Venezia Festival 2020. Recensione: THE WORLD TO COME, un film di Mona Fastvold. Storia di Tallie e Abigail

The World to Come di Mona Fastvold. Con Katharine Waterston, Vanessa Kirby, Casey Affleck, Christopher Abbott. Concorso Venezia 77.
Stato di New York, prima metà dell’Ottocento. In una fattoria sprofondata in una valle solitaria vivono Dyer e l’inquieta moglie Abigail. Quando un’altra coppia, Finney e Tallie, si stabilirà vicino, tra le due donne nascerà un’attrazione cui né l’una né l’altra resisterà. Un pudico melodramma girato con delicatezza, alto senso dello stile e un rigore (quasi) bressoniano. Un piccolo grande film che qui a Venezia ha convinto tutti e si candida al Leone. Voto 7 e mezzo
Sarà Leone? The World to Come è il film che di più è piaciuto alle donne, unfilm diretto da una donna, con due donne protagoniste in una storia saffica, ma appena accennata e trattata con una delicatezza di tocco rara (tumulti del cuore sì per entrambe, ma solo baci, oltre non si va o almeno non ci viene mostrato). Dopo le polemiche dell’anno scorso sui giornali americaniper la scarsa quota di registe in concorso sarebbe l’occasione per il Venezia Festival di mettere tutto a posto. Oltretutto, pochi sarebbero i contrari, il film è piaciuto tra il molto e il moltissimo quasi a tutti, masculi e fimmene. Però. Però è film minimal-rigoroso, di una ascetismo quasi bressoniano (quasi), chiuso e come soffocato in interni spogli e tra cupi paesaggi perlopiù innevati e flagellati da venti gelidi. Forse troppo indie e di dimensione troppo raccolte per essere un Leone di quelli destinati a entrare negli annali. Intanto si saluta con soddisfazione l’esordio alla regia di Mona Fastvold, compagna di lavoro e di vita di Brady Corbet, l’attore lanciato come autore proprio qui a Venezia quache anno fa da Infanzia di un leader (vincitore del premio De Laurentiis).
Siamo nella prima metà dell’Ottocento nel nord dello stato di New York, in una fattoria sprofondata in una valle solitaria dove abitano tra fatiche quotidiane e un clima ostile il buon Dyer e la moglie Abigail, donna di delicata bellezza percorsa da un inspiegabile spleene forse affliita da qualche ansia bovaristica di fuga e, si direbbe oggi, di auturealizzazione. Abigail, che a un diario affida pensieri e parole di malinconica bellezza e introspezione e la sua insoddisfazione (e c’è come un’eco di Emily Dickinson). Un diario scritto grazie alla sua superiore educazione, che comunque non l’ha salvata dal finire in quel posto disgraziato accanto a un marito di comprovata bontà e tenerezza e sollecitudine ma da lei mai davvero amato. Finché un giorno un’altra coppia, Finney e la moglie Tallie, si stabilisce in una fattoria a poco distanza. Tra sguardi e visite innocenti e scambi di piccoli doni e inviti a cena una solida alleanza si stabilisce tra le due donne, entrambe frustrate e Tallie anzi oppressa e braccata da un marito rigido di tendenze violente. Succederà poi quello che era da subito evidente, l’avvicinamento dei corpi, le mani che si sfiorano, il bacio a rivelare a tutte e due la natura di quanto le lega. Non si può dire di più. Se non che il sogno di felicità e libertà di Abigail e Tallie si scontrerà con ogni possibile impedimento, secondo la legge dell’amore ostacolato che sta alla base di ogni melodramma, e qui di melodramma, benché trattenuto, sublimato e depurato da ogni accensione (incompatibile con la cultura puritana in cui le due donne sono immerse) si tratta. La prima parte è stilisticamente mirabile per come Mona Fastvold disegna personaggi e ambienti, secondo un’estetica a bassa intensità che si configura anche come scelta etica. E sembra davero di respirare in alcuni momenti il cinema dei maestri della sottrazione, Bergman, Bresson, Ozu. Poi la rarefazione contemplativa, man mano che l’innamoramento tra Tallie e Abigail si consolida, tende a allentarsi, emerge qua e là qualche sbavatura sentimentalista, e però tutta la parte finale ritorna a liveli alti, commovente com’è fino allo strazio pur in una cifra di estremo pudore. Eccellente esordio, ma forse è troppo presto per parlare di capolavoro e per un Leone. I due attori, Casey Affleck (anche produttore) e Christopher Abbott, lasciano giustamentee la ribalta alla squisita Katharine Waterston e a Vanessa Kirby, coppia femminile di cui ci ricorderemo a lungo, con una Kirby che tra le due lascia il segno più forte e nitido. Candidata alla Coppa Volpi, anche per l’eccellente prova fornita in Pieces of a Woman.

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