Venezia Festival 2020. Recensione: THE DISCIPLE, un film di Chaitanya Tamhane. Viaggio nel Raga

The Disciple (Il discepolo) di Chaitanya Tamhane. Con Ditya Modak, Arun Dravid, Sumitra Bhave, Kiran Yadnyopavit. Concorso.
Due ore di immersione nel Raga (o Rag?), la musica classica indiana. Ipnotico. Un mondo che il regista ci fa conoscere attraverso la storia di un giovane uomo che di quella musica è intossicato e ne vuole diventarne un virtuoso. Voto 7+
Stampa e spettatori divisi. Convinti-entusiasti contro odiatori assoluti. Due ore e qualcosa di ipnotica musica classica indiana, meglio: dell’Hindustan, il Nord del paese. Se ho ben capito, chiamasi Rag o Raga, modulazioni strumentali e vocali ripetute all’infinito con strumenti autoctoni e altri che mi son parsi importati dall’Occidente e riadattati (scusate l’approssimazione, ma non sono un esperto del ramo). Bisogna non odiarlo il Raga, non farselo venire a noia, bisogna sapercisi abbandonare per sopportare questo film. Che è bello, a tratti molto. A noi biechi occidentali(sti) questa immersione in una scuola musicale tanto remota e altra, nelle sue infinite correnti e varianti – si va dal rispetto più rigoroso della tradizione agli ibridismi e imbastardimenti pop – può ricordare per qualche affinità di superficie l’altmaniano Nashville, se non altro perché sia qui che là la musica è l’epicentro della narrazione, non i personaggi che le ruotano intorno e stanno al suo servizio. Anche se l’autore, rivelatosi qui a Venezia qualche anno fa a Orizzonti con il bellissimo Court (anche lì c’entrava la musica), ha l’astuzia di usare per il suo tortuoso viaggio nel Raga come dispositivo narrativo e guida, testimone, la figura di un uomo che da quella musica è posseduto di nome Sharad Nerulkar. Lo vediamo da ragazzo prendere lezione di canto da un anziano maestro, lo vediamo in flashback bambino con il padre che gli inocula quella passione che gli segnerà la vita (osteggiato dalla consorte che per il figliolo vorrebbe passioni più normali e economicamente redditizie), lo ritroviamo più tardi finalmente quasi-star e produttore musicale. Intanto le storie e le infinite facce del Raga si incrociano e, come in Song to Song di Terrence Malick, introducono nuovi personaggi o ne rievocano altri del passato. Come la leggendaria virtuosa che non si concedeva al pubblico e cantava solo per i devoti. Un film fluviale, anche nel senso di una struttura interna che sembra riprodure la mappa di un corso d’acqua e delle sue ramificazioni (o, se volete un film rizoma). Ottima prova di regia di Chaitanya Tamhane, che guarda ai grandi cineasti del suo paese e mostra un controllo del film da maestro.

 

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