Venezia Festival 2020. Recensione: CARI COMPAGNI! (Dorogie Tovarischi!), un film di Andrei Konchalovsky. Rivolta ai tempi dell’Unione Sovietica

Cari Compagni! (Dorogie Tovarischi!) di Andrei Konchalovsky. Con Julia Vysotskaya, Vladislav Komarov, Andrei Gusev, Yulia Burova, Sergei Erlish. Concorso Venezia 77.
Giugno 1962, era krusheviana. Nella regione del Don scendono in sciopero gli operai di una fabbrica di locomotive, seguiti poi da altri lavoratori. Finirà in un massacro. Un episodio allora cancellato e riemerso in Russia solo negli anni ’80 (e da noi totalmente sconosciuto). Konchalovsky evita l’epica delle masse e ricostruisce i fatti dall’interno del Palazzo del potere, dal punto di vista dei burocrati del partito, dei miitari, del KGB. Con la storia privata di Ljuda, fervente stalinista cui toccherà andare in cerca della figlia scomparsa dopo la rivolta. Film da Leone d’oro fino a dieci minuti adll fine quando un grossolano colpo di scena rovina tutto. Peccato. Voto 7
Sarebbe il giusto Leone di questo Venezia 77. Peccato a che qualche minuto dalla conclusione il fino a quel momento meraviglioso e perfetto Cari Compagni! letteralmente imploda e si autodistrugga per una grossolana svolta patetico-drammatica di cui ovviamente niente di più si può dire. Sicché si pone la questione: come valutare un film grande per il 90 per cento della sua durata e pessimo nel restante 10?
Cari Compagni! ricostruisce una pagina dell’Unione Sovietica ai tempi del disgelo krusheviano riemersa in patria solo negli anni Ottanta e rimasta pressoché sconosciuta fuori dai confini ex-Urss. Eppure, quanta esemplarità in quei fatti – una rivolta operaia contro il sistema sovietico -, quale occasione nell’indagarli, nel riproporli al cinema, nel disseppellirli, per riflettere su cosa sia stato il comunismo con tuti i suoi lati tenebrosi nella parte orientale d’Europa. E siccome Konchalovsky non è un regista qualunque ma un signore che la sua visione di cinema l’ha perfezionata in decenni di carriera e di scelte eclettiche (per dire: ha esordito avendo come coregista Tarkovsky per poi emigrare a Hollywood dove si è benissimo integrato girando successi commerciali come A 30 secondi dalla fine, quindi ritorno a Mosca, e non ricordo se appena prima o subito dopo la caduta dell’Urss: mi pare dopo). Il risultato di tanta sapienza e uso di mondo e mondi differenti non è una semplice, diligente rievocazione degli eventi ma parecchio di più. Si riesuma qui la rivolta operaia nel giugno 1962 a Novocherkassk, regione del Don. Si diffondono voci di rincari dei prezzi di primari beni di consumo e di tagli dei salari ed ecco che la rabbia di colpo esplode. Sciopero!, folle di lavoratori esondano da tutte le fabbriche della zona, partendo da quella di locomotive (cosa di più realista-socialista?)  e vanno rabbiose a mettere sotto assedio il palazzo del potere locale dove sono riuniti i membri dell’apparato, i rappresentanti del partito, i governanti locali. Chiedono migliori condizioni di lavoro, più soldi: arriveranno gli uomini forti da Mosca,  l’esercito occuperà strade e piazze, scenderà in campo il KGB cone i suoi detective e i suoi cecchini. Si farà fuoco sui manifestanti e sarà massacro. Di cui ovviamente in Urss nulla si saprà per quasi trent’anni.
