Venezia Film Festival 2020. Recensione: NOTTURNO, un film di Gianfranco Rosi. Siria, Iraq, Daesh

Notturno, un documentario di Gianfranco Rosi. Concorso Venezia 77.
Pornografia del dolore? Così si sussurra e si grida di indignazione nei commenti veneziani a proposito del nuovo film di Gianfranco Rosi, già Leone d’oro per Sacro GRA. Francamente, credo che i limiti di Notturno non stiano nell’immoralità dello “sguardo”, piuttosto nell’ essere confuso e ondivago rispetto al proprio oggetto. Se l’intenzione era di rendere conto di quanto è successo “sui confini fra Iraq, Kurdistan, Siria e Libano” (dalla sinossi sul sito del festival), l’obiettivo è clamorosamente mancato. Sequenze e singole storie anche folgoranti, però irrelate e sconnesse tra di loro senza mai incastrarsi in un insieme coerente. Voto 4 e mezzo
Quando fu proiettato alla stampa alla Berlinale 2016 Fuocoammare, che poi avrebbe vinto l’Orso d’oro, un giornalista spagnolo urlò a fine screening “vergogna! pornografia!”. Quel cartiglio di cinico sfruttatore dei dolori del mondo per farne cinema da premio è rimasto addosso a Gianfranco Rosi, più immeritato che meritato. Ma tant’è. L’accusa è rispuntata qui a Venezia subito dopo lo screening del suo nuovo Notturno nei commenti e nei classici scambi di opinione all’uscita dalla sala. Credo che qualcuno l’abbia anche scritta, questa cosa della “pornografia del dolore”: il solito Rosi incapace di trovare la giusta distanza, la giusta misura, dicono i detrattori. Questione di sguardo, e il suo, rincarano gli haters, è ambiguo, equivoco, non eticamente corretto. Accuse eccessive. Sappiamo come il confine tra esposizione e denuncia sacrosante, perfino necessarie, del male e sensazionalismo (una volta si diceva così, e chissà perché un vocabolo tanto preciso è stato mandato in pensione) sia labile, difficile da decifrare e incapsulare in argomentazioni razionali. Spesso la condanna dell'”immoralità dello sguardo” ha a che fare con percezioni soggettive distorte da parte di chi giudica, gravata da luoghi comuni e bias. Campo minato, nel quale non ho nessuna voglia di addentrarmi e non per codardia, è che come spesso capita non ho facili certezze da sbandierare come dogmi.
No, non ho notato smaccata exploitation in Notturno, nemmeno nella sequenza contestatissima del bambino yazida che attraverso disegni e parole racconta il calvario della sua gente per opera dell’Isis, anzi Daesh. Se mai ho trovato discutibile anche stavolta quello che non mi è mai piaciuto di Gianfranco Rosi fino da Sacro GRA, uno dei Leoni peggio assegnati nella storia del festival. Intendo la sua propensione a enfatizzare immagine e racconto, alla magniloquenza, alla retorica, anche alla tronfiaggine. Un Cecil B. De Mille del documentario che tende alla gigantografia. Cui si aggiunge un’estetizzazione del reale che cancella ogni patina sporca, che epicizza e gonfia dettagli non così significativi. Succede pure in Notturno, girato, dicono le note del sito ufficiale del festival, “nel corso di tre anni sui confini fra Iraq, Kurdistan, Siria e Libano”. Vale a dire una delle aree più tormentate della terra. Ci si aspettava almeno un resoconto puntuale, anche con un qualche didascalismo vista la materia. Invece Rosi distilla dall’immagino enorme materiale girato scene leccate e laccate, fuochi sinistri ma ovviamente bellissimi a illuminare la notte, barche che trasportano non si sa che cosa lungo corsi d’acqua minori e maggiori, folle di prigionieri in spettacolari tute arancione fluo (si suppone siano gli Isis sconfitti e isolati, in una prigione sorvegliata dai Curdi, ma nulla ci viene detto al riguardo). Una povera famiglia con una madre senza marito (morto in battaglia? per un agguato? sotto le bombe?) e un nugolo di figli, e il maggiore ancora adolescente costretto a far da capofamiglia vendendosi ogni mattina come aiutante ora di pescatori ora di cacciatori, e anche lì l’interno della casa pur poverissima vibra di colori, in una compposizione perfetta di corpi dormienti di adulti e piccini. Ma al di là dell’estetizzazione il vero limite di Notturno sta altrove, nel non farci  capire quale sia l’oggetto del suo discorso, della sua indagine, della sua messa in cinema. Si succedono sequenze irrelate tra loro, senza uno straccio di didascalia (d’accordo, certe spieghe non si usano più nel cinema bon ton, documentario compreso: è la lezione di Wiseman, far parlare quello che scorre sullo schermo, peccato che la lezione spesso venga applicata anche quando non è il caso). Un uomo che si alza che è ancora notte per dare al suo villaggio la sveglia in parole poetiche salmodiate, esattamente come secoli fa (già, ma dove? in che parte di Medio Oriente?). Il ragazzo-capofamiglia di cui si diceva, ora in campagne deserte con fucile da caccia ora sul mare a buttare e recuperare reti (o è un fiume? un lago? e anche qui: dove?). Naturalmente ecco gli immancabili peshmerga, li si riconosce per via della lingua curda e della forte quota di donne guerriere. Nessuna connessione tra i vari pezzi. Cos’è mai Notturno? Può una sequenza, per quanto montata in modo eccellente, di materiali disomogenei, uniti solo dall’essere stati girati nella stessa area geopolitica, creare una catena di significati, dirci qualcosa? O si tratta forse di una partitura per immagini costruita secondo una logica inconscia, prerazionale, una sorta di scrittura surrealista? Se così è mi spiace, ma non ce l’ho fatta a individuare il codice di ingresso. L’impressione è se mai quella della casualità, della dispersione, dell’incoerenza. Poi, certo, pure in un film ondivago, fuori fuoco, generico come questo ci sono alcuni lampi che non si dimenticano. Ma Notturno aggiunge poco a quanto si è visto al cinema in questi ultimi anni su Siria, Iraq, Daesh. E allora perché?

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