Venezia Festival 2020. Recensione: MISS MARX, un film di Susanna Nicchiarelli. Una vita ritrovata

Miss Marx di Susanna Nicchiarelli. Con Romola Garay, Patrick Kennedy, John Gordon Sinclair, Philip Gröning. Concorso Venezia 77.
Storia di Eleanor Marx detta Tussy, la minore e più impegnata delle tre figlie dell’autore del Capitale. Segreti e contraddizioni all’ombra di un padre troppo illustre. Una vita di infelicità e desideri inappagati. Un biopic non convenzionale. Voto tra il 6 e il 7
Scarsi applausi alla proiezione stampa in Darsena, il posto giusto per cogliere umori e malumori. Dicevo, scarsi applausi (più dagli stranieri che dagli italiani oltretutto) e molti musi lunghi. Il trionfo dell’eccheppalle e del ma che è  ‘sta roba. Peccato. Miss Marx è film degno che si merita qualche attenzione in più e rispetto, girato da un’italiana in inglese e con un cast davvero internazionale come pochi nostri autori sono in grado di mettere insieme. Non si respira mai aria di provincialismo in Miss Marx, i dialoghi, ricchi e benissimo scritti, non hanno l’aria di essere stati tradotti dall’italiano. E già questo è un risultato. Credo che i molti no raccolti da questo film di Susanna Nicchiarelli, reduce dall’inaspettato ottimo esito di Nico, 1988 (vincitore della sezione Orizzonti qui a Venezia), siano più semplicemente dovuti alla diffficoltà per gran parte del pubblico e, ebbene sì, della stampa di districarsi nel groviglio di personaggi, parentele, movimenti politici e fatti storici rievocati e ri-messi in scena. Già di Karl Marx si ha un’immagine più mitologica che ancorata alla storia, assai approssimativa e annebbiata rispetto al reale, figuriamoci quando si parla come qui della sua famiglia, delle sue relazioni private, del lungo sodalizio con Friedrich Engels suo amico fraterno, collaboratore e finanziatore (di lui e della famiglia Marx tutta, anche dopo la morte di Karl). Si parla di Comune di Parigi, del Capitale, di lotta di classe e spettri che si aggirano per l’Europa, e cosa mai volete che ci capisca un mediomunito di badge da festival? Certo, rigetto e stroncature del film verranno giustificati con le mille retoriche e gli artifici linguistici di tanta critica, jeune e vieille che sia, a coprire quella che, semplicemente, è difficoltà a muoversi nei meandri della Storia. Miss Marx non avrebbe mai trovato un produttore se non ci fosse stato il precedente, e sorprendente, successo (ovvio, solo nel circuito arthouse, mica nei multiplex) del bellissimo Il giovane Marx di Raoul Peck. Se là si raccontava soprattutto di come il filosofo venuto da Treviri elaborò le basi della sua teoria e pratica rivoluzionaria e di come si inserì nel quadro di un movimento operaio dalle molteplici personalità spesso tra loro in contrasto acerrimo, qui Susanna Nicchiarelli racconta il Marx privato, il Marx di famiglia, e lo fa da una prospettiva laterale, ricostruendo la biografia di Eleanor detta Tussy, la terza figlia di Marx, e di tutte la più acuta e devota al padre, tanto da farsi custode del suo pensiero e della sua memoria. Naturalmente conta molto in un simile progetto filmico la cultura neofemminista, la rivisitazione di eventi, fatti, cambiamenti sociale attraverso figure di donne rimaste in ombra. E però Miss Marx si riallaccia pure alla tradizione delle vite dei grandi raccontate nel privato, spiate dall’occhio di chi ha potuto osservare ma non occupare il centro della scena.
Il rischio dell’operazione, come sempre nei biopic, era quello di una ricostruzione fedele ma pedante, di minuzioso descrittività paratelevisiva e di piattezza formale altrettanto paratelevisiva (mi riferisco alla tv prima della serialità attuale). Nicchiarelli aggira bene l’ostacolo con una scrittura nitida, di una complessità leggera che sa restituire i personaggi e l’aria del tempo. Soprattutto, in modi per niente convenzionali, procede per ellissi, concentrandosi sulle tappe fondamentali nella traiettoria di Eleanor/Tussy e omettendo giunzioni e suture non necessarie. Imprimendo al film un ritmo discontinuo, a contrasto con la perfezione visuale da tableaux vivants della messinscena. E del suo Nico, 1988 conserva un’impronta genuinamente rock, per via delle musiche e per una scena in cui scatena nella danza Eleanor (bravissima Romola Garai) neanche fosse in un club berlinese del periodo Bowie/Heroes. Scelta richiosa che incredibilmente funziona. Non ci si annoia mai a seguire le trame e sottotrame di famiglia, i segreti, le contraddizionidi Karl Mark, rispettato da Nicchiarelli ma non trasformato in totem intoccabile. E si segue il folle e disperatissimo amore di Tussy per un uomo che non la merita e da cui non si saprà sottrarre né salvare (relazione tossica!, si direbbe oggi). Ma il film è anche riscoperta di una donna che, pure schiacciata da una vita infelice e da un padre troppo ingombrante, sa essere militante, organizzatrice politica, anticipatrice delle battaglie femminil-femministe (il suo discorso sulle donne oppresse anche all’interno del movimento opraio è di una lucidità impressionante).
Dei tre italiani visti finora in concorso – oltre a Miss Marx, Padrenostro di Claudio Noce e il deludente Notturno di Gianfranco Rosi – questo è il migliore. Romola Garai si aggiunge al già nutrito gruppo di eccellenti attrici in corsa per la Coppa Volpi. Philip Gröning, il gran regista tedesco di Il grande silenzio, La moglie del poliziotto e Mio fratello si chiama Robert ed è un idiota, appare brevemente come Karl Marx. Un altro tocco cosmolpolita e finemente intellettuale di questo film così poco locale, così poco privinciale.

Questa voce è stata pubblicata in cinema, Container, festival, film, recensioni e contrassegnata con , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.