Venezia Festival 2020: IN BETWEEN DYING di Hilal Baydarov. Il migliore del concorso, mio personale Leone

In Between Dying (Səpələnmiş Ölümlər Arasında) di Hilal Baydarov. Con Orkhan Iskandarli, Rana Asgarova, Huseyn Nasirov, Maryam Naghiyeva, Kamran Huseynov, Samir Abbasov. Lingua: azero. Produttore esecutivo Calos Reygadas. Concorso Venezia 77.
L’oggetto filmico più differente e alieno del concorso. La storia di un giovane uomo nell’Azerbaigian remoto che si dipana sul doppio binario del realistico (con echi di cinema noir) e del simbolico. Un racconto-parabola che si rifà ai miti del Viaggio dell’Eroe in cerca della luce (ma in qusti caso sono più le tenebre l’approdo). Una parabola di sfolgorante bellezza figurativa. Il migliore della competizione (piaciuto pochissimo a stampa e pubblico, totalmente ignorato dalla giuria). Voto 8 e mezzo
Viene da Baku, Azerbaigian. Ha vinto campionati internazionali di matematica prima di studiare cinema a Sarajevo con Bela Tarr. Ama e cita Robert Bresson (“Sentire prima di capire”). Hilal Baydarov, classe 1987, quindi autore giovanissimo secondo gli attuali parametri per i quali si è giovani promesse almeno fino ai quarant’anni, è atterrato a Venezia nel concorso massimo preceduto da fama e stima conquistate con i suoi film precedenti tra finzione e documentario come (l’unico peraltro che ho visto, al Torino Film Festival lui presente per il Q&A post proiezione) When The Persimmons Grew, Quando maturano i cachi – meglio in inglese, ma se in italiano fa sghignazzare è solo colpa di Elio e le stori tese che ci hanno inoculato nella mente la loro Terra dei Cachi. Come poi il messicano Carlos Reygadas abbia accolto Baydarov sotto la sua alla protettrice e deciso di fargli da produttore esecutivo – qualunque cosa voglia dire – per questo In Between Dying (però che meraviglia l’originale in azero Səpələnmiş Ölümlər Arasında, reso in italiano sul sito di Biennale cinema abbastanza sinistramente con Tra una morte e l’altra) sarebbe bello, ma non ci è dato, sapere.
Certo che rispetto a When The Persimmons Grew il salto produttivo è evidente, il budget più corposo lo percepisci subito, le ambizioni anche. Grande schermo per un road movie assai personale e pochissimo “americano” in stupendissimi paesaggi tra il brullo e il lunare e il metafisico dell’Azerbaigian più estremo, con squarci di sfolgorante bellezza figurativa. Eppure quante assonanze con il film precedente. Esattamente come là nei Cachi, in questo In Between Dying un giovane uomo ormai adattato ai modi della città torna dopo una lunga assenza dalla madre sola in un villaggio. E sono, esattamente come in Cachi, scontri tra il figliolo modernizzato e la madre con la sua visione arcaica del mondo. Ma poi il film imbocca altre direzioni, e se là il regista ci comunicava il senso di intrappolamento e abbandono del suo protagonista, qui, in un moto di ribellione, al protagonista fa abbandonare la casa e la madre per un viaggio, anzi il Viaggio, forse iniziatico, forse di formazione, che è insieme spirituale e corporale-carnale, di vita e morte. Viaggio che si rivelerà circolare per terminare dove era iniziato, nella casa materna. Mentre il regista pesca vistosamente dal serbatoio dei miti, degli archetipi, dell’inconscio collettivo, delle leggende popolari, anche se i riferimenti precisi restano sfuggenti.
Film dalle smodate ambizioni, che solo un giovane temerario fino all’incoscienza poteva concepire, irto di simboli e metafore come in un lontano arthouse-movie anni Sessanta-Settanta, di una visualità che sfacciatamente anela al sublime con il rischio, non sempre evitato, di cadere nel pretenzioso. Non un’opera perfetta, non il capolavoro indiscutibile, ma l’unico film del concorso a osare, a spezzare canoni e codici, a esplorare territori espressivi e formali fino a ergersi a totalmente altro rispetto al resto della competizione. Gli avrei dato il Leone, invece In Between Dying non è nemmeno finito (come peraltro largamente prevedibile vista il fastidio con cui la stampa lo ha accolto) nel palmarès con un riconoscimento minore. Però non siamo stati in pochi a volergli bene, ad avere intravisto in Hilan Baydarov i germi del maestro, i segni di un unto del Signore del cinema, e vediamo se il futuro ci darà ragione.
