Venezia Festival 2020. Recensione: LAILA IN HAIFA, un film di Amos Gitai. Labirinto di lingue e identità

Laila in Haifa di Amos Gitai. Con Maria Zreik, Khawla Ibraheem, Bahira Ablassi, Naama Preis, Tsahi Halevi, Makram J.Khoury, Hanna Laszlo, Clara Khoury, Hisham Souleiman, Tom Baum, Fayez Abu Haya, Asher Lax, Andrzej Seweryn, Josephine George Nasser, Mustafa Jaber, Amir Khoury, Anuar Jour. Concorso Venezia 77.
Haifa, città del Nord Israele tra le più libere. In un caffè-club-galleria d’arte dove si ritrovano e mescolano ebrei israeliani e arabi-palestinesi di cittadinanza israeliana o provenienti dai territori, ebrei israeliani che parlano (anche) l’arabo e arabi ch parlano (anche) l’ebraico. Film flusso sull’incontro e la collisione di diverse appartenenze identitarie. Film labirinto che richiede allo spettatore un notevole sforzo di concentrazione (ed è forse il motivo per cui a Venezia non è piaciuto). Voto 7
Uno dei massimi piaceri a un festival (almeno per me) è potersi immergere in impasti linguistici indecifrabili quanto fascinosi e ipnotici, in compresenze di idiomi diversi nello stesso film, nella stessa scena, segni di una diversity calata nel vero, nella vita, non astratta proiezione di buoni sentimenti e multiculturalismi da anime belle. Una lingua è un mondo, è identità, appartenenza, cultura passato presente valori vita (e morte), radici e futuro. Più lingue nel corso di un film stanno a segnalare conflitti, tregue, coabitazioni complicate o possibili, ponti o, al contrario, abissi non colmabili, confini, rivendicazioni identitarie o conciliazioni. Esempi da Venezia 2020. In The Wasteland (Dashte Khamoush), il gran film dell’iraniano Ahmand Bahrami giusto vincitore di Orizzonti (brava Claire Denis, presidente di giuria) mescola con la dominante lingua farsi anche l’azero e il curdo marcando gerarchie e discriminazioni in una desolato luogo di lavoro, l’indiano The Disciple (premio migliore sceneggiatura del concorso Venezia 77) ricorre a marathi, hindi, inglese e bengali a delimitare le diverse aree di diffusione della musica Raga, il vincitore della Giornate degli autori Kitoboy alterna russo, inglese e lingua chutka (dell’estrema Siberia nord-orientale, vicino allo stretto di Bering) per segnalare vecchi e nuovi colonialismi. Diversità meravigliose che un eventuale doppiaggio (più che eventuale improbabile, perché dei film visti a Venezia solo un pugno arriverà da noi in sala o in streaming) distruggerebbe senza pietà. Spesso il passaggio nel medesimo personaggio da una lingua all’altra segna non solo uno scarto idiomatico, ma narrativo, drammaturgico, immette il personaggio in un’altra rete relazionale, lo ridefinisce, riscrive la sua storia e magari l’intera trama.
Ora, questa premessa per dire che Laila in Haifa di Amos Gitai, maestro del cinema israeliano e regular del Venezia Festival, è un film che fa dell’impasto linguistico, in questo caso di ebraico e arabo, il fulcro del proprio discorso. Accolto molto male, risultato nel conto finale tra i meno amati del concorso. E  la ragione del pressoché generalizzato rigetto sta forse nel suo richiedere allo spettatore uno sforzo inaudito di concentrazione per decifrare l’identità anche linguistica dei molti caratteri – è un film corale – che si succedono sullo schermo. Laila in Haifa pone programmaticamente la questione della lingua fin dal titolo. Dove Laila è nello stesso tempo ‘notte’ in arabo e il nome della giovane donna, arabopalestinese con cittadinanza israeliana, che gestisce una piccola galleria d’arte comunicante con il club-bar-caffè Fattoush nella città di Haifa, Nord Israele. Tutto in una notte da Laila (e da Waida, il proprietario di Fattoush). Film erratico, dove si passa da un personaggio all’altro in un reticolo di incontri che ora si solidificano ora si autodistruggono in pochi minuti, dove coabitano e interagiscono nello stesso spazio ebrei (israeliani, ma anche venuti dagli Stati Uniti) e arabi (di cittadinanza israeliana e palestinesi venuti dai territori o forse da Gaza), ognuno con la sua marca linguistica e la propria imprescindibile appartenza. Film-flusso non solo di suoni incessantemente riversati su di noi (senza alcuna segnaletica purtroppo nei sottotitoli a dirci se si tratta di ebraico o arabo), ma per quella liquidità così bene assecondata dalla regia di Amos Gitai e dalla sua macchina da presa in continuo, benché non frenetico, movimento.
