Un film raro e imperdibile stasera (tardi) in tv: PRIVILEGE di Peter Watkins – martedì 21 aprile 2020, tv in chiaro

Privilege di Peter Watkins (1967), Rete 4, ore 3:07. Martedì 21 aprile 2020.

Spunta a un’ora impossibile su Rete 4, e purtroppo neanche poi recuperabile sullo streaming Mediaset, uno di quei film maledetti, a lungo oscurati, entrati nella leggenda per la loro invisibilità e la travagliatissima storia. Rimesso in circolo solo una decina di anni fa in Dvd dal British Film Institute e proiettato al Torino Film Festival 2015 in una retrospettiva-bonsai dedicata al suo autore, il britannico Peter Watkins. Sicché, dopo averlo intercettato non ricordo dove né come da piccino ai tempi suoi (e miei), l’ho potuto rivedere a Torino, ed era una vita che aspettavo il fatale momento. Purtroppo nemmeno quel repêchage da parte del TFF è bastato a rilanciarlo, almeno in Italia, a suscitare un minimo di interesse nella critica vecchia o nuova, di carta o di web. Di nuovo rimosso. Pensare che Peter Watkins in quel 1967, quando il film uscì scatenando controversie nella sua patria britannica e l’indifferenza nel resto del mondo (a parte gli Stati Uniti, dove un qualche fremito di interesse venne registrato dai sismografi), era nome di primissimo piano: grazie a un paio di clamorosi titoli precedenti, quel Culloden (1964) in cui rievocava una battaglia fondamentale della storia d’Inghilterra nei modi del documentario andando a intervistare “sul campo” come in una cronaca televisiva live i personaggi dell’evento, e War Game (1965), altro colpo di maglio inflitto alla sensibilità collettiva. Mostrando ancora una volta la sua carica innovativa e derisoria rispetto ai canoni, il Watkins di War Game racconta alla maniera del cinema vérité gli effetti sulla popolazione civile di un attacco nucleare alla Gran Bretagna: finzione, scenario ipotetico, ma negli stilemi del più crudo documentarismo, arrivando a un realismo insostenibile (e anche War Game lo si è visto – in pochi – a Torino 2015).
Carico di tanta gloria iconoclasta Watkins realizza poco dopo Privilege, e stavolta la commistione tra la lingua del docu e quella della finzione è meno clamorosa, o meglio, meno evidente e più sotterranea, che negli esperimenti di Culloden e War Game. Eppure ancora una volta sconcerta i recensori. A rivederlo adesso Privilege lascia stupefatti per la sua carica anticipatoria, per lo sguardo profetico, per come intuisce, e siamo solo negli anni Sessanta, i futuri intrecci tra politica e spettacolo e l’imminente alfermazione di quella che Guy Debord chiamerà la società dello spettacolo.Film di una potenza visuale inaudita che avrebbe, pur nella sua semiclandestinità (dopo le critiche feroci e il totale insuccesso di pubblico venne tolto dalla circolazione per decenni), influenzato infinite opere successive e lavorato nell’inconscio di autori e spettatori.
Siamo in una Gran Bretagna distopica anni Settanta (il film, vale la pena ripeterlo, è del 1967) percorsa da ondate di rabbia giovane e a perenne rischio di esplosione sociale. Il governo di coalizione al potere, composta da conservatori e laburisti non più antagonisti ma alleati, mette a punto una strategia di imbrigliamento delle forze ribelli e di persuasione occulta delle masse, soprattutto giovanili, cercando di distrarle e di convogliarne energie e entusiasmi verso un innocuo oggetto del desiderio, un idolo pop-rock. Free me, urla lui alla folla adorante quando si presenta in concerto recluso in una grande gabbia, ammanettato, minacciato e torturato da loschi aguzzini. Liberatemi, urla e canta, mentre l’isteria pervade il pubblico innescando scene di fanatismo. E intanto, il concerto si trasforma in cerimonia religiosa, in martirio, tra croci ora offerte all’adorazione ora brandite. Sembra funzionare l’idolatria indotta per Steven Shorter, questo il nome della star gettata in pasto al pubblico. Fino a che il piano perfetto si incrina quando Steven, stanco di essere manipolato, finisce con l’innamorarsi di una ragazza incaricata di fargli un ritratto e col sognare un’altra vita. Non svelo di più, anche se non è certo la conclusione della storia il lato rilevante di Privilege. Che non sta solo nella prefigurazione della politica-spettacolo, ma nel furore con cui Peter Watkins rappresenta lo sbandamento/sfaldamento psichico della folla. Nel come mostra e decostruisce sotto i nostri occhi i meccanismi di seduzione e persuasione di massa, l’osceno orgasmo collettivo di fronte ai propri idoli. Per rintracciare un precedente bisogna risalire alle liturgie neonibelungiche del Trionfo della volontà di Leni Riefenstahl, con quell’infatuazione e unione sacra anzi mistica tra masse e capo. Ho trovato sul web, tra tanta roba di nessun interesse, un notevolissimo pezzo dello psicanalista e docente Enrico Pozzi su Privilege, dove si va a fondo nei nodi e grovigli che il regista ha saputo individuare e mettere sotto la lente della critica (La musica come oppio dei popoli? Il ritorno di “Privilege” di Peter Watkins). Sottoscrivo quanto dice Pozzi, anche quando individua nei riti musicali collettivi, e perfino in ogni manifestazione collettiva di piazza, qualunque ne sia l’origine, una potenziale involuzione e un potenziale rischio. Le sinistrissime atmosfere evocate da Watkins le ritroveremo puntualmente, quasi in fotocopia, di lì a qualche anno in The Wall, il musical di Alan Parker tratto dal mitologico concpt album dei Pink Floyd. E ritroveremo qualcosa di Privilege nel più recente, assai inquietante The Childhood of A Leader di Brady Corbet. Nel sito di Peter Watkins viene perfino detto che “at least one scene from Privilege appears to have been directly copied and used in Stanley Kubrick’s ‘Clockwork Orange’”, ma purtroppo non si dice quale: sarà vero? Privilege in parte era ispirato, per ammissione dello stesso regista, a un documentario di qualche anno prima che registrava la popolarità e già gli isterismi di massa per Paul Anka, Lonely Boy.
Paul Jones – farà poi parte della pop-band Manfred Mann – è l’idolo usato dal potere, ma attenzione a lei, alla ragazza di cui il protagonista si innamora: è Jean Shrimpton, modella simbolo della Swinging London prima e meglio di Twiggy. Un incanto.
E se non ce la fate a vederlo stanotte – l’ora francamente è impossibile – cercate poi di recuperare in qualche modo questo fondamentale Privilege.

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