Cinema d’autore stasera in tv: ELLE di Paul Verhoeven e SWIMMING POOL di François Ozon (anche su RaiPlay) – merc. 22 aprile 2020

Elle di Paul Verhoeven, Rai Movie, ore 23:40. Anche su RaiPlay.

Verhoeven e Huppert sul set

Ripropongo, con qualche aggiornamento la recensione che ho scritto dopo la proiezione di Elle a Cannes 2016.
Massimo rispetto per Paul Verhoeven, classe 1938, che torna, a dieci anni dal suo bellissimo Black Book, con il primo film della sua carriera girato in francese, ed è un gran risultato. Il film di un maestro che non si può discutere. Non c’è mai un cedimento in Elle, c’è invece una voglia inesasuta di fare cinema e di farlo bene, al più alto grado possibile. Che lezione, signori. Di autori così oggi non se ne fan più. Intendo: così cinici, così lucidamente consapevoli del male e di quella povera cosa chiamata uomo (e donna). Così disincantati, così dandysticamente freddi e distaccati. Ma ve lo imaginate un millennial alle prese con una storia come questa, con un personaggio al limite del demoniaco (e che non è un horror, ma è vita) come la Michèle interpretata da Isabelle Huppert?
Una storia nera e perversa piena di ambiguità e ombre, con un che di buñueliano, di piccoli sordidi segreti borghesi nascosti sotto il tappeto e di pulsioni così potenti da scardinare ogni freno morale e ogni controllo razionale. C’è la violenza, c’è il sangue, c’è il mostruoso, c’è quel senso tutto fiammingo del sordido che sono elementi squisitamente à la Verhoeven, mescolati e reimpastati in chiave di thriller-noir, ma soprattutto, e inaspettatamente, di black comedy. Con una protagonista ripetutamente stuprata da un uomo mascherato che penetra in casa sua e la aggredisce, eppure tutto il racconto è mantenuto sul tono della commedia cinica, e a pochi altri autori una simile acrobatica impresa oggi sarebbe possibile. Tratto da un noir di Philippe Djian, sul quale però immagino lo sceneggiatore David Birke sia intervenuto parecchio, specie nello svoltare in commedia il racconto. Dunque: Michèle LeBlanc è un’imprenditrice stronzissima, la boss di una factory di ragazzi e ragazzini che per lei creano videogames di successo. Videogames che lei vuole duri, tosti, sanguinolenti, sporcaccioneschi, perversi. Sex & violence. Come quello che tra molte discussioni stanno mettendo a punto, con un mostro tentacolare che violenta una ragazza. Dura e temprata, Michèle. Separata dal marito che la tradiva, amante del marito della sua migliore amica nonché sua collaboratrice in azienda. Quel che vuole se lo prende, Michèle. La nemesi è suo figlio, un ragazzone buono, e buono a nulla, che s’è messo con una stronzetta da cui sta per avere un figlio.
Ecco, in questo scenario di benessere irrompe l’imprevisto, ed è un’irruzione vera, con vetri infranti, allorché un misterioso aggressore bardato come Fantomas o Diabolik entra in casa di Michèle e la stupra. Non fa una piega, la tosta signora. Mica vorrete che si mette a piagnucolare, lei che comanda col pugno di ferro quella banda di ragazzi che la odiano compatti, tranne uno. Lei che si ritrova con una madre ultraottantenne che s’è messa in casa un gigolo. Lei che sa che la vita è quella che è, e gli uomini (e le donne) pure peggio.
Tornerà, l’aggressore, e lei cercherà di scoprirne l’identità, conducendo una sua privatissima indagine. Perché anche Michèle non ne vuole saper della polizia, esattamente coma la protagonista aggredita del film di Asghar Farhadi Il cliente, presentato pochi giorni prima di Elle a Cannes. Però, verhoevenianamente, perversamente, Michèle è anche attratta dal suo violentatore. Intanto si incapriccia del vicino, sposato a una proba ragazza cattolica, spiandolo col binocolo e masturbandosi (mentre lui porta in giardino le statue del presepe!). E sembra una replica di certi indimenticabili momenti di La pianista di Haneke. Solo l’algida Huppert può reggere una parte del genere, in mano a un’altra attrice il film si sbriciolerebbe. Elle è lei, costruito su e intorno a lei. Non fa una piega, mai, neanche quando deve raccontare la sua infanzia di figlia di un serial killer di bambini. Quando si ritroverà davanti e addosso, il suo aggressore riuscirà a strappargli la maschera, e allora le cose prenderanno una piega imprevista e pure assai pericolosa, ma volete che Michèle soccombe?
Momenti fantastici, come quando cerca di convincere il tonto rampollo che il figlio avuto dalla stronzetta mica è suo, mica può esserlo, vista la pelle così scura e africaneggiante. Si ride e si resta ammirati dal consapevole teatro della crudeltà approntato da Paul Verhoeven con la complicità totale di Isabelle Huppert. Alla quale dovrebbe essere dato subito il premio di migliore attrice, e invece a Cannes le hsnno preferito una csonosciuta attrice filippina protagonista di Ma’ Rosa. Per fortuna si è poi rifatta con una serie impressionante di premi, dall’Efa al César al Golden Globe. L’Oscar no, le han dato la nomination che, viste le tendenze autarchiche dell’Academy, è già un miracolo. Occhio a Laurent Lafitte, il vicino bòno e concupito: è stato anche il presentatore della serata finale di Cannes 69. Da noi sconosciuto, in Francia è una star.

