Venezia Festival 2020. Recensione: NIGHT IN PARADISE, un film di Park Hoon-jung. Il cinema coreano non delude mai

Night in Paradise (Nak-Won-Eui-Bam) di Park Hoon-jung. Con Eom Tae-goo, Jeon Yeo-been, Cha Seoung-won, Lee Ki-young, Park Ho-san. Fuori concorso.
Come in un Melville trasportato nella Corea contemporanea. Un giovane gangster duro e tosto ma dal cuore puro parte per un lungo viaggio di vendetta. Sarà solo l’inizio di una guerra tra bande, di una reazione a catena che porterà tutti all’inferno. Nichilista e insieme romantico-struggente. Con un’ultima mezz’ora sensazionale per come inscena la cerimonia del furore e del sangue. Voto 7+
Ci sono cinematografie segnate dalla grazia, baciate da un qualche dio. Prr dire: i film coreani, iraniani e rumeni non deludono mai. Una buona regola ai festival è di non perderseli, anche quando firmati da nomi non famosi e sperimentati. Fiducia ben riposta anche in questo Venezia 77. Il coreano Night in Paradise – l’impossibile titolo originale lo trovate sopra – è davvero un buonissimo noir, insieme classico e ultramoderno, con un finale incandescente che sfiora insieme il sublime e l’infernale. Un Melville se possibile ancora più disilluso e nichilista trasferito a Seul, Busan, nelle aree urbane di un paese cresciuto in fretta e oggi paesaggio ideale di storie di crimine, violenze, sangue, avidità, potere, possesso, onore, tradimento, vendetta, morte. Notte in paradiso – per dire che non c’è salvezza, non c’è redenzione, le tenebre sono dappertutto  – mette un scena una cerimonia del massacro che però non raggiunge la stilizzazione di altri signori dell’action orientale (John Woo, Takeshi Kitano, Takashi Miike), che anzi rompe la compostezza del rito in una frenesia vitalistica e mortuaria, in un furore incontenibile, in una erotizzazione del ferire, uccidere, far male, farsi male che non ha comunque niente dei compiacimenti sadistici o delle pulperie dei decenni ultimi di cinema. C’è una necessità nell’ancora giovane Park Hoon-jung, un’urgenza che non si trova, tanto per citare un nome ineludibile, in Tarantino. Vengono in mente se mai certi western estremi, un Voglio la testa di Garcia di Peckinpah, un certo Samuel Fuller. Nessuna facile estetizzazione in Night in Paradise a ripulire i fiumi di sangue. Invece, un senso di sofferenza nei corpi e nelle anime che li porta letteralmente al punto di esplosione. Rabbie che erompono, anzi eruttano incontenibili. L’ultima mezz’ora, da un massacro all’altro, da una vendetta all’altra, è indimenticabile e riscatta anche quanto di meno buono s’era visto fino a quel momento. Se le scene d’azione sono sempre magistrali, cupe, veloci, estreme, Notte in paradiso perde quota quando si addentra nei suoi personaggi, peraltro figure disegnate senza troppi chiariscuri, secondo cliché immarcescibili, più che personaggi funzioni narrative alla Propp (grazie a Marcella Leonardi per avere ricordato e citato Propp nella sua recensione di Tenet). E quei dialoghi sempre spicci, ai limite della rozzezza, quelle mimiche facciali di stupori e languri che a noi gente d’Occidente sembrano sempre venire da una qualche forma teatrale d’Orente a noi sconosciuta e impenetrabile (ci sarà un Kabuki coreano? Un’Opera di Seul parente dell’Opera di Pechino?). Intendo, quel che di rozzo e sguaiato e volgare che abbiamo visto in tanto cinema maggiore coreano, ebbene sì, pure nel molto celebrato e premiato Parasite.
A un gangster giovanotto, duro e tosto ma dal cuore puro, uccidono le uniche persone care che gli erano rimaste al mondo e allora lui partirà per il suo lugubre viaggio di vendetta, perché sangue esige sangue e la morte si può riparare solo con un’altra morte. Ma la missione vendicatrice si indirizza verso un bersaglio sbagliato e da lì sarà una reazione a catena, azione e reazione, un’escalation mimetica per citare René Girard, gang rivali a scontrarsi e Tae-gu, il protagonista, a essere ora soggetto ora oggetto di vendette incrociate. Nemmeno l’approdo su un’isola apparentemente lontana dai pericoli e l’incontro con una ragazza bella e segnata basteranno a redimerlo. Meglio non dire oltre, se non che ancora una volta lo schema primario dell’Eroe solo contro tutti che va impavido verso il suo destino funziona magnificamente. Con il regista bravo fino al virtuosismo nel restituirci atmosfere urbane malate e fosche, riti criminali spietati e insieme regolati da codici ferrei. Il noir ancora una vola rinasce a Oriente, e vorrà pur dire qualcosa sui nuovi equilibri nel cinema e non solo.

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