Al cinema. Recensione di VOLEVO NASCONDERMI, un film di Giorgio Diritti. Passione e passioni di Ligabue

Volevo nascondermi, un film di Giorgio Diritti. Con Elio Germano, Pietro Traldi, Orietta Notari, Andrea Gherpielli, Oliver Ewy. Al cinema dal 20 agosto 2020.

Delude il film di Giorgio Diritti su Antonio Ligabue pittore (piaciuto però agli stranieri e bene accolto alla proiezione stampa). Si ripropone senza il minimo scarto o revisione il cliché genio-e-follia di tanti film su Van Gogh, molte le tracce narrative accennate ma nessuna perseguita fino in fondo. Resta la restituzione perfetta della più profonda Emilia contadina. Voto 5 e mezzo
Ripropongo la recensione scritta a fine febbraio alla Berlinale, dove Volevo nascondermi è stato presentato in concorso. E dove Elio Germano ha poi vinto il premio come migliore attore.

Ci si continua ad agitare c come insetti impazziti nella bolla cinefila che è la Berlinale inseguendo un film animato polacco o un indie americano metooista, mentre da fuori, dagli amici in Italia, dalle news, giungono le cronache neomanzoniane di Milano nostra Wuhan. Ci sarà mai qualcuno in Italia ancora interessato a sapere come sia stato accolto qui il primo film italiano del concorso? Il Sars-Cov-2 avrà lasciato spazio a qualcos’altro che non sia l’angoscia pandemica? Se sì, allora diciamo subito che alla proiezione stampa cui ho assistito Volevo nascondermi – la versione di Giorgio Diritti (Il vento fa il suo giro, L’uomo che verrà) di vita e opere di Antonio Ligabue pittore della Bassa – è assai piaciuta agli stranieri. Applausi convinti, perché all’ennesimo raconto sul genio artistico connesso alla follia si dice sempre di sì. Lo provano i tanti, troppi film usciti negli ultimi anni su Van Gogh (e fa niente se non era matto, lo stereotipo quello è: il pittore che si mozzò l’orecchio), tutti premiati al box office, compreso un animato polacco. Pobabile che anche questo Volevo nascondermi – protagonista Ligabue e la sua pittura selvatica benché per niente ingenua anzi assai consapevole – funzioni bene al box office e venga esportato dappertutto. Ma il film com’è? Deludente: da un autore non qualunque come Diritti ci si aspettava un avvicinamento al personaggio meno convenzionale. Scialo di cliché, con un Elio Germano che in immersione mimetica ci dà un ritratto di genio-ai-margini dove niente del repertorio “follia al cinema” ci viene risparmiato (l’impressione è di un Germano sconnesso dal resto del film, come inchiavardato su un binario solo suo). Sguardo fisso, verbalità sconnessa e primitiva, posture sgraziate. Che come si fa a non pensare a quei film sui manicomi prima di Basaglia (dico solo La fossa dei serpenti). Peccato, perché Giorgio Diritti azzecca parecchio: una provincia emiliana tra anni Cinquanta e primi Sessanta incantata anche nella sua ruvidezza contadina e qua e là bertolucciana nella sua orizzontalità interrotta dal placido Po, dalle grandi cascine, dalle architetture di mattoni rossi. Gli animali che razzolano nei cortili, il fango, la polvere. Una cornice in cui si agita ma non prende mai corpo davvero la storia del personaggio centrale. La narrazione procede a scatti, com ampie ellissi e salti temporali, senza molto spiegare ma solo mostrando. Il che potrebbe anche essere una scelta per non incorrere in un didascalismo da vecchia televisione, solo che l’accumulo progressivo di frammenti non si fissa mai in un insieme davvero potente e significativo. Poco veniamo a sapere di Ligabue e poco alla fine ne capiamo. L’infanzia di adottato nella Svizzera di lingua tedesca, i segni precoci di un disagio mentale (ma quale?), il rimpatrio forzato nell’Italia fascista, l’appprodo a Gualtieri, Emilia. Il dileggio da parte dei ragazzini al solito feroci verso chi esula dalla medietà, ma anche la comprensione e la pietà di tanta brava gente. Fino alla scoperta della pittura da parte di Ligabue e alla consacrazione. Pensavo che la formazione (anche) olmiana di Diritti ci avrebbe consegnato la traiettoria di un ultimo tra gli ultimi, ma nemmeno questo è il nucleo del film. Si insegue il dettaglio, ci si costruisce sopra una scena o più di una, ma Ligabue resta un’icona piatta, priva di profondità. E se gli ambienti sono evocativi (quell’ospedale dalle pareti screpolate), sono anche più belle le facce. Facce di un popolo e di un’Italia che non esistono più, in cui fatichiamo a riconoscerci ma che restano nostre. Purtroppo non basta. La scena che non si dimentica: l’incontro a Roma di Ligabue ormai famoso con la signora che a Gualtieri lo aveva salvato dalla disperazione.

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