Film stasera in tv: PAVAROTTI di Ron Howard (ven. 24 aprile 2020)

Pavarotti, un docufilm di Ron Howard (2019). Rai 1, ore 21:25, venerdì 24 aprile 2020.Poi anche su RaiPlay.

Arriva su Rai 1, la più istituzionale delle reti , oltretutto in prime time, questo docufilm assai ben fatto su ‘Big’ Luciano. Pavarotti, naturalmente. Sorta di biografia ufficiale con l’avallo e l’imprimatur di chi gli è stato vicino in vita. E ci arriva, sulla tv generalista, dopo essere uscito in tutto il mondo e da noi per tre giorni in sala con distribuzione Nexo. Un lavoro d’alto artigianato, ricco di materiali editi e inediti e di informazioni, con la firma di Ron Howard, l’autore di un’infinità di successi mainstream (Cocoon, Apollo 13, Il codice Da Vinci), però mai scemi, mai banali, uno dei signori che meglio hanno saputo maneggiare e guidare la macchina-spettacolo hollywoodiana nelle recenti decadi (con Spielberg, forse Zemeckis, qualcun altro). Però, neanche così strano che sia stato lui, probabilmente su scelta o quantomeno con l’approvazione della famiglia (delle famiglie) Pavarotti, a mettersi alla testa di questo progetto, avendo già alle spalle un docu su un altro fenomeno musicale, benché di altro tipo, The Beatles: Eight Days a Week.
Del resto il suo approccio alla figura di Pavarotti, più che l’indagine degli aspetti squisitamente operistici (per quello bisognerà aspettare un altro film, altre biografie e studi e analisi), privilegia la superstar globale, il come un ragazzo di Modena sia diventato grazie a una voce inarrivabile ma anche ad altre per niente scontate qualità, più di un cantante d’opera, il simbolo e l’incarnazione stessa agli occhi del mondo dell’Opera, in primis italiana. Persona e personaggio bigger than life, e non solo per la formidabile fisicità.
Non ci si aspetti una rilettura critica della parabola di Pavarotti. Il film di Howard, anche se evita l’agiografia più smaccata, resta pur sempre nel solco della (inevitabile?) devozione, con tanto di imprimatur si immagina degli eredi. E però bisogna riconoscere al regista la volontà di tendere al massimo la forma dell’agiografia beatificante fino a farla (quasi) deflagrare, non tacendo certi aspetti soprattutto privati. Intervengono tra gli altri le sue due moglie, la prima, Adua Veroni, con le tre figlie, la seconda, Nicoletta Mantovani, ognuna apportando il proprio contributo e il proprio punto di vista alla narrazione di Luciano. Ed è pure presente, e preziosa, la testimonianza di Madelyn Renee, cantante, assistente di Pavarotti, a lui legata per qualche tempo. Il riunire nello stesso film le voci delle sue donne è un altro miracolo, benché post mortem, di Big Luciano, una delle sue tante imprese impossibili eppure riuscite. Perché se questo film è la ricostruzione della carriera di una voce vertiginosa, è anche la storia di un ragazzo che di volta in volta ha saputo rischiare, sfidare sé stesso e andare sempre oltre il destino assegnato. Si resta incantanti, come no, dall’abbondante e a volte meraviglioso footage in cui lo vediamo esibirsi, dagli esordi ai concerti trasmessi live worlwide. Ma a colpirci è la sua innata capacità, il fiuto, il senso delle scelte giuste e audaci. Pavarotti intuisce, dopo un tour nella provincia profonda americana, che per fare il salto deve cambiare agente, manager, in qualche misura ‘americanizzarsi’ e lo fa, nel solco delle popstar e rockstar. Capirà quanto sia fondamentale il ruolo dei media, venderà la sua voce e la sua italianità e la sua bonomia di emiliano vero (la bonomia è solo emiliana, si sa: Pavarotti era di Modena) ai consumatori di tutto il mondo tenendo testa brillantemente – in  inglese! – agli interlocutori nei talk e negli show televisivi. La metamorfosi a star si compie definitivamente con il primo concerto, il fondativo, dei Tre tenori, lui, José Carreras e Placido Domindo, a Roma alla Terme di Caracalla la vigilia della finalissima dei Mondiali di calcio 1990. Nessuno si aspettava quello che sarebbe successo, la nascita di un fenomeno planetario. Dei tre a diventare il frontman e il simbolo sarà Pavarotti. Il quale, ormai icona pop, stringerà un’allenza con il rock nella persona di Bono degli U2, con  cui darà inizio a una collaborazione che culminerà in un concerto a Sarajevo durante l’assedio, in my opinion l’apice della Pavarotti Story. Il film è saturo di musica, di storie, personaggi, testimoni. Pur con qualche eccesso zuccherino, resta un omaggio sincero che ce la fa a andare oltre la mera devozione. Pavarotti se n’è andato nel 2007, questo film serve anche a dirci che la sua voce è ancora qui.

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