Il film imperdibile stasera in tv: IL GRANDE SILENZIO di Sergio Corbucci (dom. 9 agosto 2020)

Il grande silenzio di Sergio Corbucci, 7Gold, ore 21:15. Domenica 9 agosto 2020. Anche su YouTube in Film & Clips.
Enorme culto. Considerato in Italia, Francia, Stati Uniti, Giapppone da specialisti e appassionati (amanti folli) il vertice dell’italian western, capolavori di Sergio Leone a parte (ma per i corbucciani più intossicati, anche meglio di ogni Leone-movie). L’assunzione al cielo dei grandi di Sergio Corbucci è stata officiata da Quentin Tarantino, suo devoto da tempi lontani, cultore soprattutto di Django e di questo Il grande silenzio: il cui scenario innevato in total-bianco è stato filogicamente citato e ripreso dal signor Quentin in The Hatefule Eight. A rendere difatti Il grande silenzio un pezzo unico nel panorama del western all’italiana calcinato da sole, ossificato e disidratato, sommerso dalla polvere e dai fetori di carne decomposta, è l’intuizione e la scommessa impossibile ma vinta da parte di Corbucci di capovolgere quella convenzione, di immergere stavolta la solita sinfonia del massacro, l’abusato cerimoniale del sangue, della morte, della vendetta, del sadismo, della crudeltà, delle prepotenze dei forti sui deboli, nei paesaggi invernali e raggelati e ricoperti di neve dello Utah (che poi sono Cortina e dintorni, insomma Dolomiti). Un western nel nord e delle montagne in un ribaltamento e in una messa in negativo a voler cancellare e insieme affermare nonostante tutto e contro ogni evidenza il canone consacrato. Sergio Corbucci, chissà quanto consapevolmente, crea un immaginario fino a quel momento sconosciuto, mai o raramente visto (quanta neve, e dove, compare nei western della classicità?). Con un risultato strordinario, in cui l’azione si congela letteralmente in un rituale ieratico e astratto, dove ogni dettaglio narrativo si depura e si sublima in modello archetipico e mito. A vederlo oggi (lo si trova in ottima copia su YouTube nella library Film & Clips) Il grande silenzio è impressionante per rigore e coerenza formale, per il ritmo interno che Corbucci sa imprimere e al quale poi lui stesso soggiace, e nel quale gli scoppi, frequenti e fragorosi, di violenza, vengono rapidamente ingoiati e assimilati. Ne esce un film lento, cupo, maestoso e di una tensione insostenibile. Con un main character che si situa ai vertici del genere. Interpretato da Jean-Louis Trintignant, meraviglioso, Silenzio è un pistolero muto – gli hanno da piccolo reciso le corde vocali perché non potesse rivelare gli assassini dei suoi genitori – che della diversità ha fatto un’arma ulteriore e un segno di distinzione (la mutilazione è assai corbucciana, ricordare le dita spappolate e sanguinolente, avvolte in fasciature da lebbroso, di Django/Franco Nero). Un killer infallibile chiamato da una comunità di ribelli perché li difenda dai potentati locali decisi a stroncarli sguinzagliando sulle loro tracce un manipolo di spietatissimi cacciatori di taglie (tra cui un Klaus Kinski al massimo della sua crudeltà sadiana). La solita geografia drammaturgica di tanti italian western – colpa, vendetta, avidità, massacro, (impossibile) redenzione, sacrificio – naturalmente tracciata al massimo grado di violenza possibile, perché il rosso del sangue sul bianco della neve è l’orrore transustanziato in sinistra bellezza, perché Corbucci è da sempre, e specialmente dopo Django, l’altra faccia del genere, colui che a fronte dell’apollineo Leone non teme di esplorare il nascosto e l’oscuro, il buio e l’ombra. Uscito nel 2017 nelle sale americane in versione restaurata in occasione dei suoi 50 anni, Il grande silenzio è stato salutato come un classico anche dalla stampa più established (vedi NYT). Nota a margine: certo è impressionante quanto bel cinema italiano abbia attraversato dai Sessanta agli Ottanta Jean-Louis Trintignant. Estate violenta di Zurlini, Metti una sera a cena di Patroni Griffi, Il sorpasso di Dino Risi, Il conformista di Bertolucci, La morte ha fatto l’uovo di Questi, La terrazza di Ettore Scola. E Il grande silenzio.

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