Venezia Festival 2020. Recensione: KHORSHID (Sole), un film di Maji Majidi. Ragazzi di strada a Teheran

Korshid (Sole – Sun Children), un film di Maji Majidi. Con Ali Nasirian, Javad Ezzati, Tannaz Tabatabaie, Rouhollah Zamani, Seyed Mohammad Mehdi Mousavi Fard, Shamila Shirzad, Abolfazl Shirzad. Concorso Venezia 77.
Dall’Iran il film di un venerato maestro che segna il ritorno a Venezia del cinema com’era, un cinema di narrazione, solido, sanamente popolare nella sua denuncia di miserie e sopraffazioni. Come un De Sica-Zavattini, come certo Yussef Chahine. Si parla di bambini di strada e di una scuola che cerca, con pochi mezzi e molto impegno da parte dei resonsabili, di salvarli dal “fango della metropoli”. Cinema-cinema vigoroso, primario, come in Occidente non si fa più. Voto 8
È un concorso veneziano che segna, con un pugno di film ragguardevoli, il ritorno a un cinema di tradizione, narrativo, di solida fattura e scrittura, senza ubbie e vezzi sperimentalisti. Che va diritto al racconto senza estenuazioni formali. Penso a Andrei Konchalovsky (bellissimo, da Leone, il suo Cari Compagni! fino a dieci minuti dalla fine quando purtroppo implode per un’imperdonabile grossolanità di sceneggiatura), penso al film su Srebrenica Quo Vadis, Aida? E a Khorshir/Sole. Si allarga il cuore e si respira di soddisfazione a pieni polmoni nonostante la mascherina obbligatoria nel vedere questo film di un venerato maestro ormai sessantenne del cinema iraniano già a Cannes, Berlino, San Sebastian con i suoi lavori precedenti, uno che il cinema l’ha attraversato in tutti gli anfratti non facendosi mancare niente, compreso un biopic nel 2017 sul profeta Muhammad (please, non dite Maometto, non si usa più, non sta bene, suona dispregiativo) dal titolo ultradidascalico Muhammad Messenger of God.
In Khorshid siamo a Teheran, in una scuola che, senza alcun sostegno pubblico, cerca di sottrarre al degrado i bambini di strada e di dare loro un’istruzione e magari un futuro. Responsabili e professori se la devono vedere non solo con la mancanza di mezzi, ma anche con i loschi figuri che usano i ragazzini per i propri traffici. Siamo sempre a Charles Dickens (e un po’ pure a De Amicis), ai poveri infanti manipolati e sfruttati e ai mostruosi adulti che se ne approfittano. E però con che energia Maji Majidi dipana la sua narrazione, fino a una conclusione di straordinario impatto, anche cinematografico e visivo. Ali e i suoi tre amici devono sbattersi in una quotidiana lotta per la sopravvivenza per via di famiglie distrutte o inesistenti alle spalle (padri alcolisti o tossici o defunti, madri malate ecc.). Finiranno anche loro nella scuola del Sole (da cui il titolo), ma solo perché così vuole il boss che li manovra e a cui interessa che accedano agli scantinati per realizzare un suo piano criminale. Si pensa a tutti i bambini del cinema buttati nel fango delle metropoli, da Sciuscià a City of God al recente Cafarnao, si pensa a certo Yussef Chahine anni Cinquanta come quello di Central Station. Cinema popolare nel senso migliore, sanguigno, vigoroso, coinvolgente, che sa parlare a ogni pubblico e comunicare rabbia e indignazione. Ma che ha anche il senso del ritmo e dello spettacolo. Chi cerca nel cinema l’azzardo stilistico, la forza della sperimentazione resterà indifferente a Sole, anzi lo stigmatizzerà come bieco, ruffiano a ricattatorie (come successe a due Cannes fa con la Nadine Labaki di Cafarnao). Ma signori, questo è cinema-cinema. Di cui noi italiani eravamo i maestri e che adesso non si fa più né in Italia né tantomeno nel resto d’Occidente. E ancora una volta viva il cinema iraniano. Dettagli significativi: si parla molto di droga, eroina in testa, a ribadire che la tossicodipendenza è in Iran problema quasi di massa. Sole solleva il velo anche sulla condizione dei rifugiati afghani, trattati come paria, senza diritti, sempre a rischio di essere internati in campi profughi o espulsi. E poi dicono che il cinema non serva a niente.

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