Un film indispensabile stasera (tardi) in tv: DALLA NUBE ALLA RESISTENZA di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet (sabato 25 aprile 2020)

Dalla nube alla Resistenza di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet (1979), Rai 3/Fuori orario, ore 2:00. Poi su RaiPlay.
Incastonato – come in una pala d’altare – al centro del trittico resistenziale in onda nel Fuori orario di stanotte (gli altri film sono Guardiamoli negli occhi di Erik Negro e Barbara Elese alle 0.45 e Nascita di una formazione partigiana di Ermanno Olmi alle 3:45), Dalla nube alla Resistenza – però che titolo meraviglioso – resta uno dei vertici dell’opera di Jean-Marie Straub e Danièle Huillet. Anche uno dei più citati e ricordati. Cinema il loro dell’intransigenza, del rigore, della resistenza alla corrività, al piacionismo, alla medietà, al mainstream. Cinema della modernità essenziale, della pulizia delle forme rispetto al rococò e ai ghirigori della tradizione polverosa. Cinema militante, ma che mai sarebbe stato di gradimento per la sua ostinata aristocraticità ai signori delle rivoluzioni noventesche. Cinema che rifiuta l’orpello e l’ornamento e ogni compiacimento come una colpa imperdonabile, un peccato. Mi è sempre parso di vedere in Straub-Huillet un che di calvinista, di distacco dalle pompe mondane, dai piaceri. Cinema come rinuncia alla carne, all’immediato godimento, come ascesi e purificazione. Sempre dileggiato sguaiatamente, Straub, dai nemici del cinema impervio per cui esistono solo l’intrattenimento e la messa in mora di ogni pensiero, quale incarnazione dell’alto-autorialismo più indigesto e ‘palloso’. Adorato invece, e per le stesse ragioni, da chi al cinema guarda come avventura del pensiero, perfino come esperienza mistica, iniziatica, fuori da sé. Tanto da essere diventato uno degli autori-manifesto di quel santuario della cinefilia che è Fuori Orario su Rai 3, il quale anche stanotte lo (ri)propone fregiandosene cone di un segno araldico di superiore nobiltà.Film diviso in due parti, entrambe debitrici a Cesare Pavese (“il Bertolt Brecht italiano”: così disse Straub). Nella prima si mettono in scena con le consuete austerità e povertà di mezzi e nitore di sguardo, in un rossellinismo portato al limite estremo, alcuni dei pavesiani Dialoghi con Leucò, compreso La Nube, dove figure della mitologia classica e della Grecia antica disquisiscono di temi come il potere e il rapporto di servaggio tra uomini e dei. Nella seconda Straub-Huillet si ispirano invece a La luna e i falò, con il personaggio detto Bastardo che a guerra finita torna nel suo paese delle Langhe dopo un lungo esilio. Sarà dal suo incontro con l’artigiano-musicista Nuto che emergeranno ricordi e racconti della Resistenza contro fascisti e tedeschi. Sono anche, in purezza, i due poli del cinema straub-huillettiano, la fascinazione per il mito e la classicità riproposti-rappresentati secondo una fissità ieratica senza però la minima enfasi, e l’engagement, la militanza contro il potere e la sopraffazione. Bisogna tornare ogni tanto a Straub per disintossicarsi da tanto cinema, magari anche bello o perfino meraviglioso, ma troppo ricco, opulento, sgargiante, pesante. Come in un ritiro spirituale dopo aver esagerato in crapule e altri vizi.
A questo link un’imperdibile raccolta di commenti al film, tra cui quelli di Alberto Moravia e Serge Daney.

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