Venezia Festival 2020. Recensione: PADRENOSTRO di Claudio Noce. Delusione italiana

Padrenostro di Claudio Noce. Con Pierfrancesco Favino, Barbara Ronchi, Mattia Garaci, Francesco Gheghi. Concorso Venezia 77.
Ritorno agli anni Settanta, i peggiori della nostra vita. L’agguato di un gruppo armato rivoluzionario a un magistrato ripercorso dal punto di vista del figlio di dieci anni. Idea niente male. Peccato che a impiombare Padrenostro siano i toni da cattivo melodramma, la musicaccia gonfia e retorica (a parte la meravigliosa Impressioni di settembre della PFM), la scrittura piatta. Perfino Favino soccombe. Voto 4
Back to Seventies. E poi dicono che son stati anni bellissimi. Macché, fuono anni di m***a. E di piombo, come ognuno sa. Piombo nel senso doppio della pesantezza e dei proiettili, molti, sparati per le strade e piazza di un’Italia Infelix. Padrenostro torna là a quei tempi scuri, quando ogni giorno qualche gruppo armato, di sinistra estrema o di destra estrema ma più di sinistra (a destra si mettevanobombe, gli agguati a politici giudici giornalisti uomini d’azinda erano speialità gosciste, dalle BR in giù). Mi pare che nel film di Claudio Noce siano i NAR, Nuclei Armati Rivoluzionari – sigla autentica di allora che in nome della lotta armata reclutava intellò ma anche se ricordo bene criminali comuni poi politicizzatisi, magari in carcere – a sparare la mattina sotto casa, a Roma, al magistrato Alfonso Le Rose. Il figlio, un bimbo sveglio sui dieci anni, vede tutto dal balcone, anche se il padre (che si salverà) e la madre lo crederanno all’oscuro. Invece trauma! Trauma per Valerio, che elabora a modo suo, un po’ rifugiandosi in mondi immaginari un po’ confrontandosi con la realtà, compresi i compagni di scuola di provenienza lumpenprolateria che a suo padre danno dell’infame. Sarà un amico pià grande di nome Christian spuntato dal nulla a dargli una mana. O forse una spallata.
L’idea di rivisitare gli anni Settanta e la stagione degli attentati attraverso lo sguardo di un bambino non era niente male, peccato che il regista Claudio Noce (che in conferenza stampa ha parlato di un fatto simile accaduto alla sua famiglia) non ce la faccia a evitare toni melodrammatici e sentimentalisti da cattiva fiction veterotelevisiva. E poi scrittura piatta, musicaccia gonfia e retorica a accompagnare extradiegeticamente i climax, un bambino protagonista volonteroso e pure simpatico ma modestamente diretto e quindi modestamente recitante. Chi sia l’amico venuto dal nulla lo spettatore lo capisce dopo pochi minuti, solo l’ingenuo Valerio e la sua ancora più ingenua famiglia e perfino la scorta non ci riescono. L’infallibile Favino stavolta fallisce. Costretto a una non recitazione immobile da una sceneggiatura che gli è più d’intralcio che di aiuto. Sconciato da orrendi capelli tinti di nero corvino e basettoni anni Settanta grigiobianchi a contrasto. Inguardabile. Come quelle tappezzerie di casa Le Rose che dovrebbero fare tanto Seventiesa ma che nessuno allora anni si sarebbe mai messo alle pareti.

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