Che storia. Messa in scena da Konchalovsky abbandonando il respiro epico delle masse in rivolta e concentrandosi, come in un kammerspiel, nelle stanze del Potere. In quel palazzo che in città raccoglie gli uominie le donne della nomenklatura, imnprovvisamente destati dal torpore da qualcosa non solo di imprevedibile, ma di inaudito. Una rivolta operaia in un paese comunista è un non-sense, un paradosso. Semplicemente non può essere. Questo quanto pensano gli ottusi burocrati. Ma allora: che fare? Che devono fare i compagni qundo i compagni di ribellano? Naturalmente la prima reazione è screditare i rivoltosi, sono carogne, ex galeotti, teppisti, ciminali, sabotatori del Grande Progetto Comunista (come a Budapest 1956, dice qualcuno). La scelta vincente di Konchalovsky è questa, è di raccontarci la rivolta dall’alto della scala sociale comunista, dal punto di vista dei potenti, intrappolandoli intorno ai tavoli in lunghe, defatiganti, talvolta stupide discussioni. Scrutando le crepe che si aprono tra Mikoyan, il vicepremier mandato da Mosca, e i burocrati locali  e soprattutto l’esercito, di tutto l’arco del potere il più vicino al popolo e il più sensibile alle sue ragioni. E ancora, le contraddizione tra l’esercito e le forze speciali che fanno capo al KGB. Fino a suggerirci, Konchalovsky e il film, che nemmeno ai tempi dell’Urss il potere era così monolitico. A modo suo, un thriller trasformato dal regista  in una partita a scacchi in cui, ovvio, il vincitore è stabilito in partenza e i rivoltosi solo pedine da sacrificare. Così sarà. Morti nelle strade e piazze e subito fatti sparire in fosse comuni perché nessuno sappia.
Esattamente come in un altro film del concorso, il bosniaco Quo Vadis, Aida?, la Storia, il Grande Avvenimento, vengono attraversati e indagati seguendo come traccia la storia privata di una donna qui di nome Ljuda, stalinista convinta, parte integrante della nomenklatura locale, favorevole alla linea dura contro quegli operai che lei giudica teppisti e indegni della patria socialista. Ljuda, convinta che tutti i guai siano incominciati con la morte del Grande Dittatore el’arrendevolezza di Krushev alle richieste di riforme. Rappresentante di una generazin che affidandosi al Piccolo Padre era sopravvissuta all’invasione tedesca e la guerra l’avrebbe poi vinta. Niente ha scalfito il rispetto per Stalin in Ljuda, nemmno le rivelazioni di Krushev sui crimini di massa del tiranno. Ed è un altro colpo di gran cinema da parte di Konchalovsky mettere al centro della narrazione un’eroina imperfetta, sbagliata, che non sa capire e interpretare i segnali in arrivo dalla rivolta, eppure personaggio tremendamente umano, simbolo di tanta gens sovietica, che sarà direttamente coinvolta quando scoprirà che la figlie studentessa e affiancatrice dei rivoltosi è sparita. Forse uccisa. Forse sequestrata dagli occhiuti agenti del KGB. La sua ricerca davvero disperata della figlia tra morti ammassati all’obitorio e studenti catturati e blindati e portati chissà dove sembra la copia esatta dell’altrettanto disperata corsa di Aida nel film bosniaco per salvare i figli e il marito. Con un’altra affinità: le due attrici sono memorabili entrambe e entrambe degne della Coppa Volpi. Film necessario, agghiacciante quando ci mostra la fase della repressione e dell’occultamento delle prove e dei misfatti. Ogni testimone deve firmare un contratto che lo obbliga al silenzio, con rischio di pena di morte in caso di non ottemperanza. Ci si rende conto ancora una volta, e meglio di altre volte, di cosa fosse l’asfissiante sistema di controllo e manipolazione delle coscienze approntato dal comunismo sovietico. Se Eisenstein in Sciopero! e La corazzata Potemkin celebrava la rivolta contro lo zarismo e in nome di un cambiamento radicale, Konchalovsky chiude il cerchio un secolo dopo rovesciando quel paradigma. Con un altro sciopero, ma stavolta contro il sistema del socialismo realizzato, in un’inversione di segno e di senso politico che parecchio ci dice non solo della Storia, ma anche del cinema. Dopo tanta intelligenza profusa, fa rabbia che un film così (naturalmente in bianco e nero) incorra in un infortunio a pochi minuti dalla fine.

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