Venezia Festival 2020. Recensione: NEVER GONNA SNOW AGAIN (Non cadrà mai più la neve) di Małgorzata Szumowska e Michał Englert. Teorema a Varsavia (ma senza il genio di Pasolini)

Never gonna snow again (Non cadra mai più la neve; titolo originale in polacco Śniegu już nigdy nie będzie) di Małgorzata Szumowska e Michał Englert. Con Alec Utgoff, Maja Ostaszewska, Agata Kulesza, Weronika Rosati, Katarzyna Figura, Andrzej Chyra. Concorso Venezia 77.

Un quartiere-fortino per nouveau riches a Varsavia. Ogni giorno l’ucraino Zhenia, massaggiatore a domicilio, entra nel recinto di lusso per andare dai suoi clienti. Lo schema resta quello di Teorema di Pasolini: un misterioso visitatore-ospite che con la sua prsenza fa esplodere le contraddizioni della borghesia. Solo che qui, al di là della laccatissima messinscena, non succede niente di sigificativo, non c’è mai progressionea narrativa. Un altro film velleitaria e confuso dalla polacca Małgorzata Szumowska. Voto 4 e mezzo

La sopravvalutata Małgorzata Szumowska (in questo decennio un film peggio dell’altro, di solito presentati alla Berlinale e stavolta a Venezia: l’unico suo titolo da salvare resta In The Name of… su un prete polacco omosessuale) colpisce ancora, condividendo stavolta la responsabilità del misfatto con un coregista già suo direttore della fotografia. Per acchiappare consensi e magari strappare un premio astutamente cambia registro. Se l’abbiamo sempre conosciuta come autrice di cose esagitate e survoltate, per film di fremente corporalità come in un tardo Wertmuller però in versione polacca, stavolta opta per un stile signorile che dichiara subito le proprie ambizioni e l’altitudine arty. Inquadrature quasi sempre frontali a camera fissa come si usa nel cinema più contemplativo e di osservazione fenomenologica, lunghi silenzi, accorate riflessioni (indotte nello spettatore) sulla vacuità dei nouveaux riches di Varsavia. Il risultato è lo stesso dei suoi lavori precedenti, il poco, l’insignificante, il quasi nulla. Qui anche peggio del solito, perché la Malgorzata (scusate, la chiamo così da anni, da quando conobbi il suo cinema a una lontana Berlinale con Elles dove costringeva la povera Juliette Binoche a un furioso quanto imbarazzante per lei e per noi blow job) lancia esche drammaturgiche di ogni tipo senza poi trarne un arco narrativo decente, in un film eternamente bloccato alle proprie premesse, condannato a una ripetizione che non è scelta formale e linguistica, solo incapacità di approntare un qualsiasi disegno di racconto o di messinscena. E però siccome la signora stavolta la butta sell’elegante chic oltre che come sempre sulla denuncia sociale, molti a rimanerne ammirati e ipnotizzati.
Siamo in un’area residenziale per neoricchi varsavini (si dirà così?), un mondo separato, protetto da barriere e checkpoint, con assurde ptetenziosissime ville in stile incongruamente neoclassico-neocoloniale tutte uguali. Location fascinosa e sinistra, niente da dire, che dovrebbe suggerire conformismo e alienazione upper class ma resta solo uno sfondo inerte. Un giovane uomo di nome Zhenia, o almeno è così che si fa chiamare, di professione massaggiatore a domicilio, faccia da puglile e corpo possente (racconta di essere ucraino, nato in un paese vicino a Chernobyl) entra ogni giorno in quel recinto di lusso con il suo lettino portatile per andare dai suoi clienti, perlopiù signore, sicché attraverso di lui penetriamo in vari interni ognuno con la sua fauna di borghesia fallata, odiosa, ottusa, arrogante. Il tizio pare abbia dei poteri miracolosi, fa cadere in trance attraverso l’ipnosi i clienti, li fa regredire ai loro fantasmi psichici passati, li fa ridestare soddisfatti, rilassati, di una felicità artificiale. E se qualcuna gli chiede di scopare lui si concede, sempre con quell’inerzia-passività che forse è indifferenza, disgusto, forse mercenaria assenza di sentimenti. Non succede altro, benché si rimanga in attesa (non spamodica) di una qualche svolta, di un qualche accadimento. C’è pure un tocco di supernatural per via di certi poteri indotti dall’esplosione di Chernobyl. Non si capisce dove cosa il duo registico voglia andare a parare, assistiamo solo all’imperturbabile, catatonico protagonista con la sua faccia da pugile post-sovietico solo di tanto in tano solcata da un qualche lampo sardonico. Chiaro il modello fi tiferimento, Teorema di Pasolini, con lo schema dello sconosciuto-ospite che entra nelle case borghesi a portare a galla il rimosso, a fare esplodere le contraddizioni, come si diceva in quegli anni Sessanta-Settanta. Solo che qui il visitatore venuto da lontano non innesca nessuna crisi, nessun cambiamento, tutt’al più accende voglie e desideri (ed è l’unica vera affinità con il Terence Stamp pasoliniano). E allora, perché questo film dal lambiccatissimo titolo e inutilmente altezzoso e invece solo velleitario e confuso?

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