Venezia Festival 2020. Recensione: PIECES OF A WOMAN, un film di Kornél Mundruczó. Trauma e dissoluzione

Pieces of a Woman di di Kornél Mundruczó. Script di Kata Weber. Con Vanessa Kirby, Shia LaBeouf, Ellen Burstyn. Concorso Venezia 77.
Martha e Sean stanno bene insieme, ma un trauma imprevedibile cambierà tutto. Ennesimo film sulla crisi di una coppia, che però non si ferma ali solito psicologismo ma allarga il quadro a altri aspetti. Come le differenze di classe e il peso del denaro. Si potrà ancora dire disturbante? Ecco, questo Pieces of a Woman, di un regista ungherese al suo primo film americano, lo è. Vanessa Kirby e Elen Burstyn in corsa per la Coppa Volpi. Voto 7 e mezzo
Primo film in inglese del magiaro Kornél Mundruczó, che si rivelò a Cannes 2014 vincendo con White God Un Certain Regard e che sempre a Cannes, ma in concorso, un paio di anni dopo avrebbe floppato con Una luna chiamata Europa, troppo fuori da canoni e codici festivalieri per piacere alla critica internazionale che non ama il rischio. Se in quei due film c’era una vena di surrealismo e pure espressionism o assai centroeuropeo, in Pieces of a Woman siamo, almeno apparentemente, in un cinema più classico e composto, meno spurio, meno azzardato, senza incursioni fuori dal realistico-cronnachistico quotidiano. Eppure un filo neanche troppo sottile collega questo lavoro ai due precedenti di Kornél Mundruczó ed è la sgradevolezza, un che di malsano che traspare da ogni inquadratura. Cifra, tonalità dominante, come in due suoi colleghi più maturi e illustri non tropp lontani da Budapest, operanti a Vienna, come Ulrich Seidl e Michael Haneke. Tutti i personaggi di Pezzi di una donna (forse suona meglio Una donna a pezzi) – lui, lei, la madre di lei, la cugina di lei nonché amante di lui – mostrano in corso di visione il loro lato oscuro, talvolta odioso e repulsivo, sempre brusco, scostante. La loro non è la carica negativa del villain, è quella di una normalità che non dissimula le proprie ignominie, la meschinità, l’avidità, l’egocentrismo, l’uso manipolatorio, di controllo e dominio, del denaro. O solo una bizzarra non socialità. Pieces of a Woman nasce testo teatrale scritto dalla partner (credo anche nella vita) di Mundruczó, Kata Weber, da lui messo in scena a Varsavia e quindi traslato in inglese e riambientato a Boston fino a diventare questo film. Confermando come gli autori centroeuropei, da Billy Wilder a Polanski a Forman, sappiano trapiantarsi molto bene in terra americana, impresa quasi impossibile per i nostri. Ancora una volta, dopo Storia di un matrimonio e Lacci, assistiamo alla progressiva dissoluzione di una coppia. Sembra solida la relazione tra Martha e Sean, fino a quando un trauma, la perdita della loro figlia subito dopo il parto,innescherà una reaziione a catena. Parto che Martha ha voluto fermissimamente in casa. Solo che la ginecologa che l’ha sempre assistita non può intervenire quando cominciano le doglie, ecco arrivare invece un’ostetrica mai conosciuta prima.
Mundruczó ci mostra quasi in tempo reale, attraverso la macchina da presa che in lunghi piani sequenza prdina i personaggi all’interno dell’appartamento, il parto in ogni sua fase, con la progressiva disperazione dei due, con l’ostetrica troppo esitante nel chiamare l’ambulanza. Mezz’ora di cinema concitato e virtuosistico, ultrarealista (e però quella neonata tutta linda senza una traccia di sangue e altri fluidi corporali addosso tradisce la costruzione, l’artificialità della scena nonostante l’apparente adesione al vero), certo non consigliabile alle partorienti. La bambina muore, l’ostetrica denunciata per malpractice e subito fatta capro espiatorio. Assisteremo al progressivo spappolamento di una coppia che sembrava inssidabile, tra accuse reciproche per quanto è successo. L’abilità di Mundruczó e di Kata Weber sta nel non fermarsi al lato strettamente psicologico ma di inckudere in questa anatomia di un matrimonio altre contraddizioni, altre lesioni e ferite, altre contraddizioni latenti.  In primis la differenza di classe, Martha di famiglia altoborghese con madre invasiva e prepotente che tutti controlla dalla sua villa patrizia in stile neoclassico-bostoniano, Sean un bluecollar, un lavoratore edile (sta costruendo un ponte, subito utulizzato, e lo si poteva francemente evitare, quale metafora di quanto man mano succede ai due). Ed è diversa la loro elaborazione del lutto, diverse le appartenenze culturali. Martha è di famiglia ebraico-ungherese e la madre, custode del passato, glielo ricorda anche bruscamente, Sean in quel contesto sembra e resta un estraneo. Kornél Mundruczó e Kata Weber disegnano una geografia di relazioni familiari e sociali sempre a rischio collasso. Tutto può finire, tutto può cambiare, tutto è precario. Film ostico, anche repulsivo, senza il minimo cedimento sentimentale: un quadro clinico. E che attori. Vanessa Kirby, gran protagonista di questo concorso (è notevole pure in The World to Come di Mona Fastvold), restituisce tutta la complessità di Martha, Shia LaBeouf in un’altra delle sue interpretazini coraggiose, ma a dominare è Ellen Burstyn, la matriarca che conduce i giochi e influenza le vite di tutti. Burstyn e Kirby in corsa per la Coppa Volpi, ma sarà gara dura, in questo concorso sono parecchie le interpretazioni femminili memorabili (molte meno quelle maschili).

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