Venezia Festival 2020. Recensione: LE SORELLE MACALUSO, un film di Emma Dante. Abbiamo la nuova Wertmüller?

Le sorelle Macaluso di Emma Dante. Sceneggiatura di Emma Dante, Elena Stancanelli, Giorgio Vasta. Con Viola Pusateri, Eleonora De Luca, Simona Malato, Susanna Piraino, Serena Barone, Maria Rosaria Alati, Anita Pomario, Donatella Finocchiaro, Ileana Rigano, Alissa Maria Orlando, Laura Giordani, Rosalba Bologna. Concorso Venezia 77.
Piaciuto molto a pubblico e stampa, per me invece cocente delusione. Emma Dante non ce la fa a ricreare al cinema l’altitudine e la perefzione formale dei suoi spettacoli, pur riproducendone la violenza corporale, la visceralità, l’urlo. Manca la giusta distanza, ecco. Dato tra i favoriti al Leone. Voto 5
Non sono riuscito a vedere a Milano a teatro Le sorelle Macaluso di Emma Dante, sempre sold out nelle due tornate di repliche. Qualcosa però, e più di qualcosa, dell’autrice-attrice palermitana ormai acclamata in tutta Europa l’ho pur visto (parlo di palcoscenico), ultimo il suo Misericordia qualche mese al Piccolo di Milano,un’ora di musiche, corpi, danze assolutamente perfetta. Dove la carnalità-corporalità emmadantesca si definiva e sublimava in una stilizzazione estrema.
Apprezzo Emma Dante a teatro, meno al cinema. Se il suo primo film presentato sette anni fa qui a Venezia, Via Castellana Bandiera, non mi era dispiacuto o mi era moderatamente piaciuto, questo Le sorelle Macaluso, benché tratto da uno dei suoi spettacoli mi dicono più riusciti, l’ho trovato insostenibile allo sguardo. Che è qualcosa di diverso da brutto, non riuscito, fallito. E mi chiedo perché mentre ED funzioni benissimo sulla scena, al cinema molto meno, e in questi caso per niente. Peraltro, non si tratta per Le sorelle Macaluso di meccanica trasposizione in film dello spettacolo originale, errore in cui spesso incorrono i teatranti al momento di mettersi alla mdp, il testo mi si assicura essere stato riscritto e riadattato. Allora cos’è che non funziona? La scarsa dimestichezza con la lingua del cinema e con il suo inesorabile realismo? Eppure i teatranti che il salto al cinema lo hanno effettuato con successo non mancano. Carmelo Bene e Laurence Olivier, per dire, anche Peter Brook. Salto che non riesce a ED. Un film sotto il segno dell’eccesso, della fisicità debordante, dell’urlo, anche della sguaiataggine, del vitalismo che si rovescia in pulsione di morte, del sangue, del lezzo e dell’olezzo, degli umori e dell’afrore. Della puzza di fritto mescolata a quella del sudore. E però, sempre, un lussureggiar di colori e oggetti e bibelot. Statuine e statuette, palloncini, amuleti, bijoux, giocattolacci, rossetti ovviamente accesi. E cibo, vassoi di dolci che sembrano sculture policrome o ceramiche di Sciacca-Caltagirone. Niente ci viene risparmiato del repertorio ‘questa è l’Italia verace e popolare del nostro Sud profondo’, ciaffi e povertà però ‘pittoresca’ come piace agli stranieri, specie se euronordici e americani.
Tre capitoli, tre età delle sorelle Macaluso, in origine cinque: in scala d’età, dall’adolescente quasi adulta alla bimbetta. Sempre colte, giovani o anziane, nello stesso interno, l’appartamento di famiglia in cui sono vissute o comuque ritornate, si suppone eredità di genitori presumibilmente defunti. Son concitazioni in quella casa, furiosi corpo a corpo ora per troppo amore ora per rabbia o rancore o odio. Poi, in una delle incursioni nel territorio fuori da quella casa-mamma pure matrigna, succede quello che segnerà per sempre il futuro delle sorelle e che oggi, in era di terrore di massa degli spoiler, non si può rivelAre. Lo sfondo, meraviglioso, è un imponente ristorante liberty sul mare Che fa molto Palermo all’età d’oro dei Florio, un luogo da fiaba e da incubo. Emma Dante non si risparmia e non ci risparmia niente, compreso l’uso smodato a fini metaforico-simbolici di una popolazione di colombi che penetrano in casa (sono allevati dalle sorelle) o prendono il volo dalla terrazza, dalle finestre. Tant’è che ho smesso a un certo punto di contare, esausto, gli stormi nel cielo azzurro. È che non c’è mai la giusta distanza e misura rispetto alla materia, l’occhio di chi mette in scena è sempre troppo vicino, troppo indagatore ma anche troppo complice, sta sempre troppo addosso al suo oggetto di osservazione, in una sorta di impudicizia del guardare. È questo, più dello smodato barocchismo, ad avermi urtato. Però il film è piaciuto molto qui a Venezia e di sicuro piacerà a tutti gli stranieri sempre affezionati a una certa idea miserabilista dell’Italia. In fondo con questo film Emma Dante si configura come una Lina Wertmüller reloaded, aggiornata, di cui (di sicuro inconsapevolmente) ripende quella meridionalità di corpi eccitati e schiacciati dal troppo sole, sempre sul punto di deflagrare in un incendio psichico e fisico (poi certo, anche molto separa il cinema di ED da quello di LW).
Nota: circolano rumors sempre più insistenti su un possibile anzi probabile Leone a Le sorelle Macaluso. Mah, si son visti in concorso almeno dieci film migliori.

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