Un film-evento stasera in tv: BLADE RUNNER 2049 di Denis Villeneuve (dom. 26 aprile 2020)

Blade Runner 2049 di Denis Villeneuve, Rai 3, ore 21:20.  Domenica 26 aprile 2020. Prima tv.
Arriva sulla tv generalista quello che è stato uno dei film più attesi degli anni Dieci. Non il remake, ma il sequel 35 anni dopo di Blade Runner, film di cui non occorre spiegare lo status di culto (in my opinion non così giustificato. Ma i culti nascono da passioni, dall’irrazionale individuale e collettivo, resistono a ogni tentativo di rinchiuderli in una gabbia esplicativa): sequel in cui Ridley Scott compare come produttore ma che alla regia vede il québecois Denis Villeneuve, oramai tra i nomi più influenti del cinema-spettacolo con pensieri e idee. Uscito nell’autunno 2017, e sembra ieri, non è stato il trionfo atteso al box office, diciamo pure un lussuoso fallimento benché assai bene accolto dai recensori americani e europei (con le immancabili eccezioni, ovvio). Per quanto mi riguarda, mi colloco tra i delusi – io che pure amo Villeneuve dai tempi del suo capolavorissimo giovanile Incendies -, anche se non sono mai riuscito a mettere a fuoco le ragioni del mio disagio di fronte a questa operazione per tanti versi ammirevole. Che poi è il motivo per cui non ho mai scritto una recensione di Blade Runner 2049, mille volte cominciata, sempre abbandonata, mai conclusa.
Eccomi qui adesso, in occasione della messa in onda di Rai 3, a farci i conti. Devo dire di non essere mai stato un cultore nemmeno del Blade Runner originario, pur apprezzandone la visualità e le sinistre atmosfere futuribili (ma quel futuro è il nostro oggi, il nostro qui e ora?). Non ho mai trovato granché appassionante quel dilemma ‘siamo umani o replicanti?’ che lo percorreva sottotraccia e mi ha sempre comunicato un senso di cattiva filosofia pop, di alti pensieri e alte questioni bignamizzate per il consumo (sotto)culturale di massa. Troppo pososo e compreso di sé, il BD di Scott. Limite che ho trovato anche in questo sequel e che nemmeno la messinscena altamente ispirata e partecipe di Villeneuve è riuscita a velare. Viva la sci-fi che ci pone domande, mina le certezze, inocula sani dubbi, mi riferisco a capisaldi del genere e del cinema tutto come Odissea nello spazio e Solaris (e Stalker) di Tarkovsky. Ma, si sa, il sublime è sembre sospeso sopra l’abisso del kitsch, e basta una mossa sbagliata, anche solo il suono stridulo di un dialogo imperfetto, a farlo precipitare. BR 2049 m’è parso kitsch nella sua magniloquente e compunta filosofia, nel suo farsi ancora e sempre seriosamente e fastidiosamente quella domanda ‘siamo umani o replicanti?’ che stavolta va perfino a investire la stessa identità del protagonista.
Ovvero Ryan Goslin il quale, come l’Harrison Ford di allora, di mestiere fa il cacciatore di replicanti. L’agente K, questa la sua sigla e il riferimento kafkiano immagino non sia per niente casuale,  è incaricato di stanare e distruggere quel che resta dei replicanti di allora, considerati una minaccia pubblica in quanto di vecchio tipo, non normalizzato, non addomesticato, come invece quelli ‘collaborativi’ di nuova produzione. Parte la ricerca di K che sarà, come nella più nobile sci-fi (fino al recente, bellissimo e maltrattato Ad Astra di James Gray), anche viaggio dentro di sé, nella propria identità profonda. Cacciando e braccando, K si inoltrerà in segreti che scoprirà essere costitutivi della sua carne e del suo sangue. Nel suo lato più intimo e esistenziale Blade Runner 2049 riesce a convincere, quando Villeneuve con le sue inquadrature contemplative, con i lenti e sinuosi movimenti di macchina disegna paesaggi che sono proiezioni dell’anima, un fuori da sé che non è altro che la continuazione del mondo interiore. Se si lasciano stare le lagne e le considerazioni pensose che tanta parte hanno nel film, allora se ne scoprirà un altro sotto e a lato che è un puro trip – per tornare a un linguaggio desueto -, una visione e allucinazione dove Villenueve dà il suo meglio creando paesaggi mentali e prerazionali prodigiosi (con l’aiuto determinante di quel signor mago della fotografia che è Roger Deakins). Come la città futura, mostro urbano di ologrammi, architetture disumane e postumane, luci a esorcizzare il terrore del buio, della notte. Mentre la fissità e la (voluta?) inespressività da samurai di Ryan Gosling diventano il medium neutro, atonale, anestetizzato per condurci senza allamarci troppo dentro l’inconscio, nostro e collettivo.

(Mi sono reso conto scrivendone che forse dovrei rivederlo e ricalibrare il mio giudizio di allora).

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