Venezia Festival 2020. Recensione: MOLECOLE di Andrea Segre. C’est Venise (ai tempi del virus)

Molecole, docufilm di Andrea Segre. Con Ulderico Segre, Giuliano Segre, Uberto Segre, Anna Pagliero, Mauro Stoppa, Boris Borella, Luigi Divari, Elena Almansi, Maurizio Calligaro, Giulia Tagliapietra, Alberto Spizzamiglio, Anna Campagnari, Marino Almansi, Patrizia Zanella, Alexandra Ioana-Drobota, Marta Bortolozzo, Samanta Coviç, Dafni Segre Archontoula Skourtanioti. Musica di Teho Teardo. Fuori concorso (Prefestival).
Segregato a Venezia dal lockdown, Andrea Segre filma il Grande Slenzio della città svuotata dalle orde di turisti e restituita a sé sessa. E ritrova memorie di famiglia, un prezioso lascito di super8 del padre. Ma sono troppe le tracce e gli elementi di questo film che non trova mai il suo punto di equilibrio. Voto 6
Di film di Andrea Segre se ne son visti in questi anni Dieci, nei festival e fuori. Documentari soprattutto, ma anche film narrativi. Tra tutti sceglierei Indebito, la Grecia ai tempi della grande crollo raccontata, ripercorsa al suono della sua musica più popolare, quel rebetiko portato dagli esuli ellenici del Ponto e dell’Anatolia nelle bettole della madrepatria. Con Vinicio Capossela a fare da guida, esploratore, ponte tra la sua (la nostra) musica e quella ellenica. Tra il nostro (allora) possibile crollo economico e il loro. Questo suo – di Segre – nuovo nuovo Molecole  è stato, con una forte intenzione simbolica, collocato come film di prefestival, della sera prima, casella occupata nelle ultime edizioni da classici restaurati, se muti con orchestra dal vivo (ricordo Golem, Rosita del priodo tedesco di Lubitsch, Estasi con una Hedy Lamarr non ancora hollywoodiana e davvero come da leggenda a seno scioperta, ed era la fine degli anni Trenta).
Siamo con Andrea Segre stavolta a Venezia, siamo in un dopo Covid che non si decide a essere dopo, ed ecco Molecole, girato in città e in laguna imediatamente prima del lockdown e poi nel grande silenzio dello svuotamento, del confinamento, della ritirata dell’onda-orda turistica. Si pensava, leggendo con la solita velocità distratta di quando si è ai festival (troppo da processare e inglobare per le nostre menti già sature), che avremmo visto un abbastanza ovvio film-testimonianza sulla Venezia incapsulata, blindata dalle misure antivirus – ne aveva visto di peggio, la città, dalla peste del Seicento al colera di Thomas Mann – ma insieme come liberata dal servaggio del turismo predatore (e però apportatore di preziose valute di ogni tipo). L’acqua che torna limpida nei prima limacciosi canali a rivelara una fauna e flora subacque date per morte, delfini in laguna che neanche in aquapark, e tutta la retorica della Venezia ritrovata e a misura di uomo (e donna, sennò chi li sente i metooisti). Macché, poco anzi quasi niente di tutto questo, chi si aspettava un documento classicissimo sul momento irripetibile è andato deluso. Molecole è ianche quello, ma è perlopiù molto altro. Troppo. Con traiettorie e storie che si sovrappongono, si biforcano, ne generano altre in un gaddiano garbuglio. Con passaggi che funzionano e altri per niente.
Allora: figlio di un veneziano di ascendenze ebraiche trasferitosi poi a Padova, Andrea Segre torna da Roma dove vive a Venezia, in quella che resta nonostante i viaggi e gli esilii e gli allontanamenti la sua città-madre e matrice, e vuole finalmente filmarla. Non l’ha mai fatto, lo farà ora con l’intezione di affrontare – in un film e in un contemporaneo progetto a teatro – le due minacce che incombono sulla città, l’acqua alta e il turismo di massa. Poi arriva il virus, Segre resta in laguna in autosegregazione, con il suo film solo parrzialmente girato e adesso sospeso, costretto a confrontarsi con una Venezia desertificata e nello stesso tempo con le memorie di famiglia. Con il padre Ulderico soprattutto, di cui Segre riostruisce pezzi di vita attraverso il ricordo, lettere inviate e scarni messaggi ricevuti, e fillmati super8 girati dal padre e scoperti solo dopo la sua morte. Una reazione genitore-figlio più di silenzi che di parole, di pudori. È la parte migliore del film e non si capisce perché il regista non si sia concentrao su quel personale lessico di fcasa. Invece Molecole aggiunge, accumula. Gli incontri con pecatori e chi ha memoria della laguna com’era, prima delle ripetute acque alte. Poi il cambio di rotta, con il film che si metamorfizza e si fa, oltre che racconto personale, resoconto della città insieme messa in ginocchio dal lockdown e dal lockdown restituita a sé stessa, finalmente. Sono elementi di reale diversi che raggiungono un loro complicato equilibrio raramente, quando Segre ripropone in immagini e parole il mito – il cliché? – di Venezia città di spettri, sospesa tra la vita e l’oltrevita, paesaggio di mosteri gotici. Allora anche i fantasmi di famiglia rievocati si saldano in un intreccio. Ma la maggior parte del film si dissocia in una miriade di frammenti che vagano come corpuscoli nello spazio schermico senza mai incontrarsi. Molecole autoreferenziali, blindate in sé stesse. Un ottimo score di Teho Teardo aggiunge suggestioni e sospensioni. Purtroppo la voce fuori campo dello stesso Andrea Segre è soverchiante, di un lirismo non sempre tenuto a freno. Si pensa, per come si riallacciano memorie, per come si interroga il passato e si cerca di rtarne un senso, a all’uso del voice over in Marguerite Duras (Hiroshima mon amour, India Song), in Resnais-Robbe Grillet (L’anno scorso a Marienbad). Purtroppo si resta lontani da quei peraltro inarrivabili modelli. Anche l’occasine di un possibile metafilm su unfilm che deve riaagomarsi e ridisegnarsi in corso d’opera afronte di eventi non controllabili non viene sfruttata davvero.
(Certo non è bello avvertire il livore con cui tanti veneziani in Molecole parlano di turisti. Che spesso degenrano come non in orde barbatiche, ma portano soldi. In fondo anche noi pubblico e stampa del Festival  siamo turisti a Venezia, anche se abbiamo un’autostima troppo alta per ammetterlo. E sentire quanto i veneziani possano detestarci non è piacevole. In Molecole si parla, giustamente e miolto, di acqua alta e dei suoi effetti. E anche qui inconsapevolmente,Andrea Segre finisce col rivisitare un altro cliché, quello romantico e più tardi decadente della città che affonda, condannata, marcia nelle sue fondamenta, destinata a morire trascinando tutti nella melma della laguna, anche se la rivisitazione si maschera da denuncia. A proposito: niente sul MOSE?)

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