Film stasera in tv: NESSUNO CI PUÒ GIUDICARE di Steve Della Casa e Chiara Ronchini (ven. 18 sett. 2020)

Nessuno ci può giudicare, docufilm di Steve Della Casa e Chiara Ronchini (2017), Rai Premium (25 dtt), ore 23:20. Venerdì 18 settembre 2020.
Per gli addicted (molti e insospettabili, anche tra millennial e Generazione Z) di Techetechetè. Perché anche in questo docu firmato dal critico e filmmaker Steve Della Casa e da Chiara Ronchini si riprende ghiotto materiale d’archivio e found footage e spezzoni di B-movies di quei mitologici (specie per chi non li ha vissuti) anni Sessanta, tutti variamente riconducibili alla musica pop(olare) del tempo. Bella l’idea di partenza di questo documentario che alle cose d’archivio alterna il contributo di chi di quegli anni e di quella colonna sonora italiana fu protagonista o testimone. E che stabilisce come proprio oggetto di indagine, e come proprio feticcio, un particolare sottotipo del nostro cinema orgogliosamente bis come il musicarello: un genere nato, almeno nella sua forma moderna, negli Stati Uniti tra Cinquanta e Sessanta (Elvis e gli altri), da noi riadattato dai soliti artigiani di Cinecittà alle canzoni che allora disegnavano e insieme riflettevano l’Italia in transizione. Si partiva da una singolo hit, o da un/una cantante spesso in cima alle classifiche, o da un fenomeno o un evento (l’irruzione degli urlatori, Sanremo ecc.) per costruirci intorno un supporto narrativo, lasciando però sempre la ribalta allo spettacolo della musica. Nessuno ci può giudicare (ovvio riferimento a un epocale pezzo della seconda metà dei nostro Sixties) allinea spezzoni di quei film allora liquidati cone sciocchezze e che oggi ci paiono incantevoli nella loro freschezza, nel loro restituirci senza filtri un’Italia insieme sbigottita e felice all’alba della modernità. Ma diversamemte da Techetechetè, che è puro lavoro di editing, in Nessuno ci può giudicare emergono evidenti un’intenzione ordinatrice e una visione critica. Che è, così almeno mi è parso, questa: i musicarelli testimoniarono il passaggio nei gusti popolari dalla canzone melodica dei Villa, delle Nille Pizzi, dei Giogio Consalini a una canzone nuova, generazionale, riflesso del baby boom post bellico, prima con i cosiddetti urlatori, poi con il beat all’italiana e le canzoni di protesta. E però quando nel film ci viene suggerito che a vedersi quei film con Gianni Morandi, Rita Pavone, Caterina Caselli, Little Tony, Adriano Celentano correvano i giovani, dissento. Erano film per famiglie, che anche attraverso il ricorso a storici caratteristi del nostro cinema e teatro (Mario Carotenuto, Nino Taranto ecc.) addomesticavano quanto di ‘rivoluzionario’ (virgolette obbligatorie) poteva esserci in quella musica. E poi come si fa a mettere insieme, in un flusso senza troppe analisi a distinguere e classificare come si fa in questo film, cantanti come Tony Dallara e Caterina Caselli, che appartennero, pur se separati da pochissimi anni, a epoche radicalmente diverse della nostra musica pop? Cosa accomuna Nicola Arigliano (o è Fred Buscaglione? scusate se non ricordo benissimo) a Little Tony, che Nessuno ci può giudicare affianca come esponenti di una stesso fenomeno? Niente. Manca insomma uno sguardo più ravvicinato e analitico. Certo, quando si vede Chet Baker in Urlatori alla sbarra di Piero Vivarelli si resta soggiogati, e non solo da lui.

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