Un film speciale stasera in tv: ÇA IRA – IL FIUME DELLA RIVOLTA di Tinto Brass (Cine34, merc. 6 maggio 2020)

Ça Ira – Il fiume della rivolta di Tinto Brass (1964), Cine34, ore 0:55. Il film completo su YouTube. Mercoledì 6 maggio 2020.
Uno di quei film sommersi, rimossi, dimenticati, poi riemersi casualmente, per via di un dvd messo in circolazione, di un restauro, di un recupero festivaliero, di una resipiscenza critica. Si è sempre creduto che il primo film di Tinto Brass fosse Chi lavora è perduto. Il signor Tinto in un’intervista insieme smentisce e conferma. Spiegandoci come il suo esordio da regista sarebbe dovuto essere questo documentario sui grandi avvenimenti del Novecento, dalla rivoluzione bolscevica fino a quella castrista, e in mezzo di ogni di più, con preferenza e prevalenza degli eventi più sanguinosi o che più mobilitarono le masse. La proposta di Brass – e del suo sodale nell’impresa, il leggendario editor Kim Arcalli – viene fatta a Moris Ergas, allora produttore di rispetto del nostro cinema (Il generale Della Rovere tra gli altri), uomo dal passato complicato (ebreo di Salonicco fuggito in Montenegro e da lì poi deportato in Italia). Ergas accetta: cosa non succedeva allora nel cinema italiano, oggi chi mai metterebbe un euro su un progetto del genere? Allora: Ergas dice sì, ma Brass e Arcalli faticano parecchio a rastrellare negli archivi di mezza Europa, compresi quelli dei paesi nell’orbita societica – e soprattutto a farsi mandare – i materiali visivi necessari a ricostruire un arco così ampio di storia. La lavorazione si dilata a dismisura, tanto che Brass per riempire i tempi morti decide di girare un film di narrazione, ed ecco Chi lavora è perduto, gran successo presso i critici, nascita di un autore tra i meno allineati e omologati del nostro cinema. Ça Ira – dall’inno di rivolta più incazzato della Rivoluzione francese, altro che Marsigliese – verrà alla luce subito dopo e, nonostante la sua anteprima alla mostra di Venezia, non avrà l’esito sperato. Spesso addirittura dimenticato e obliterato dalle filmografie di Brass. Che qui, come in tutta la prima fase della sua carriera, svela un volto più di ribelle anarco-esistenziale che di fedele alle ortodossie comuniste e socialiste, con una propensione per la parabole individuali o collettive di rivolta ‘senza causa’. Senza, almeno, una causa con vidimazione ideologica. A vederlo oggi (è disponibile sul canale YouTube di Film & Clips) Ça Ira appare rozzo e sbrigativo e senza troppe sfumature, dunque implausibile e insopportabile come ricostruzione politica e analisi sociale (ha più a che fare nella sua sommarietà con il cinema di propaganda che con il documentarismo storiografco), ma imbevuto di umori densi e forti, di un’intensità, di un furore che lo rendono un corpo filmico di straordinaria eloquenza e espressività. Grandissime immagini d’archivio, non tutte così viste, montate a un ritmo arrembante e vertiginoso, con perfino un plagio-omaggio-citazione alla Corazzata Potemkin quando ci viene mostrato l’esercito zarista calpestare la folla con stacco sul primo piano di un bambino perso e piangente (o è addirittura un’estrapolazione da Eisenstein? Dovrei verificare).  Commenti musicali (da Edith Piaf alla Edmonda Aldini delle canzoni popolari di protesta e alla Brecht) e voci fuori campo (di Enrico Maria Salerno, Tino Buazzelli, Sandra Milo, allora compagna di Moris Ergas) che scandiscono le immagini senza troppo sovrastarle e addomesticarle. Moti di piazza, repressioni, massacri, ascese e cadute di leader, crisi economiche, guerre. Si comincia con la Rivoluzione d’ottobre vista con molta simpatia, si passa al primo dopoguerra con le rivolte spartachiste in Germania e la repubblica comunista di Bela Kuhn in Ungheria. E poi l’ascesa del fascismo, la grande depressione post-1929, la presa di potere di Hitler. La seconda guerra mondiale, le bombe su Hiroshima e Nagasaki, Gandhi e l’indipendenza dell’India. Di sicuro questo torrentizio film che oggi appare ultrasaturo di corpi in movimento, immagini convulse, filmati di una brutalità quasi insostenibile, non annoia mai e si pone come un modello di documentarismo ancora capace di parlare al suo pubblico, di scuoterlo, di colpirlo al cuore e alle viscere. Momento cultistico: Sandra Milo che legge (fuori campo) una lettera dal carcere di Rosa Luxemburg prima della brutale esecuzione. Sceneggiatura di un altro spirito anarchico e non facilmente riducibile a una qualsivoglia ortodosssia politica come Giancarlo Fusco. Perfino una poesia di Paul Eluard letta par lui mȇme. Certo, a sentire in colonna sonora la voce della grandissima Edmonda Aldini vien da chiedersi: ma perché nessuna la va stanare? perché nessuno racconta la sua carriera? possibile che nessuno ricordi quanto ha fatto in cinema, teatro, tv? Vedendo Ça Ira si fatica a immaginare il Tinto Brass futuro sacerdote dei riti erotici del nostro cinema e estimatore feticista del lato B. Eppure, a ben guardare, in questo docu c’è un approccio alla Storia furente, istintuale, passionale, corporale già pienamente brassiano.

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