Un grande film stasera in tv: I FIDANZATI di Ermanno Olmi (sabato 22 agosto 2020)

I fidanzati di Ermanno Olmi, Rai Storia, ore 21:10. Anche su RaiPlay.


Nel tragitto di Ermano Olmi I fidanzati arriva nel 1963, dopo il successo inatteso, anche per le sue dimensioni internazionali, del Posto. Grandi aspettative, ovvio, a Cannes dove viene presentato in concorso, ma l’esito è mediocre, i critici soprattutto italiani non nascondono la delusione, si fatica ad afferrarne e apprezzarne la complessità e anche tortuosità così lontane dalla linearità del film precedente. I fidanzati – un prodotto cui era impresso il marchio forte della Titanus – fu giudicato un passo falso nella carriera di Olmi, costretto dal sostanziale insuccesso a rinchiudersi da quel momento nella sua Milano, a rinunciare per molto tempo all’appoggio delle major italiane. Eppure a rivederlo oggi ci pare un film immenso e ricco pur nella sua sobrieta (frugalità?) espressiva, nella pratica così olmiana della sottrazione come scelta estetica e soprattutto etica. Un oggetto difficile da identificare e classificare. Questo terzo lungometraggio di Olmi parte come la registrazione di una crisi di coppia (i fidanzati del titolo, due proletari lombardi di nome Liliana e Giovanni), con imprevedibili affinità con i mutismi e i silenzi e e le alienazioni e le ‘incomunicabilità’ del coevo Antonioni. E con Anna Canzi, la coprotagonista, quasi a replicare in chiave operaia i monicavittismi borghesi di L’eclisse e La notte. Ma presto il regista prende un’altra strada, quella del documentario sulla materialità del lavoro e perfino del cinema etnografico – a esserne l’oggetto di indagine e rappresentazione è il nostro Sud profondo – quando Giovanni accetta di trasferirsi per un anno come operaio nel polo petrolchimico di Siracusa, un titano metallico che sputa fuochi e fumi nel cielo che un tempo era stato della classicità e del mito. Sarà la distanza tra lui e Liliana paradossalmente a ristabilire, attraverso lettere e telefonate, una nuova armonia e alleanza tra i due, un patto di solidarietà per un futuro insieme. Labile e volutamente ‘liquida’ traccia mélo-intimista, sorta di gruccia drammaturgica su cui Olmi appende infinite osservazioni su Giovanni e il suo nuovo habitat siciliano. Sul mondo dei colleghi. Sul meridione contadino e il suo atavismo irriducibile alla modernità e all’industrializzazione che l’arrogante raffineria vorrebbe imporre. Sulle differenze e forse incompatibilità tra gli uomini venuti dal Nord e la gente di Sicilia. Ma questo quadro antropologico non è mai rozzo né schematico. Olmi non giudica, se mai osserva, referta, mostra e dimostra. Con un occhio speciale per i bambini cui è stata sottratto ogni sogno infantile (il ragazzino barista, il garzone del barbiere, il bambino che già disilluso fuma sotto l’ombrellone). Un film anche che smentisce il luogo comune di Olmi regista della semplicità al limite della naïvité. Figuriamoci, basta rivedere la prima parte per rendersi conto della complessità linguistica e costruttiva di I fidanzati, con la grande sequenza-asse portante del ballo al dopolavoro aziendale (che facce che corpi, che voci: un’Italia che oggi ci appare remota e aliena) in cui precipitano e si innestano, in un montaggio assai audace, frammenti di vita operaia e flashback su nascita e incrinature dell’amore tra Giovanni e Liliana, mentre l’individuale si cortocircuita e mette in relazione incessantemente con il fuori, la scena sociale, l’ambiente del lavoro e delle opere, i riti collettivi del tempo libero. Il paesaggio a fare da sfondo e commento alla crisi tra Liliana e Giovanni, ed è il paesaggio del Sud esattamente come in un altro clamoroso film su una coppia in dissoluzione, Viaggio in Italia (la sequenza del dionisiaco carnevale di Paternò in cui Giovanni si immerge e si perde e si stordisce sta a I fidanzati come la processione patronale al film di Rossellini, e le affinità non si fermano qui). Per gran parte il racconto sembra inchiavardarsi sulla contrappposizione tra la razionalità della tecnologia e della modernità e i misteri di un mondo ancora magico-contadino, poi di colpo Olmi rovescia tutto e tutto ridiscute quando, in una memorabile immagine, ci svela l’onirico, il meraviglioso, il numinoso di una cascata di scintille eruttata dal corpo meccanico della raffinera-gigante. E come si fa a non affezionarsi alla Liliana di Anna Canzi e al Giovanni di Carlo Cabrini, ai loro pudori, alle loro facce (quella di lui, aguzza e zigomi definiti, sorprendentemente somigliante al giovane Arbasino).

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