Recensione: MAGARI, un film di Ginevra Elkann. Vacanze con il padre

C’era da aspettarselo. Subito dopo l’annuncio che Magari, il primo lungo da regista di Ginevra Elkann, sarebbe stato visibile su RaiPlay – uno dei tanti titoli costretti a saltare l’uscita in sala in questo tempo di Sars-Cov-2 – ecco che s’è scatenato il solito livore di massa, anzi odio proprio. Con bersaglio la signora Ginevra Elkann accusata di essere in quanto Agnelli, una privilegiata, un esempio in purezza del corrotto familismo di questo paese che innalza i soliti noti e punisce i meritevoli, una figlia e nipote di che “se fosse per le sue capacità e non per il nome altro che un film, manco la portinaia le farebbero fare” Un linciaggio (da Lynch, non il regista però). I social al loro peggio, spurgo di ogni frustrazione, cloaca di malumori e sentimenti ignobili. E invece, scusate, guardarsi Magari per quello che è e giudicarlo senza pregiudizi?  Certo non è stata una grande idea quella di Repubblica, testata da un po’ di proprietà (semplificando molto la catena di società e accomandite e quant’altro) del John Elkann fratello dell’autrice , di lanciare lapporodo del film su RaiPlay publicando un pezzo assai favorevole. Una caduta di stile che però non deve fare velo al (nostro, vostro) giudizio critico. L’ambivalenza verso il film – da una parte fastidio e livore per il supposto privilegio concesso, ma da chi poi?, alla regista, dall’altra la curiosità di vedere una Agnelli al lavoro magari a rivelarci un qulcosa da di dentro della dinastia come aveva fatto a prozia Susanna con Vestivamo alla marinara – si era rivelata subito lo scorso agosto a Locarno, quando Magari fu scelto per l’apertura del festival edizione numero 72. Anche lì si sprecarono le indignazioni, “è uno scandalo”, ma si era in Svizzera, in un posto come Locarno da decenni anzi secoli aduso all’internazionalità, al cosmpolitismo, alla sfilata di gente famosa (pure Bakunin), quindi non si esagerò. Ora, come ho scritto a Locarno nella recensione che qui ripubblico, che si guardi all’opera prima di Ginevra Elkann con occhi neutrali, sanamente critici, senza cadere negli estremismi opposti e oscuramente convergenti del servo encomio e del solito odio antiborghese. Buona lettura.Magari di Ginevra Elkann. Con Riccardo Scamarcio, Alba Rohrwacher, Céline Sallette, Milo Roussel, Ettore Giustiniani, Oro De Commarque, Florinda Bolkan. Adesso su RaiPlay. Recensione scritta l’8 agosto 2019 dopo la proiezione al Festival di Locarno.
Apertura di Locarno 72 con il primo lungometraggio da regista di Ginevra Elkann. Sì, la sorella di John e Lapo, la figlia di Margherita Agnelli e Alain Elkann. La quale racconta di una vacanza d’inverno a Sabaudia di tre fratelli con il padre separato da mamma. Autobiografico? Se mai qui siamo in quel territorio nebuloso detto autofiction. “Il film nasce dalla mia vita, la base è il divorzio dei miei genitori quand’ero piccola” ha detto l’autrice a Variety. Un film garbato, bien fait, che si lascia guardare volentieri. Con la coppia Scamarcio-Rohrwacher e tre attori-ragazzi assai ben scelti e diretti. Voto 6 e mezzo
Gliel’han chiesto tutti, da Variety che l’ha intervistata a Piera Detassis moderatrice della conf. stampa dopo il pres screening: scusi, signora Elkann, il suo film è autobiografico? E quanto? Del resto, la domanda che tutti qui a Locarno avrebbero voluto fare all’autrice esordiente di Magari, me compreso. Risposta (a Variety) di Ginevra Elkann: “Penso che il film nasca (stems) dalla mia vita. La base è il divorzio dei miei genitori quand’ero piccola. Questo sentimento che risuona lungo tutto il film è davvero qualcosa che mi è appartenuto da bambina”.
Certo si sperava entrasse in qualche dettaglio in più, magari in un Vestivamo alla marinara della penultima generazione Agnelli, ma non è così, siamo se mai in quel territorio indefinito e nebuloso chiamto autofiction. Se mai. Accontentiamoci, va bene così, del resto da queste parti si scrive di cinema, mica d’altro, giusto? Quanto alla discesa in campo come regista: “Già a quattordici anni sognavo di girare film, ci sono riuscita adesso che ne ho quasi quaranta” (così in conf. stampa). Tutti erano lì con le armi (della critica) puntate. Invece Magari – apertura ufficiale del Locarno Festival edizione 72 con proiezione in Piazza Grande ieri sera – si è rivelato alla visione opera decorosa, decorosissima, più che discretamente scritta (dalla stessa Ginevra Elkann e da Chiara Barzini, altra giovane donna dal cognome illustre). Personaggi ben delineati, buona tenuta narrativa, buone performance attoriali, non solo da parte degli adulti (Riccardo Scamarcio: Carlo, il padre; Alba Rohrwacher: Benedetta, collaboratrice del padre e sua fidanzata neanche tanto segreta), ma anche, soprattutto, dei tre fratelli (che hanno rispettivamente: il primo, Jean, 16 anni; il secondo, Seba, 13; la terza, Alma, 9), ben diretti, credibili, senza le petulanze e i manierismi di tanti fastidiosi attori ragazzini. Tra i suoi cineasti di riferimento Ginevra Elkann ha citato, sempre in conf. stampa, Luigi Comencini con il suo Incompreso. E davvero qualcosa della delicatezza di quel gran regista di fanciulli lo ritroviamo qui, in Magari.
