del Sublime, il che in un mondo totalmente secolarizzato come il nostro, rinchiuso nei ristretti orizzonti della materia, non è più da molto tempo tollerato. Un visionario, un mistico, uno gnostico che si lascia affascinare dalla luce e dal buio usandoli non solo per costruire immagini, ma come simboli e media per evocare le lotte eterne tra principi primi e opposti (il bene e il male). Eppure in Song to Song apparentemente si situa al livello dell’umano, del molto, troppo umano. Eppure, in questo rondò di corpi e anime che intorno a una festa musicale si attraggono, respingono, compenetrano, creano nuove geometrie per poi disfarle, in questo che si mostra allo spettatore come un gioco di pure passioni terrene, Malick costruisce ancora una volta una parabola sapienziale, trasformando i suoi personaggi e le connessioni tra loro in una sorta di sciame di corpi e corpuscoli cosmici in cui ognuno non è più solo se stesso ma altro, un segno dell’eterno fluire e divenire. Pure figure dei tarocchi (come nell’in questo senso più esplicito Knight of Cups).
A Austin, Texas (che è poi l’hometown del regista), durante un festival di musica indie – e non ho ben capito se parte della serie di eventi dell’SXSW o no – si muovono un giovane musicista in cerca dell’occasione della sua vita e di un contratto e Faye, la sua ragazza, aspirante folksinger. Di fronte a loro, un luciferino tycoon dell’industria musicale già amante-predatore di Faye, con la quale forse la storia non si è mai interrotta. L’impresario farà (o ha fatto: francamente non ricordo bene, perché nel film si viaggia su e giù nel tempo senza troppi cartelli indicatori) innamorare, condannandola alla sofferenza, un’incolpevole cameriera. Passato e presente si mescolano e alternano fluidamente, indistintamente. Faye e il musicista vanno in crisi, si lasciano, ognuno cerca altre storie, lui con una socialite assai snob, lei con una ragazza francese. Ma la ronde continua a girare, corpi e anime continueranno a attrarsi, sfiorarsi e respingersi, mentre la macchina da presa del grande Emmanuel Lubezki scivola dall’uno all’altro, insegue, cattura, si divincola, avvolge, danzando  con la musica che satura ogni momenti del film, nelle performance live o nel commemto sonoro. Anche se Song to Song è uscito nel 2017, in realtà le riprese erano cominciate già nel 2012 in contemporanea con Knight of Cup con cui divide la discesa non all’inferno ma sulla terra, nelle debolezze e nei vizi degli umani, per additare una possibile redenzione. Lo spiritualismo malickiano non viene meno neppure qui, in questa sarabanda di passioni, tradimenti, delusioni, inganni. Prendere o lasciare. Come sempre, attori famosissimi e pagatissimi che, chiamati da Malick, accettano tutto, disposti a immolarsi ull’altare del Genio. Ryan Gosling e Rooney Mara sono la coppia giovane in cerca di successo. Michael Fassbender è l’impresario onnipotente, Natalie Portman la vittima innocente, Cate Banchett la signora altoborghese. Holly Hunter è la madre di Portman. Partecipazioni speciali di Iggy Pop e di una regale Patti Smith, omaggiata come una sacerdotessa della musica americana. Come sempre in Malick, non mancano i famosi poi tagliati in sede di montaggio. Stavolta Christian Bale.

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