Film in sala: UN LUNGO VIAGGO NELLA NOTTE di Bi Gan. La recensione

Un lungo viaggio nella notte (Long Day’s Journey into Night – Di Qiu Zui Hou De Ye Wan) un film di Bi Gan. Con Tang Wei, Sylvia Chang, Huang Jue. Distribuito da Movies Inspired. Da giovedì 30 luglio al cinema.

Esce incredibilmente nei cinema italiani – in qualche cinema -, e in un periodo complicato per la fruizione in sala, uno dei film più arditi e meno mainstream degli ultimi anni, prodigiosa opera seconda di un neanche trentenne autore cinese di nome Bi Gan che a Cannes 2018, dove fu proiettata a Un certain regard, divise parecchio, scatenando entusiasmi e orgasmi nei cinefili più radicali e passando invece nell’indifferenza se non nell’ostilità della critica più paludata e refrattaria alle avventure dello sguardo. Ripropongo quanto ne ho scritto allora a Cannes (e chissà se in sala si potrà vedere la parte centrale in 3D di Un lungo viaggio nella notte, come vorrebbe la versione originale).

Che con lui, l’allora poco più che ventenne Bi Gan, fosse nato un autore importante, lo si capì subito a Locarno 2015 vedendo a Cineasti del presente il suo Kaili Blues, con quel virtuosistico piano sequenza di 40 minuti che lasciò tutti senza fiato. Adesso questo Lungo viaggio verso la notte (come il play di Eugene O’Neill) dato a Un certain regard conferma la statura del ragazzo venuto dalla Cina. Al cui riguardo si è tirato in ballo Wong Kar-wai, per via di certi personaggi sunnambolici, certe atmosfere corrose e sfrante, ma qui il nome che davvero viene voglia di citare è quello, sommo, di David Lynch. Dunque passi e sospensioni e oscillazioni tra realtà e sur- e sub-realtà, onirismi, irruzioni del fantastico nel quotidiano, balzi nell’immaginario ma forse no, in un film dove tutto è cangiante e ingannevole. Nettamente diviso in due parti. La prima con il ritorno di un uomo nella sua città (Kaili, la stessa del film precedente) alla ricerca della donna amata e di un assassino. Il clima è noir – Bi Gan dice di essersi ispirato al Billy Wilder di Double Indemnity -, ma senza un coerente tessuto narrativo, pervicacemente decostruito smontato dissolto in frammenti irrelati. Loschi figuri, pistole, misteriosi messaggi, stanze della tortura. La seconda parte, in 3D! (senza che ti venga spiegato quando devi inforcare gli occhialini, lo intuisci quando il protagonista se li mette a sua volta mentre sta chiuso in un cinema), che forse è un sogno forse no, un lungo viaggio verso la notte in uno sprofondo cinese remoto dove si susseguono e intersecano scenari diversi, un misero karaoke, un tunnel dei misteri, una casa a suo modo stregata. Tutto in un solo, incredibile piano sequenza di 50 minuti, record personale battuto. Inutile cercare il bandolo del groviglio, non lo troveremo mai e forse neppure c’è. Bisogna, come Lynch ci ha insegnato, usare i film come cavalcata nella loro (e nostra) parte nascosta e come macchina di espansione della coscienza. Qualche conto non torna, Bi Gan eccede nella sua muscolare esibizione autoriale. Ma come si fa a non restare sbalorditi da tanto talento in un ragazzo neanche trentenne venuto da una Cina lontanissima e periferica?

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