Stasera in tv un film italiano bello e sottovalutato: SOAP OPERA di Alessandro Genovesi (dom. 31 maggio 2020)

Soap Opera di Alessandro Genovesi, Cine34, ore 21:10. Domenica 31 maggio 2020.
Recensione scritta nel 2014 all’uscita del film.
Soap_Opera_film_cast009Soap Opera, un film di Alessandro Genovesi. Con Fabio De Luigi, Cristiana Capotondi, Ricky Memphis, Chiara Francini, Elisa Sednaoui, Ale e Franz, Caterina Guzzanti, Diego Abatantuono.

No, non è la solita commedia italiana. Alessandro Genovesi realizza un film ambiziosissimo, con una forte connotazione stilistica (interni volutamente fintissimi, inquadrature in gran parte fisse e frontali, costruzione simmetrica dello spazio schermico), indubbiamente autoriale. Peccato che il contenuto, le storie raccontate, non si riscattino mai dalla medietà e non si situino allo stesso livello della molto sofisticata confezione. Poteva essere un gran film, resta un’operazione interessante. Voto tra il 6 e il 7
37059_fbOra, che Alessandro Genovesi – già sceneggiatore per Happy Family e poi regista in proprio – nutrisse parecchie ambizione di messinscena e di stile, ambizioni per niente comuni nel nostro cinema neopopolare, lo si era capito fin dai tempi – dicembre 2012 – del suo Il peggior Natale della mia vita. Scusate l’autocitazione, l’io-l’avevo-detto, ma ecco quanto scrivevo allora di quel film per niente triviale: “(Alessandro Genovesi) costruisce molte, moltissime delle inquadrature ottemperando all’ordine simmetrico, riprendendo attori e ambienti frontalmente, in campo e in controcampo, a camera fissa, solo con qualche raro movimento, e distribuendoli equamente nello spazio a destra e sinistra. Non credo proprio si tratti di casualità – come potrebbe essere? – dunque mi pare una scelta stilistica, e tutto avremmo pensato tranne che di ritrovare un tale rigore in un film pop(olare) come questo e mass-oriented”. Basta così. E però che lui volesse confezionare una commedia a presa immediata, ma con celata dentro un’idea e una visione di cinema non così comuni, era chiaro fin da allora, bastava guardare, osservare senza pregiudizi e senza adagiarsi nei pigri cliché della solita critica da salotto buono. Invece Il peggior Natale della mia vita fu liquidato come uno dei tanti esempi di post-cinepanettonismo. Ecco, adesso Genovesi con questo Soap Opera esce allo scoperto e dichiara esplicitamente la sua volontà di tentare un’operazione complessa, linguisticamente e stilisticamente assai consapevole e sofisticata, immettendo figure e figurine della nostra comicità anche più facile e di derivazione televisiva in un film anomalo e per niente medio. Costruendo un universo evidentemente finto e fortemente teatralizzato, ricreando in vitro (ovvero in studio, mai in esterni) una specie di diorama gigante. La vita come una soap opera, la vita ridotta a soap opera e non solo nei suoi svolgimenti drammaturgici, ma nella sua smaccata messinscena alla maniera televisiva. “Da un punto di vista visivo, come succede nelle soap opera, è tutto proiettato in un universo inventato, in un mondo che non esiste: non capiamo dove ci troviamo né in che epoca siamo, i personaggi usano in scena tablet e cellulari, ma si muovono su auto d’epoca”: così Genovesi nelle note di presentazione del film. Ne esce un oggetto cinematografico straniante e di grande nobiltà visuale, di una qualità molto, molto al di sopra della media del genere. Ecco un condominio, nei cui appartamenti si muovono i vari personaggi del racconto, sezionato verticalmente nella scena iniziale e finale a mostrare gli interni e relativi abitanti e oggetti come in una megacasa della Barbie. Inquadrature perlopiù fisse e frontali, con gli attori posti secondo rigorosa simmetria davanti alla macchina da presa e quasi sempre immobili, riprendendo la cifra dominante di Il peggiore Natale della mia vita, ma anche la lezione di maestri del cinema come Terence Davies e, curiosamente, sorprendentemente, allineandosi ai modi di grandi autori dell’oggi come lo svedese Roy Andersson (sì, il recente vincitore a Venezia del Leone d’oro con A Pigeon sat on a branch reflecting on existence), l’austriaco Ulrich Seidl o il catalano Albert Serra. Pure