Sono almeno due i livelli su cui agisce Baydarov, il primo più strettamente realistico e narrativo, addirittura con echi del genere noir, il secondo squisitamente simbolico. Mentre una voce fuori campo in toni sapienziali alla Malick racconta, sottolinea, commenta le gesta del protagonista Davud. Pochi, almeno che io ricordi, hanno negli ultimi anni messo in cinema il mito del Viaggio dell’Eroe (vedi Joseph Campbell e Chris Vogler) che affronta i propri demoni per arrivare alla redenzione, all’illuminazione, alla scoperta del vero sé. Lo ha fatto il gigante Malick (non è materia per chiunque, ci vuole la tempra) in The Knight of Cups con il quale In Between Dying ha non poche assonanze, non solo per il ricorso al voice over. Solo che i riferimenti del regista azero restano a noi euro-occidentali preclusi, derivati come potrebbero essere – è solo un’ipotesi – dal sufismo, l’Islam più mistico e iniziatico, forse anche dalla poesia e letteratura tradizionali persiane (l’Azerbaigian parla una lingua del ceppo turco, ma è prevalentemente musulmano-sciita come il potente vicino Iran). È anche questa indecifrabilità, questa impenetrabilità a rendere In Between Dying un oggetto filmico così affascinante e unico. Addirittura come nel Settimo sigillo di Ingmar Bergman, Hilal Baydarov mette in scena la Morte, incarnata in una donna ovviamente di nero vestita di cui vediamo solo gli occhi (Pavese: “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”; De Andrè: “La morte verrà all’improvviso/ avrà le tue labbra e i tuoi occhi”). Mentre, nei momenti di più acceso lirismo e visionarietà, ecco apparire accanto alla Signora in nero un cavallo bianco. La morte è, letteralmente, la compagna di viaggio di Davud, facendone il proprio messaggero e portatore. Davud che incontra (nella sua ricerca d’amore, dicono le note di regia, anche se a me è sembrata più ricerca del vero sé) più figure femminili, tutte segnate da un destino complicato. Mentre si trova in un cimitero fuori Baku a fumare hashish con la sua ragazza Davud si scontra con un boss della malavita locale: partirà un colpo di pistola, qualcuno morirà. Fuga del Protagonista-Eroe inseguito dagli sgherri del gangster in cerca di vendetta. Paesaggi che non possono non ricordarci quelli della vicina Anatolia tante volte filmata da Nuri Bilge Ceylan. Le figure femminili incontrate dall’Eroe sono tutte variamente infelici, una moglie abusata dal marito, una ragazza cieca, una sposa con tanto di abito bianco costretta al matrimonio con un uomo che non ama e anche lei in fuga (e si pensa, in quella sequenza in cui Davud la vede sul ciglio della strada chiedere aiuto e un passaggio, a Pippa Bacca e alla sua performance Spose in viaggio finita tragicamente sulle strade turche: che Baydarov si sia ispirato a lei?). Tutte sono in una condizione di servaggio, ma certo In Between Dying non si costituistce come film di esplicita denuncia della condizione femminile, inserendola piuttosto come ulteriore tassello nel suo complesso mosaico simbolico, nella notte cosmica, nel regno del male e del dolore che Davud l’eroe si ritrova a attraversare. Film che a Venezia ha ampiamente diviso, annoiando e scontenando i più e accendendo di entusiasmo una ristretta pattuglia. Per quanto mi riguarda, dopo le perplessità iniziali mi sono ritrovato inghiottito dal film, dalla parabola approntata da Baydarov così aliena nel suo esoterismo rispetto ai nostri disincanti razionalisti. Echi non solo dei dichiarati maestri di Baydarov, Bresson e Bela Tarr, non solo dei già citati Malick, Bergman, Ceylan, ma anche dell’Anghelopoulos di Paesaggio nella nebbia e del Tarkovsky più mistico. Stiamo a vedere se in futuro arriverà per In Between Dying quel riconoscimento che Venezia gli ha negato.

Hilal Baydarov

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