Un film da non perdere stasera in tv: BRIGHT STAR di Jane Campion (dom. 7 giugno 2020)

Bright Star di Jane Campion, Tv2000, ore 21:05. Domenica 7 giugno 2020.
Recensione scritta all’uscita del film.
Bright Star, un film di Jane Campion. Con Ben Whishaw (John Keats), Abbie Cornish (Fanny Brawne), Paul Schneider (Charles Brown).Jane Campion è regista di passioni, non di sentimenti. Di corpi, non di anime. Un cinema fisiognomico il suo, dove il soma, soprattutto nelle sue eventuali deformità – e in Jane Campion anche la perfezione estetica si adultera, cede, si sporca – rivela e spiega ogni interiorità. Il corpo è tutto. Anche la femminilità per lei è aliena da ogni sublimazione e idealizzazione, è materia. Guardate come si apre Bright Star: una punta metallica penetra, perfora, tortura; scopriamo solo dopo, quando la camera si allontana, che si tratta di un ago maneggiato dalla protagonista Fanny Brawne. Lo squisito ricamo, ci dice la Campion, non è altro che un susseguirsi di piccoli stupri, di violenze dell’ago sul tessuto, guidato dalla mano ferma e spietata della donna, spietata perché diretta solo al suo scopo che è quello di realizzare al meglio la propria opera. Il film è zeppo, ossessivamente si direbbe, di nastri tagliati con secchi colpi di forbice, di lenzuola strappate. Se questa è mistica della femminilità.
Ci potrà mai essere posto per gli arabeschi o le cedevolezze del sentimento in un universo del genere? Difatti la regista neozelandese decide di raccontare la passione, in questo caso la storia d’amore matta e disperata del poeta John Keats e della sua vicina, e per un certo tempo padrona di casa, Fanny, che ha il dono di tagliare e cucire e ricamare come nessun’altra nella contea. Storia figlia del tempo suo, che è quello della temperie romantica primo Ottocento, dell’amore che sfida ogni cosa a prezzo del sacrificio estremo. Romanticismo, appunto. Che non fu solo momento letterario e luogo di passioni private, ma movimento che destrutturò l’ordine sociale in nome del primato del cuore e dell’individuo su ogni regola e convenzione esterne. Snodo fondamentale nella storia dell’Occidente (vedi L’amore e l’Occidente di Denis de Rougemont), perché operò sul piano dell’interiorità quello che la Rivoluzione Francese fece nella dimensione pubblica. Il romanticismo fu la ghigliottina con la quale si mandarono a morte il matrimonio combinato, il controllo dello stato e della religione sulla coppia, l’infelicità familiare obbligatoria. Da allora continuiamo a vivere e credere da romantici, anche se non lo diciamo. La rivoluzione sessuale anni Sessanta e Settanta del secolo scorso in fondo non è stata altro che l’onda lunga di quel movimento tellurico iniziato nel primo Ottocento, con la sola differenza che il sesso ha rubato la scena alla passione che fino ad allora lo aveva rappresentato.Campion sceglie di raccontare Keats, archetipo del romanticismo, non Jane Austen, quasi sua contemporanea (Austen muore nel 1817, Keats quattro anni dopo), però agli antipodi di lui, scevra com’è dalle passioni, e distaccata e scettica quanto può esserlo un sensale di matrimonio o una madre ansiosa di maritare una figlia zitella. Austen ha il disincanto di chi non si lascia trascinare dalle passioni, ne conosce i rischi e sa imbrigliarle nel reticolo geometricamente perfetto della ragione e del sentimento. Invece Keats è una vittima che si lascia voluttuosamente travolgere, dunque non è Austen ma lui il plot perfetto per Jane Campion. Che dalla storia tra John e Fanny ricava uno dei suoi bellissimi film partecipati, commoventi, onesti e sinceri. Film che amano i propri personaggi e li fanno amare dal pubblico. Bright Star, il titolo è da un poema di Keats, racconta la vicenda dal punto di vista di Fanny, una Abbie Cornish romanticamente determinata, che si innamora dello squattrinato e talentuoso Keats senza riuscire a salvarlo dalla deriva. Più che una storia d’amore, il film è la storia dell’amore di Fanny per John che lui misteriosamente non riesce a corrispondere. E’ questo il lato oscuro della stella che brilla: il ritrarsi di John davanti a Fanny. Le buoni ragioni apparentemente non mancano, lui è senza mezzi e perdipiù malato, dunque non in grado di mantenere una moglie. Eppure, in questo schema rigidamente romantico (ti amo ma il mondo mi ostacola) c’è qualcosa che non torna. Tutti sono dalla parte di Keats, tutti lo adorano, tutti lo aiutano e gli offrono ospitalità: Fanny, il devoto amico Brown, i vicini, gli ammiratori delle sue opere. La stessa madre di Fanny gli assicura che la povertà non è un problema insolubile, gli concede di sposare Fanny. Eppure questo non basta a trattenerlo dalla disperazione.

C’è dell’altro, evidentemente, che Jane Campion, attenta com’è al racconto delle passioni, non riesce a cogliere. Qualcosa che costituisce il lato oscuro di Bright Star, un buco nero che corrode da dentro e impedisce al film, pur notevolissimo, di assurgere a opera assoluta e definitiva. Non si venga a dire, per favore, che Keats non risponde appieno all’amore di Fanny perché gay e inamorato dell’amico Brown, anche se la stessa Campion fa in questo senso un’allusione fuggevolissima. Forse al cuore della vicenda di Keats sta non tanto la voluttà dell’amore estremo quanto il desiderio di fama eterna. A muovere Keats è la volontà di trasformare se stesso in riconosciuto Grande Poeta, di monumentalizzarsi attraverso una fine precoce e di raggiungere gloria imperitura. Il romanticismo era già, almeno nei suoi esponenti più conosciuti, malattia e desiderio della celebrità. La figura del poeta e artista maledetto nasce allora e troverà il suo apice 150 anni dopo nell’epopea delle rockstar autodistruttive.
Keats si lascia morire per fondare il proprio mito (riuscendoci perfettamente), non per l’amore impossibile con Fanny. Ma questo purtroppo Jane Campion non può coglierlo né tantomeno raccontarlo. Questo è un altro film, e non è nelle corde della pur grande Jane Campion.

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