Venezia Festival 2020. Recensione: QUO VADIS, AIDA?, un film di Jasmila Žbanić. Srebrenica, luglio 1995

Quo Vadis, Aida? di Jasmila Žbanić. Con Jasna Đuričić, Izudin Bajrović, Boris Ler, Dino Bajrović, Boris Isaković. Concorso.
Luglio 1995, Srebrenica: oltre ottomila musulmani vengono massacrati dalle milizie dell’autoproclamata Repubblica serba di Bosnia. Mentre le truppe olandesi dell’Onu scandalosamente non intervengono. Quo Vadis, Aida? ricostruisce fatti e antefatti con assoluta fedeltà, mostrandoceli attraverso la storia di un’interprete della base Onu che lotta per salvare il marito e i due figli. Una grande riuscita per la regista Jasmila Žbanić. Un film indispensabile che farà molta strada. Voto tra il 7 e l’8
Ci sono andato assai prevenuto. Colpa di una sguaiata e abbastanza ignobile commedia balneare dal titolo Love Island che la regista bosniaca di questo Quo Vadis, Aida? aveva portato a Locarno a metà degli anni Dieci (un filmaccio in cui la pur squisita Ariane Labed finiva stritolata). Sì, avevo letto che Jasmila Žbanić prima di Love Island aveva vinto nientedimeno che l’Orso d’oro a Berlino nel 2006 con Il segreto di Esma (mai visto), ma tale precedente non bastava a rimuovere il mio pregiudizio.
Mi sono dovuto ricredere. Quo Vadis, Aida? è un film indispensabile per quanto racconta e come lo fa. Primo film del concorso e già candidato al Leone d’oro, con la sua memorabile protagonista Jasna Đuričić in corsa per la Coppa Volpi. Eppure quanti musi lunghi e sopraccigli alzati all’uscita, quanti “è un film ricattatorio, troppo facile raccogliere applausi e convincere le giurie ricostruendo il massacro di Srebrenica”. Di solito concordo su narrazioni via stampa o via cinema che, non senza cinismo, ci pongono di fronte a questioni umanitarie, disastri ambientali, a misfatti di ogni tipo chiedendoci perentoriamenti di schierarci e indignarci. Pena la nostra inclusione a vita nella categoria degli insensibili, per non dire peggio. Ma stavolta no, stavolta bisogna stare dalla parte di questo film che ricattatorio non è, che mostra con forza ma senza ricorrere a lenocini sentimentalisti e basse manovre la carneficina di Srebrenica durante la guerra bosniaca e i suoi prodomi, gli sviluppi, i tentativi inutili o i non tentativi di fermare i boia. Oltre ottomila musulmani, tutti maschi, della città furono ammazzati e fatti sparire nelle fosse comuni. Era il luglio 1995 e l’orrore accadde alle porte dell’Italia, appena oltre l’altra sponda dell’Adriatico. In Europa, non in qualche plaga remota d’Africa o Asia.
Già altri registi hanno ripercorso quegli eventi e denunciato, ma nessuno, mi pare, come Jasmila Žbanić, che in Quo Vadis, Aida? mescola audacemente con la massima naturalezza e senza stridori stilistici il realismo quasi documentario con una traccia narrativamente portante fictionale, una vicenda privata con al centro una donna e i suoi uomini, il marito e i due figli sui vent’anni. Donna forte e capace, Aida, insegnante prima dela guerra e adesso interprete alla base Onu appena fuori città con un contingente olandese che dovrebbe garantire la sicurezza di Srebrenica e di chi la abita. Ma le milizie di Mladic, milizie della autoproclamatasi Repubblica serba di Bosnia scrupolosamente impegnate nella pulizia etnica, espugnano Srebrenica, mentre la popolazione scappa. Molti riescono a rifugiarsi nella base Onu, anche se la gran parte rimarrà fuori dai cancelli, sperando di farcela a entrare nel compound. Perché sanno cosa significhi finire nelle mani nelle squadracce di Mladic, che intanto si fanno sempre più minacciose e riescono perfino a penetrare – grazie all’incomprensibile arrendevolezza dei soldati olandesi – nella base per controllare se vi siano guerriglieri armati. Si tratta con il mostro Mladic, si arriva a un accordo che ai più attenti, e Aida è tra questi, suona come una trappola tesa dai serbi.
Il lato vincente di questo film sta nel mostrarci la Storia attraverso la microstoria, che però infinite altre riassume, di Aida e dei suoi tre uomini di casa. È lei a dominare in famiglia, lei a capire quanto sta succedendo, lei a tentare l’impossibile per mettere in sicurezza marito e figli. Un’eroina, ma un’eroina non così esemplare. Il buono di questo film sta anche nel non tacere di fronte al familismo di Aida che non esita a sfruttare la propria posizione privilegiata di interprete per far ottenere ai suoi un salvacondotto che agli altri di Srebrenica non verrà mai concesso. Prima i legami di sangue, a qualunque costo: sembra questa la legge che la guida. Intanto assistiamo all’inettitudine dell’Onu. Quando il comandante chiama i vertici dell’organizzazione per invocare rinforzi e chiedere come agire non troverà nessuno a rispondergli. Il film sembra prima assolvere i soldati olandesi, salvo poi mostrarci l’ignavia dei loro responsabili nel momento cruciale. Se ricordo bene, ci furono successivamente inchieste che sgravarono i vertici della base di ogni responsabilità, eppure la sensazione che non si sia agito come si sarebbe dovuto resta forte dopo la visione di Quo vadis, Aida? Srebrenica segnò la disfatta morale dell’Onu, ne indicò i suoi limiti, la lentezza nei processi decisionali, una questione che ancora oggi rimane aperta.
La riuscita di Jasmila Žbanić è davvero grande. Il massacro è come raccontato dall’interno, da chi in quel mondo e in quella cultura è cresciuto. Le facce, le parole, i gesti, il linguaggio del corpo, dei corpi. Tutto è credibile e realistico in un misura che dire impressionante è poco. Nessun autore venuto da fuori avrebbe potuto fare altrettanto. Si vede che Jasmila Žbanić parlando della sua gente parla anche di sé, che la Storia è anche la sua storia ed è bravissima nel farcela sentire anche nostra. Certe annotazioni non si dimenticano. Aida che riconosce tra i soldati che stanno portando all’esecuzione un autobus carico di musulmani un suo ex allievo (e lui che sorridendo la saluta da lontano); la signora musulmana che all’incontro con Madlic in cerca di un accordo riconosce tra gli scherani del boia l’ex compagno di banco. Si guarda il film, l’odissea dei morituri, la corsa di Aida per salvare il suo uomo e i suoi figli, letteralmente con il cuore in gola, in un tensione che nessun thriller riuscirebbe a replicare. Come si fa a non provare un brivido quando Aida vede partire un camion carico di condannati al massacro e, disperata, cerca di fermarlo. È Anna Magnani, è Roma città aperta.
(Nota: a Srebrenica le squadracce di Mladic separarono le donne e i bambini dagli uomini, uccidendo i secondi. Ci sono situazioni e momenti storicii in cui essere maschi non è un privilegio ma una condanna, ogni tanto è il caso di ricordarlo.)

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