Un film di culto stasera in tv: BRIMSTONE di Martin Koolhoven (lunedì 1° giugno 2020)

Brimstone di Martin Koolhoven, Rai Movie, ore 21:10. Lunedì 1° giugno 2020.
Recensione scritta dopo al proiezione del film (in concorso!) a Venezia 2016. Non mi convinse per niente, Brimstone, anche se ne rileavi l’eccentricità, il suo non essere riconduducibile al comodo formato del “cinema da festival”, insomma la sua decisa differenza. Devo ammettere dopo quattro anni che Brimstone è diventato un piccolo ma solido culto, assai amato da un drappello di entusiasti. E che sì, una ri-visione e forse una revisione se le merita.
27384-Brimstone_4Brimstone, un film di Martin Koolhoven. Con Dakota Fanning, Guy Pearce, Emilia Jones, Carice Van Houten, Kit Harington. Concorso Venezia 73.
27380-Brimstone_1Un incubo gotico in forma di western con la bionda e innocente fanciulla perseguitata dal mostro. Lei è Liz, che ne ha passato e ne passerà di ogni per colpa di un luciferino reverendo. Stupri, incesti, frustate in quantità, lingue mozzate, imiccagioni in chiesa. Solo che manca un qualsiasi senso dello stile in grado di riscattare la rozzezza della confezione. Ci sarebbe voluto perlomeno il giovane Verhoeven.
27376-Brimstone_3Spacciato come un western olandese, nel senso di produzione perlopiù olandese. Con regista olandese. In effeti, con panoramini boschivi e radure non proprio johnfordiane e neanche sergioleonesche, e rari deserti e praterie che sono forse le unice location davvero statunitensi. Una modestia paesaggistica che fa il paio con la modestia del risultato, nonostante le ambizioni e le interessanti idee di partenzai. Brimstone per un bel po’ lascia ben sperare, per come immette nella cornice e nei codici del western ossessioni assai fiamminghe, quella dei corpi lacerati e mortificati, quella della religiosità più punitiva e oltranzista, diciamo una variante di massimo rigore del più cupo calvinismo. Il racconto è la via crucis di una povera donna con una stazione dopo l’altra segnate dalla sofferenza, dalla tortura, dalla dperivazione, dall’umiliazione fisica, dalla sottomissione. E a incombere, un villain tremendissimo che non è il solito villain, ma forse la reincarnazione di Lucifero su questa terra. Un clima di rigore e minaccia che somiglia a quello di The Witch, anche se senza derive nel cinema fantastico. Il guaio è che qui ci voleva un Paul Verhoeven giovane, o anche un Tarantino. Qualcuno che sapesse riscattare la selvaggeria dell’ispirazione, la bizzarria della storia, in un esemplare racconto nordico-gotico. Solo che Martin Koolhoven, che ha avuto il coraggio di un progetto così dissimile e anomalo, non sembra avere la tempra per condurre in porto l’operazione. Sceneggiatura piena di buchi e inverosimiglianze (quello slegarsi i polsi sfregandoseli al palo, che ormai neanche nelle peggio telenovelas), regia anonima se non sciatta, mancanza di una visione di cinema. Di uno stile. Non sempre giocare con i generi, non sempre fare del metacinema, garantisce del buon cinema. Storia divisa in capitoli, come molto si usa a questa mostra (è scandito allao stesso modo, per dire, anche l’argentino El Ciudadano Ilustre che ho visto stamattina), con un procedere à rebours per i primi tre. La muta Liz (le è stata mozzzata la lingua, e più tardi sapremo come e perché) vive in una fattoria là nel selvaggio e anche invasato religiosamente West con un brav’uomo come marito, la figlia e il figlio di primo letto di lui. Non le vogliono mica bene nel villaggio, e quando lei, assistendo un parto sceglie di far morire il bambino per salvare la madre, cominciano a darle della strega e dell’assassina. E c’è quel fosco reverendo che aizza i fedeli, e che le incute un terrore incontrollabile. È solo l’inizio di una catena incredibile di sfighe. Anzi, la Liz che vediamo nelle prime scene ha già alle spalle un calvario di cui percorreremo man mano le tappe. Lei ragazzina sola nel deserto, lei soccorsa da una carovana di cinesi e poi venduta a un bordello, lei e l’incontro con il mostro che le ha rovinato l’infanzia, e che non intende smettere di perseguitarla. Da buon olandese di scuola Verhoeven, Martin Koolhoven non ci risparmia nessuna bizzarria nel plot e nessuna truculenza. Frustate selvagge, sadismi, stupori, incesti, mordacchie punitive per umani, tagli della lingua, suicidi per impiccagione in chiesa. Una sinistra favola gotica, con la bionda Dakota Fanning, la sorellamaggioe di Elle, a fare l’innocente perseguitata e Guy Pearce, mai così cattivo, a fare il mostro. Non male, almeno sulla carta, se solo Koolhoven avesse avuto un qualche senso dello stile. Invece dipana i suoi orrori con il massimo della rozzezza, rovinando quello che sarebbe potuto diventare un film di culto. Quel dommage!

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