Venezia il giorno prima. Molecole, maschere e un mostro di nome Boxol

Venezia il giorno prima. In Sala Giardino separati e mascherinati per Molecole di Andrea Segre

Venezia il giorno prima Il famigerato muro per separare il red carpet dal pubblico è già location in cui farsi fotografare

Citando il più illustre dei Viaggiatori (non responsabile di miliardi di imitazioni malriuscite e wannabe-esche): che ci faccio qui? Anche: chi me l’ha fatto fare? Perché venire a Venezia al primo festival “in presenza” dell’era che si vorrebbe post Covid ma non è? Visto che ancora trionfa e comanda quel virus battezzato tecnicistamente SARS-CoV-2 forse per renderne impossibile la memorizzazione e dunque per esorcizzarlo anzi cancellarlo dal nostro primo strato di coscienza individuale e collettiva.
Confesso che ho paura. Mesi di cautele massime nella Lombarda flagellata, uscire solo per procacciarsi il cibo come i cacciatori-raccoglitori di 30mila anni fa celebrati dallo Yuval Noah Harari di Sapiens e adesso il rischio di buttare via tutto, la salute mantenuta a sì caro prezzo, per via di qualche assembramento si teme inevitabile nonostante i severi protocolli emanati dai signori della Biennale e le regole e le prenotazioni online obbligatorie e i distanziamenti imposti fuori e dentro le sale. Che qua mica siamo al Billionaire, qua c’è gente fine che s’assoggetta senza discutere al diktat della mascherina da mattina a notte.
Si dirà: te ne potevi stare a casa, no? Che ti lamenti a fare? Vero, come darvi torto. Ma nonostante la mia età anagrafica non sono così risolto, continuo a sentirmi dimidiato, in una bipolarità che mi fa oscillare tra opzioni opposte e inconciliabili. E beato chi rocciosamente ha sempre una e una sola opinone senza mai la minima crepa nelle proprie certezze. È che quando ho sentito la conf.stampa di Barbera e la lista della selezione ufficiale mi son detto: i contagi sono al minimo storico da inizio pandemia (era fine luglio: quale illusione), film e autori magari non consacratissimi ma promettenti ce n’è, il programma sembrerà pure un austero Locarno appena appena potenziato o Un Certain Regard ma va bene così, almeno se ne staranno alla larga i glamouristi e i redcarpettari e ci saranno solo quelli che al cinema vogliono bene davvero e non si perdono d’animo di fronte a qualche sfida, a qualche azzardo. Così la Grande Decisione fu presa. Al Lido! Al Lido! Con prenotazione in hotel piccolo e ‘carinissimo’ (virgolettato, per chi s’indignasse del lemma), gente gentile, belle camere, bel giardino lontano dal fracasso. Peccato che mi si sia chiesto di pagare tutto in anticipo entro un certo giorno di inizio agosto. E, sventurato, ho accettato e effettuato il fatale bonifico. Soldi non restituibili, tutt’al più secondo il contratto congelati fino all’edizione del prossimo anno in caso di annullamento di questo Venezia 77 o di Covid certificato. Sicché eccomi qua. Nonostante quel che è successo nel frattempo. Contagi in aumento esponenziale, assembramenti da spiaggia da passeggio da pineta da gelateria da discoteca, altro che SARS-CoV-2 sconfitto dall’estate, dall’aria aperta, dalle alte temperature. E però dopo che il combinato disposto di interessi diversi ma convergenti che Venezia 77 l’avevano voluta fortissimamente – da una parte l’orgoglio dei facitori di Mostra di riuscire là dove Cannes aveva fallito, dall’altra la volontà delle ‘istituzioni’ di ridare ossigeno all’industria turistica – non si poteva più retrocedere (ma se il tempo si riavvolgesse come in Tenet probabile che i decisori bloccherebbero tutto).
Se stamattina sul Freccia Milano-Santa Lucia imprecavo e maledicevo me stesso per l’insana scelta, una volta approdato al Lido (linea 5.2 del vaporetto, nessuno in fila sul piazzale della stazione: l’anno scorso due ore di attesa sotto il sole a picco) mi sono sentito subito avvoltolato dalla bolla festival-veneziana, scagliato in quella dimensione spaziotemporale parallela dove domina il dio cinema, un dio esigente e tirannico, e dove tutto quanto cinema non è scolora e sfuma sullo sfondo. E poi quel rito di passaggio al vecchio, meraviglioso Casinò che è il ritiro dell’accredto, la vera porta che si apre e ti inghiotte e ti separa per dodici giorni dal resto dell’universo, come prendere i voti di un ordine monacale. Scoprendo subito dopo, in un veloce sopralluogo, che l’area festival è sorprendentemente tutt’altro che deserta (ricordo alcuni day before più vuoti). E che alla prima proiezione stampa – a un’ora impossibile come le 14.00, con la gran parte degli accreditati ancora in viaggio – di Molecole di Andrea Segre c’era più gente di quanto mi aspettassi (tutti distanziati, ovvio). Il film, etichettato nel programma come prefestival e difatti dato stasera per il pubblico mentre Venezia 77 parte ufficialmente solo domani con cerimonia trasmessa in molti cinema italiani e proiezione fuori concorso di Lacci di Daniele Luchetti, dirò diffusamente in separata sede di recensione. Sintetizzando parecchio, lo si può definire un docufilm sulla ricerca del padre in una Venezia ora spettrale ora restituita a sé stessa dal lockdown. Ma all’uscita più che Molecole l’oggetto di ogni conversazione era Boxol, il vero mostro che ai festivalieri fa più paura del Covid, quel sito su cui cui bisogna prenotare le proprie visioni (e senza prenotazione nessuno entra in sala) che sta facendo perdere la testa anche ai campioni in autocontrollo: domenica, primo giorno in cui lo si poteva usare, è collassato per dodici ore, inaccessibile. E da allora ha funzionato a singhiozzo, con défaillance e lentezze inenarrabili. Barbera pare abbia sussurrato di possibile hackeraggio. Sarà lesa maestà dire che non ci credo? Più che di pirati russi o cinesi, temo si tratti di italianissima inefficienza tecnologica.

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