Swimming Pool di François Ozon, Rai Movie, ore 1:50. Anche su RaiPlay.
Sono un estimatore di François Ozon, lo ritengo tra i migliori talenti registici della generazione dei quaranta e qualcosa, lucido come pochi nel rifare i genere e rivoltarli, in un gioco citazionista, in un manierismo che è amore per il cinema e, anche, amore per i labirinti, i giochi di specchi, i virtuosismi e le macchinerie narrative. Un autore di immenso eclettismo, capace di passare dal mélo fassbinderiano (Gocce d’acqua su pietre roventi) al disadorno cronachismo alla Dardenne (Il rifugio). In questo notevole Swimming Pool del 2003 sembra inizialmente addentrarsi in un mystery alla Agatha Christie con venature hitchockiane, per poi virare sulla dialettica realtà-rappresentazione, sullo scambio tra vero, verosimile e finzione, sull’arte come imitazione della vita e la vita come imitazione dell’arte. Sarah Morton, una scrittrice inglese di polizieschi cui una formidabile Charlotte Rampling conferisce una dandistica, elegante, mascolina sciatteria un po’ Agatha Christie e molto, moltissimo Patricia Highsmith, si insedia nella villa di campagna in Francia del suo editore per scrivere il nuovo romanzo. È in crisi di ispirazione, il foglio resta bianco e vuoto. A scuoterla dal torpore arriverà Julie (Ludivine Sagnier, attrice ozoniana per eccellenza), la figlia dell’editore, una ragazzina che è un tornado di sesso, ribellismi, voglie, e che finirà con lo scuotere la quieta vita in villa. Spiandola, facendosi raccontare i dettagli dei suoi amori, amanti, avventure e altri sporcaccionismi, Sarah ne trae espirazione e linfa per il romanzo che finalmente comincia a prendere forma. Seduzioni e fascinazioni criptolesbiche, vampirismi (ma chi vampirizza chi?). Non è che l’inizio di una partita molto complicata, con rovesciamenti, colpi di scena, depistaggi, inganni, giochi di maschere. Invidie e rivalità femminile cìhe insanguineranno la piscina del titolo. L’eterno tema narrativo dello scrittore e dei suoi personaggi che si autonomizzano e pretendono di farsi vita e carne. Solo che Ozon ha l’accortezza di servirci il tutto in chiave gialla, tenendoci appesi fino alla gran rivelazione finale. Un tema, quello dell’autore e delle sue creature di carta che si fanno carne, rispuntato un anno e mezzo fa anche nel film indie americano Ruby Sparks, parecchio deludente e inferiore alle aspettative.

Questa voce è stata pubblicata in Container e contrassegnata con , , , , , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.