Il film imperdibile stasera in tv: BABY DRIVER – IL GENIO DELLA FUGA di Edgar Wright (giov. 23 aprile 2020, tv in chiaro)

Baby Driver – Il genio della fuga di Edgar Wrught (2017). Rai 3, ore 21:10, giovedì 23 aprile 2020.
Visto retrospettivamente, questo film di neanche tre anni fa ci appare sempre più importante, sorta di manifesto (al di là delle intenzioni del suo autore) del cinema nuovo giovanottesco anzi del cinema nuovo tout-court. Di sicuro tra i titoli che hanno segnato la decade appena trascorsa. Caper o heist movie di quelli di velocità, con le fughe in macchina quale momento strategico del furto/rapina (The Italian Job, per stare a un archetipo), più coming-of-age, più romance (la storia tra il ragazzo protagonista e una cameriera è ad alto tasso di sentimentalità e non è puro ornamentoo dogressione, ma uno dei motori narrativi di tutta l’operazione), più noir del sottogenere brav’uomo o bravo ragazzo di animo puro coinvolto in loschi giochi criminali malgré lui, ansioso di uscire dal giro ma impossibilitato a farlo da forze più grandi di lui. Baby Driver è, iper modernamente, l’assemblaggio di tutti questi modelli (non solo) cinematografici, la loro fusione, l’amalgama in un flusso dove fatichi, tanto la compenetrazione è totale, a distinguere oramai i singoli pezzi e i singoli riferimenti a tanto cinema trascorso e appassionatamemte atttraversato citato omaggiato.
Di perfettamente contemporaneo Baby Driver ha segni inconfondibili. L’abbattimento definitivo della dicotomia tra alto e basso, tra cinema autoriale e di genere, dato di fatto ormai consolidato e perfino scontato, ma che qui raggiunge l’autoevidenza dell’assoluto naturale. E poi, il massimo del genere con però un senso della stilizzazione inaudito, colori usati come segnaletica di caratteri, psicologie e funzioni narrative (e una tavolozza che per i suoi colori ipersaturi sembra quella di Wes Anderson, ma più sfacciata, più pop), cinema come fumetto e fimetto come cinema, ogni barriera di confine tra immagini in movimento e musica divelta, con il sound design che si fa narrazione e i movimenti di personaggi e mdp sintonizzati sulla musica, obbligati a seguirne il ritmo. L’adolescente Baby ha il talento quasi genetico della guida, nessuno come lui sa guizzare nel traffico, superare in velocitù ogni ostacolo, seminare gli inseguitori. Vivendo con un padre (putativo) disabile deve assai arrangiarsi per campare e dunque piegarsi a un losco figure di nome Doc (Kevin Spacey alla sua ultima grande performance prima della catastrofe degli scandali sessuali) che lo tiene in pugno per via di certi debiti pregressi. Mente di rapine in serie, alla testa di una banda di spietatissimi, Doc ingaggia Baby – uno di quegli inviti che non si possono rifiutare – come driver della sua azienda criminale. Tutto sembra procedere al meglio, con Baby imbattibile alla guida del dopo-rapina, sorta di automa che, isolandosi dal mondo con la musica sparata dalle cuffie, raggiunge una soglia di infallibilità quasi oltreumana. Ma, come insegnano tutti i noir, imprevisti e problemi arriveranno. Con Baby che, innamorato della sua cameriera, precipita nell’umano mettendo a rischio quella non-umanità robotica che lo distingueva. Con Pazzo, uno svalvolato pure violento che non ce la fa a stare alla disciplina imposta alla banda da Doc e rischia di rovinare tutto con i suoi deragliamenti. Mentre Baby cercherà di farla finita con quella vita, stufo di essere ricattato e usato, comincerà all’interno della banda la resa dei conti.
Sinfonia del massacro con la musica – diegetica o extradiegetica – a indirizzare la sarabanda, abbagliante bellezza neofuturista delle automobili-bolidi, ebbrezza della velocità, orgasmo della caccia e della fuga spericolata come nel precedente Drive di Nicolas Winding Refn. Apoteosi della macchina cinema e del cinema come macchineria che sovrasta e ingloba i personaggi, salvo poi rischiare la rottura e l’ingorgo funzionale quando il fattore umano si imporrà sulla macchina. Uno dei pochi titoli che negli ultimi anni abbiano messo d’accordo critici e pubblico, che soprattutto sul mercato anglofono ha decretato a Baby Driver un successo probabilmente inaspettato per lo stesso autore. Che è poi il britannico Edgar Wright, leva 1974, regista di La fine del mondo e del flop di gran culto Scott Pilgrim vs. The World, e qui al suo apice, alla piena maturità (lo si è anche visto qualche anno fa in giuria a Venezia). Ansel Elgort, figlio del fotografo di moda Arthur, è il perfetto protagonista-ragazzo, Lily James – un incanto – è la ragazza, di Kevin Spacey si è detto. Mentre Jamie Foxx è Pazzo e Jon ‘Mad Men’ Hamm è un altro pezzo pazzo della banda. Wikipedia, ma sarà vero?, ci dice che Wright sta preparando un thriller psicologico ispirato a Repulsion e A Venezia… un dicembre rosso shocking. Non vedo l’ora.

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