loro ossessionati dalla frontalità e dalla simmetria, e dalla tendenza tableaux vivants. In questo volutamente spingere sulla vita-come-rappresentazione-e-finzione Soap Opera finisce anche con l’assomigliare (nella sua progettualità più che nei risultati, ovvio) al meraviglioso, ultimo Alain Resnais di Aimer, boire et chanter, dove i personaggi agiscono su un evidente, spudorato palcoscenico, e intanto fan del teatro nel teatro, e intanto Resnais moltiplica e mescola fino alla vertigine i vari livelli del reale e della sua simulazione. Ecco, del film di Genovesi affascinano l’ambizione, la non corrività, la consapevolezza estetica, ci intrigano le sue, non so quanto cercate, parentele cone molti grandi del cinema di oggi e di ieri, ma bisognerà pur dire che la forma levigata non ce la fa a riscattare il film dai suoi personaggi troppo affondati negli stereotipi della nostra commedia così come si è configurata negli anni Duemila. Dal suo umorismo certo mai triviale, ma di troppo debitore del vario cabarettismo e zeligismo televisivi. E la domanda allora è: ha senso impiantare un’operazione tanto alta per una narrazione in fondo da prime time di una qualunque serata tv? Genovesi, che di talento mostra di averne, perché non è stato altrettanto rigoroso nella messa a punto dei suoi personaggi e delle loro trame? Intendiamoci, la narrazione è anche interessante, anche abbastanza divertente, di sicuro condotta con mestiere e senza cadute nella trivialità, però mai davvero originale, e alquanto cautelosa e poco incline a esplorare i limiti e i bordi. Adagiandosi e adeguandosi al dannatissimo gusto medio del pubblico senza mai provare a spingerlo più in là. Peccato, perché se alla confezione assai inventiva Soap Opera avesse unito un contenuto di pari livello avremmo avuto qualcosa di importante. Così non è, e allora accontentiamoci di seguire la storia di questo palazzo che è il vero protagonista-totem del film, dentro cui si dipanano e intrecciano le microstorie di chi ci abita o ci capita (come peraltro in un altro film uscito negli stessi giorni, il francese Piccole crepe, grossi guai). A interconnettere le varie figure e figurine, a farle interagire e a provocare effetti e affetti a catena è il suicidio per colpo di pistola di uno dei condomini, un depresso intellettuale di cui poco o niente veniamo a sapere. Arriva da Parigi la sua ragazza di nome Francesca, per la quale perde subito la testa il buon Francesco (Fabio De Luigi). Il quale, lasciato da pochi mesi dalla fidanzata, ora se la deve vedere con l’amico Paolo (Ricky Memphis) piombatogli in casa a sconvolgergli la vita. Più due fratelli proprietari del palazzo, con uno, Gianni, paraplegico su sedia a rotelle, che rinfaccia continuamente all’altro, Mario, di averlo ridotto così per un incidente di guida, in una partita sadomaso di famiglia che ricorda (un po’) quella di Bette Davis e Joan Crawford in Che fine ha fatto baby Jane? Chiudono il cerchio Alice, attrice-cagna di una fiction in costume di gran successo genere Elisa di Rivombrosa, e il maresciallo dei carabinieri venuto a indagare sul suicidio (Diego Abatantuono, sempre più somigliante al feroce Saladino, soprattutto quando si mette in gran tiro con la divisa da parata dei carabinieri). Non si ride quasi mai, però molto si sorride. Alla fine si esce con la sensazione di un gran film mancato. Ci sta comunque che l’abbiano scelto per aprire il festival di Roma, l’impronta autoriale di Soap Opera è indubbia. Peccato solo che Genovesi non abbia alzato il tiro anche nel plot e nella scrittura. Se solo avesse osato di più. Il cast allinea parecchi fedeli del suo cinema, ormai una piccola factory: Fabio De Luigi, Cristiana Capotondi e Diego Abatantuono. Cui si aggiungono Ricky Memphis, Chiara Francini (l’attrice-oca di fiction, a momenti irresistibile), la coppia Ale e Franz (sono i due fratelli-coltelli) e Elisa Sednaoui, una delle poche modelle nostre di vero successo internazionale degli ultimi anni. Bella, bellissima, che però ci fa capire come lo stare davanti ala macchina da presa sia altra cosa di un servizio fotografico di moda, o di una passerella.

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