Venezia Festival 2020. Recensione: MOGLIE DI UNA SPIA (Spy No Tsuma), un film di Kiyoshi Kurosawa. Meritato Leone d’argento per la regia

Spy No Tsuma (Moglie di una spia – Wife of a Spy) di Kiyoshi Kurosawa. Con Yu Aoi, Issey Takahashi, Ryota Bando, Yuri Tsunematsu, Minosuke Hyunri, Masahiro Higashide, Takashi Sasano. Consorso Venezia 77.
Dal Giappone una spy story che è anche molto altro: elogio del tradimento e dell’ambiguità, mélo di coppia, thriller hitchockiano, riflessione e autocritica sul passato imperial-coloniale del Giappone. Film immerso in un clima fantasmatico assai à la Kurosawa (Kiyoshi, non Akira). Leone d’argento per la migliore regia (ottima scelta da parte della giuria presieduta da Cate Blanchett). Voto 7 e mezzo
Benché sia da oltre due decenni tra i filmmaker giapponesi più prolifici e rispettati, benché sia regista sapiente in grado di mantenersi in equilibrio sul confine tra i generi e un cinema più autoriale e personale, Kiyoshi Kurosawa qui in Italia resta ancora sconosciuto non dico al pubblico, che ne avrebbe tutte le ragioni vista la scarsa circolazione delle sue opere, ma, incredibilmente, anche presso il notabilato della nostra critica. Pur muovendosi tra ghost story, thriller, film di pura autorialità assai liberi come il suo (bellissimo) To The Ends of the Earth visto in Piazza Grande a Locarno 2019, ancora lo si liquida – è capitato dopo l’assegnazione a Venezia del Leone d’argento per la migliore regia – come autore di horror. ll che è vero, meglio, è stato vero, ma da quella stagione ormai lontana e comunque mai rinnegata Kiyoshi Kurosawa si è affrancato per inoltrarsi da tempo in altri territori. E allora viene da sospettare leggendo i dispacci da Venezia che certa stampa di lui sappia poco o niente nonostante gli innumerevoli passaggi in vari festival, Cannes, Berlino, Torino, Locarno, adesso il Lido, e si sia limitata a leggere frettolosamente qualche sua sommaria bio. Mentre sull’altro versante, quello della jeune critique e dei pazzi veri di cinema, Kiyoshi Kurosawa è autore amatissimo, perfino oggetto di devozione (e nessuno qui che malintenda la sua identità prendendolo per un parente di Akira il magnifico, il regista di Roshomon e altri capolavorissimi).
Nella sua incessante esplorazione di forme e linguaggi per la prima volta con Moglie di una spia KK sperimenta il period movie, genere complicato, sempre a rischio di preziosismi formali inutili e di manierismi da sfilata di moda d’epoca. Rischi evitati in un film che torna a un anno cruciale come il 1940, in un Giappone sempre più vicino all’entrata in guerra (succederà nel dicembre 1941, dopo l’attacco a Pearl Harbour), sempre più militarizzato, nazionalista e xenofobo. Un paese che, vale la pena ricordarlo, era da tempo impegnato in un espansionismo sul continente (annessione della Corea nel 1910, occupazione della Manciuria nel 1931) condotto con una brutalità inaudita di cui ritroviamo echi precisi in questo film di Kurosawa. Che si mostra al suo primo livello come una classica spy story, ma che di strati ne nasconde altri, compresa una riflessione assai coraggiosa e (auto)critica sulle pulsioni egemoniche, coloniali, autoritarie del Giappone  della prima metà del Nocevento. Moglie di una spia è, tra le altre cose, anche l’elogio di un traditore della patria in nome di ideali più alti e universali, il mercante di stoffe Yusaku Fukuhara che, durante un viaggio di Manciuria, si rende conto di un strage scientemente perpetrata ai danni della popolazione cinese dai suoi connazionali occupanti. E che non esite a schierarsi contro il proprio paese facendo filtrare all’estero le prove di quanto sta succedendo. Non è così ovvio. Il Giappone resta ancora oggi un paese compatto nei suoi valori di riferimento, che non ama troppo le differenze e i dissensi al proprio interno e ancora meno l’autocritica rispetto al passato (si pensi alla lunga disputa storiografica tra Cina e Giappone sul cosiddetto Massacro di Nanchino). Non ho idea di come in patria abbiano accolto Moglie di una spia e il suo protagonista-traditore, ma suppongo che molti non abbiano gradito. Del resto Kiyoshi Kurosawa è anomalo nel panorama del cinema made in Japan per il suo cosmopolitismo, per come rifugge da certa autarchia culturale realizzando spesso film in altri paesi e mettendo in scena personaggi di expat (Daguerrotype girato in Francia, il meraviglioso Seventh Code a Vladivostok, To The Ends to The Earth in Uzbekistan). Nomadismo che si riflette anche nel suo errare tra le forme cinema.
Siamo a Kobe, città portuale di passaggi e traffici (eccolo di nuovo il Giappone aperto, miscelato di Kiyoshi Kurosawa). Yusaku Fukuhara si occupa di import-export, ha come amico un inglese dunque un potenziale nemico del Giappone, è adorato dalla moglie Satoko che però nulla sa né può intuire certe intenzioni del marito. Il quale comincia ad adottare comportamenti non così trasparenti. Sicché nella prima parte ci troviamo in uno psycho-thriller assai hitchockiano, con sospetti e ombre del dubbio da parte di lei su di lui (Kurosawa già aveva guardato a Hitchcock, quello della Finestra sul cortile, in Creepy). Siamo nei territori, cari al regista, dell’ambiguità, di una verità sempre inafferrabile e sfuggente, di una soggettività ipertrofica che tende a decostruire ogni oggettività per trasformarla in proiezione psichica. Kurosawa è autore di sfumature e sottigliezza, di confini varcati e cancellati, mette spesso in scena storie di fantasmi, ma si tratta di spettri che abitano con i vivi, si affiancano a loro in una compresenza spaziale e temporale. Anche questo Moglie di una spia è a modo suo, oltre che spy story e melodramma, una storia fantasmatica. Scompare e riappare e ancora scompare il misterioso Yusaku, sembrano già spettri gli uomini e le donne che lo stesso Yusaku ha filmato in Manciuria. Spettri anche perché, nel momento in cui dovrebbero visualizzarsi nitidamente sullo schermo durante una proiezione, la pellicola sulla quale sono stati impressi risulta scomparsa, introvabile. Nella cifra dell’ambiguità Kurosawa appronta fino all’ultima scena, fino ai credits di chiusura, un mélo di veleni, sospetti, inganni. Raddoppiando la tormentata storia tra Satoko e Yusaku con le immagini di un film noir da lui girato con la moglie protagonista e vittima. Cinema nel cinema. Riflessione sul cinema, il proprio e quello dei maestri come Hitchcock e Lang. Fattura squisita, ma priva di ogni estenuazione. Tra gli sceneggiatori compare il nome di Ryusuke Hamaguchi, regista in proprio amato soprattutto dai critici francesi, premiato due volte a Locarno 2015 per Happy Hour (premio alle attrici, menzione per lo script), acclamato a Cannes 2018 per Asako I & II.

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