Venezia Festival 2020. Recensione: MILA (Mele), un film di Christos Nikou. Scuola Lanthimos

Mila (Mele) di Christos Nikou. Con Aris Servetalis, Sofia Georgovasili, Anna Kalaitzidou, Argyris Bakirtzis. Orizzonti.
Sembra di tornare al primo Lanthimos di Dogtooth e Alpis con questo Mila del talentuosissimo Christos Nikou. Una strana epidemia rende smemorate masse di persone. Aris è uno di loro. Ma la terapia cui viene sottoposto spalanca abissi inquietanti su di lui e su chi lo cura. Primo film-rivelazione di questo Venezia Festival. Voto tra il 7 e l’8
Fino alla prima stesura di questo pezzo – mercoledì 2 settembre, ore 17:05 – il migliore dei quattro film visti finora (gli altri: Molecole di Andrea Segre, Lacci di Daniele Luchetti, The Book of Vision di Carlo S. Hintermann). Un film greco con dentro tutto quello che ti aspetti da un film greco che appartenga a quella che fino a qualche anno fa veniva chiamata la new wave ellenica e oggi non più così nuova, anzi con i suoi capifila Yorgos Lanthimos e Athina Tsangari ormai consacrati maestri. Oltretutto parlato (e pure scritto: mi riferisco ai credits) in greco, una delle lingue più belle del mondo. Perché ci sono pure le brutte e le orrende a sentirsi, cacofonie, poltiglie, marmellate di suoni, e non dico quali, comunque alcune parlatissime universalmente. Con dentro, questo Mila/Mele, l’impassibilità e l’implacabile constativita che fu del periodo primo e più fecondo di Lanthimos, la collaborazione con lo sceneggiatore Eftimis Filippou. Dogtooth naturalmente e il successivo e ancora sottovalutato Alpis, da cui Christos Nikou, il regista di Mila/Mele, riprende l’idea di recitare una vita che non è la propria; e se là erano uomini e donne di una laida agenzia che a pagamento impersonavano i defunti per la consolazione-illusione dei loro cari (mariti, mogli, genitori, amanti), qui a essere indotti a interpretare un’altra esistenza, ad assumere una nuova identità sono degli smemorati sotto la sorveglianza di un’equivoca coppia di terapeuti.
Par di capire – il film si svolge nella distopia di un passato prossimo o futuro anteriore, un’era analogica e ingenua che ancora non conosce computer e smartphone o se li è dimenticati, e trattasi di distopia una volta tanto meno gratuita e fastidiosa di quelle che ormai ci riversano addosso serie e cinema. È che un’epidemia, ogni riferimento al Covid non è certo voluto (i tempi di produzione di Mele e della nascita cinese del virus non coincidono), ha creato una moltitudine di individui colpiti da amnesia. Alcuni vengono riconosciuti e recuperati dai familiari, altri – gli ignoti – vengono lasciati come oggetti inutili e non identificabili negli ospedali. Aris, un uomo ancora giovane dai modi educati, è uno di loro, un oggetto smarrito. Il responsabile del reparto e la dottoressa che si occupa del recupero pazienti lo hanno particolarmente attenzionato e convinto a inserirsi nel programma Nuova Identità (sembra di essere in Philip K. Dick, ma il senso del quotidiano e il minuto realismo di cui è intriso Mila/Mele conducono da tutt’altra parte). Una cassetta registrata indicherà di volta in volta a Aris i compiti di quella che viene spacciata per una cura e che invece, chissà, potrebbe essere un piano di manipolazione e ricondizionamento (ma è solo uno dei possibili infiniti sottotesti del film, sempre tenuto sul piano della pura fattualità, senza inerpicarsi pe fortuna in scenari di sentenziosa e complottistica sci-fi). Al paziente Aris viene assegnato un piccolo appartamento, tra i compiti da eseguire quello di andare in un club, rimorchiare una lap dancer, farci l’amore. Ogni azione suggerita e di fatto imposta dovrà essere dal paziente fotografata, ovviamente con una polaroid come vuole la voga ottantistica-Stranger Things. Ma c’è altro, che dobbiamo intuire oltre la patina glaciale impressa da Nikou sui suoi personaggi e sul racconto. Forse, al di là della nuova identità recitata ce n’è un’ulteriore o anteriore esistenza. Forse. Il film, come vogliono le regole del cinema alto e da festival, mostra ma non spiega (il cosiddetto spiegone è considerato dai critici più fini o che pensano di esserlo o vogliono esserlo come il massimo del cheap), taglia via ogni possibile evoluzione narrativa che sappia di entertainment, non ci dà un finale e lascia a noi trovarlo o immaginarlo. Si gioca ancora una volta – Pirandello ora e sempre! -, ma senza pedanterie o birignao arty, sulla falsificazione, la simulazione, la fragilità delle identità. Christos Nikou riprende lo sguardo asimentale e aparentemente non partecipe dei Lanthimos-Filippou, descrive come naturale e ovvia la deriva della presunta normalità verso un mostruoso quotidiano di sopraffazione e violenza mascherata, svuota i suoi personaggi di ogni palpito per trasformarli in sonnambuli, automi, come posseduti da cose venuto da un altro mondo. Gli occhi di Aris Servetalis, l’eccellente protagonista, non aprono a nessuna interiorità, sono solo specchi acquosi che riflettono l’altro. Eppure, nel suo apparentarsi alla new wave ellenica con il fervore del devoto, Nikou è più che un epigono. Evita ogni manierismo e reinterpreta la scuola greca con estro e senza troppe reverenze. Con dialoghi asciutti e impersonali ma che spalancano abissi sul nascosto, l’opaco, il non detto, dialoghi che in Italia nessuno riuscirebbe a scrivere con tanta chirurgica precisione. Troppo presto per dire se sia nato un autore, ma speriamo che la giuria di Orizzonti presieduta dall’ottima Claire Denis non lo trascuri. Quanto alle mele, che spuntano lungo tutto il film cariche di significati ora evidenti ora per niente, sono il frutto preferito di Aris. Quando le sostituirà con le arance capiremo che qualcosa di importante sta succedendo.

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