Può darsi che le intenzioni del regista e della sua sceneggiatrice Marie-Jose Sanselme fossero di indicarci un luogo-crogiolo dove, nonostante quello che conosciamo o crediamo di conoscere sulla complicata convivenza tra israeliani e arabo-palestinesi, i due mondi si incontrano, tentando di arrivare a una compenetrazione, se non a un punto di fusione. L’impressione però di chi guarda è che nonostante la prossimità fisica, gli approcci amorosi e di desiderio tra gli uni e gli altri, il continuo sfiorarsi e connettersi e assembrarsi in uno spazio tanto limitato non si stabilisca mai davvero una comunicazione. Che ognuno resti inesorabilmente bloccato nel proprio spazio identitario. Monadi che si avvicinano e si toccano, ma restano isolate. Per seguire le traiettoria di uomini e donne in Laila in Haifa bisogna esercitare stavolta più che lo sguardo l’ascolto, cercando almeno di distinguere tra l’ebraico e l’arabo, compito difficile perché si tratta di lingue entrambe del ceppo semitico e con molte affinità, anche lessicali (eppure in Laila in Haifa succede che alcuni palesinesi non ce la facciano a comunicare con ebrei israeliani e debbano ricorrere all’inglese). Arduo lavoro orientarci in questa labirintica notte a Haifa, intuire le varie identità. Laila, araba di cittadinanza israeliana, usa alternativamente a seconda dell’interlocutore, le due lingue. Sposata all’uomo più ricco di Haifa – che, sorpresa per tanti che di Israele hanno un’immagine rozza e stereotipata, non è un ebreo israeliano, ma un anziano signore pure lui arabopalestinese (di cittadinanza israeliana) -, Laila ha una storia con un fotografo ebreo israeliano che parla fluentemente anche l’arabo (probabilmente discendente da una famiglia venuta decenni fa da un paese come Iraq, Yemen, Egitto, Marocco…). Che, collocato politicamente a sinistra, ha organizzato  – presso la galleria di Laila ovviamente – un mostra di proprie fotografie sul muro costruito tra Israele e West Bank. E che una gallerista di Los Angeles vorrebbe importare in America a sostegno della causa palestinese. Solo un esempio per dire la stratificazione, anche i felici paradossi, di questo film in cui Gitai sembra divertirsi a smantellare da una sequenza all’altra molti pregiudizi e luoghi comuni su quella parte di Medio Oriente. Analoga complessità troviamo in altre figure e passaggi del film. Una coppia gay (composta da un palestinese e un ebreo israeliano), l’incontro tra un giovane uomo (palestinese). Una signora (ebrea israeliana) che si sono conosciuti in chat e si scoprono incompatibili. Una notte di sesso combinata in pochi minuti tra una moglie ebreo-israeliana infelice e un gran figo arabopalestinese. Riassumiamo e tracciamo la mappa linguistico-identitaria di Laila in Haifa: 1) ebrei israeliani che parlano solo ebraico (e inglese); 2) ebrei israeliani che parlano anche l’arabo, 3) arabopalestinesi di cittadinanza israeliana che parlano sia l’arabo che l’ebraico; 4) palestinesi venuti dai territori o da Gaza (come la ragazza ricattatrice: non si può dire di più) che parlano solo l’arabo. Il film altro non è che l’interazione di queste categorie, il loro comporsi e scomporsi in un quadro sempre cangiante e, purtroppo per gli spettatori del Lido, di impervia decifrazione. Vien da dire, assistendo al continuo gioco del caso (del caos) e della necessità, al continuo attrarsi e respingersi dei vari caratteri, a questo marivaudage bilingue: ma è Rohmer. Credo invece che a Gitai interessi solo stordirci con quell’intrico di identità, lasciando aperto e senza risposta il quesito se il suo Laila in Haifa sia l’atto di fede in un incontro possibile tra due mondi o il referto della sua impossibilità. Tra gli attori facce già viste nelle (quasi sempre bellissime) serie israeliane. Tsahi (o Tzachi) Halevy (o Halevi) che qui è il fotografo amante di Laila ed è uno dei protagonisti fissi di Fauda – se non l’avete mai vista recuperatela subito su Netflix, è tra le poche serie  che valga la pena vedere: come Shtisel, sempre Netflix, da cui arriva Hana (o Hanna) Laszlo (o Laslo), che qui è la signora che ha un appuntamento con un palestinese conosciuto in chat molto più giovane di lei.

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