Genealogia minima della penultima generazione Agnelli, quanto basta per capirci e star dietro e dentro al film. Ginevra è la terza dei molto noti fratelli Elkann, John detto anche Jaki, Lapo. E lei. Figli di Margherita Agnelli e dello scrittore e non solo Alain Elkann, dunque nipoti di Gianni e Marella Agnelli. John è l’attuale signor Fiat, pardon Fca, nominato erede dell’impero di famiglia, o di quello che ne è rimasto dopo metamorfosi e fusioni e scorpori, dal nonno. Di Lapo sapete. Di Ginevra sappiamo che ama da sempre il cinema, che si occupa da anni di produzione (di film assai autoriali e elitari) e distribuzione. Quanto ai genitori: Margherita Agnelli dopo la separazione da Alain Elkann si è risposata con Serge de Pahlen stabilendosi con i tre figli (cui sono seguiti altri cinque dal secondo marito) a Parigi. Incontrando la fede ortodossa.
In Magari siamo in un particolare sottogenere del family drama o, meglio, family comedy, quello sui figli dei separati e/o figli di genitori dalle vite e scelte complicate che si riverberano sulla prole. Infiniti gli esempi, tanto per stare solo nel cinema italiano di questa decade direi Le meraviglie di Alice Rohrwacher e Incompresa di Asia Argento (sì, un buon film. E sempre a Comencini si torna). Jean, Seba e Alma vivono a Parigi, sono stati allevati dalla madre nella religione ortodossa, mentre il padre, di mestiere sceneggiatore, sta a Roma. Il maggiore è saggio, concentrato, razionale, ipercontrollato, assai protettivo verso i due fratelli più piccoli, soprattutto verso Seba, malato di diabete e portato, anche per via dell’uso intensivo di Game Boy, a confondere realtà e immaginazioni. Tutti legatissimi, compatti. Succede (nel film) che la madre, incinta del primo figlio dal secondo marito e in procinto di trasferirsi con lui e famiglia in Canada, mandi a Roma, dal padre da un bel po’ assente e non frequentato, i tre ragazzi. In programma una vacanza insieme a Courmayeur, solo che, non appena arrivati a Roma, il genitore decide di cambiare meta. Niente neve, invece mare, mare d’inverno, in una villa a Sabaudia, perché lui deve finire una sceneggiatura da cui spera venga tratto un film (“Spero in Mastroianni”). E allora a Sabaudia con papà, il di lui cane Tenco. E con Benedetta, con cui sta scrivendo il copione, sua fidanzata in incognito ma non troppo. Si aggiungeranno un amico americano con il fidanzato napoletano.
Il film è la cronaca – secondo il punto di vista di Alma – di questa vacanza d’inverno con un padre riluttante, poco allenato a esserlo, egoriferito quanto basta e anche di più. Se la madre rimasta a Parigi è iper organizzata, vigilante e soffocante, il padre romano vive in una provvisorietà da puer aeternus, bohemien-chic. Naturalmente, come esige lo schema narrativo del genere di (involontario) riferimento, i tre ragazzi impareranno a conoscere quel padre distante, e qualcosa anche della vita. In un racconto di formazione fin troppo esemplare e non particolarmente originale, ma discretamente raccontato e sempre credibile. Non griderei né al miracolo né alla clamorosa nascita di un autore (autrice): Magari resta un lavoro assai curato che fatica a elevarsi dalla diligenza e dal bien fait. Eppure ha un suo garbo, ha grazia e si lascia vedere volentieri. Esempio di un cinema borghese di cui in Italia si sono sempre avuto scarsi esempi. Che non vuol dire cinema atrofizzato o inamidato, se mai alieno dalla volgarità e dai ricatti sentimentalisti. “Il titolo Magari? Perché eprime quello che mi dicevo da piccola, la speranza che i miei si rimettessero insieme” (Ginevra Elkann dixit in conf. stampa). Apparizione di culto: Florinda Bolkan quale nonna paterna.
Nota: alla proiezione serale in Piazza Grande erano presenti la regista con Alba Rohwacher, Riccardo Scamarcio, il produttore Lorenzo Mieli e i tre interpreti-ragazzi. In ordine di età: Milo Roussel, Ettore Giustiniani, Oro De Commarque. E in platea, per la gioia dei celeb watchers. John e Lapo Elkann (e io, che avevo visto Magari la mattina in proiezione stampa, me li sono persi).

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