Docufilm da non perdere stasera in tv: BAIKONUR, TERRA di Andrea Sorini (sab. 26 sett.2020)

Baikonur, Terra, un documentario di Andrea Sorini. Rai Storia, ore 23:00, sabato 26 settembre 2020. Anche su RaiPlay.
Da vedere. Uno dei migliori documentari italiani di questi ultimi anni. Anche, un esemplare assai indicativo, quasi un modello in purezza di cosa sia oggi certo documentarismo introflesso, celibe, autoriferito, alieno da ogni pretesa didascalica, da ogni tentazione di farsi guida e interpretazione del mondo. Un documentarismo che si lascia fiocinare e sedurre dalla contemplazione del reale, che si autoriduce volontariamente a constatività. A osservatività. Contemplare il reale per trasmutarlo in un gioco di pure forme, in spettacolo ipnotico della bellezza, in una concatenanazione di immagini secondo una grammatica e una sintassi inconsce. L’esatto opposto della forma-dcumentario che intende spiegarci, allertarci, svegliarci, sensibilizzarci fino a esigere un nostro attivo coinvolgimento, il nostro schierarci. Baikonur, Terra – dell’anno 2018, passato in innumerevoli festival, approdato in qualche sala arthouse come il Beltrade di Milano, adesso stabilmente su RaiPlay – va a visitare il centro dell’avventura spaziale già sovietica e ora russa, il luogo di costruzione della mitologia delle Laike e dei Gagarin e delle Tereshkove e delle Soyuz e degli Sputnik, un cosmodromo, una base di lancio nel mezzo letteralmente del nulla, nelle steppe di totale orizzontalità e senza confini del Kazakistan. Base un tempo sovietica, ora enclave russa in un Kazakistan autonomo e autocefalo, non più Mosca-dipendente.
Due settimane a Baikonur di Andrea Sorini e della sua crew. Per cavarne cosa? In fondo Baikonur, Terra va a inscriversi nel già nutrito genere cinematografico e fotografico (e narrativo) costruito intorno alle rovine industriali di quello che fu l’impero dell’Urss, a quel che resta della sua grandeur. Si pensi solo alla quantità di rievocazioni fictionali o meno dei fatti di Chernobyl. Una mitologia che si è fatta iconografia, e anche qui squarci della potenza sovietica che fu, memorabilia dell’Età dell’oro della base quando partivano le missioni che contendevano agli americani lo spazio. Yuri Gagarin e lo Sputnik come immagini e simboli di una gloria remota. Meravigliose foto e gadgetterie a uso dei turisti e dei nostalgici, ricordi di un’industria che credeva a sé stessa e alla propria poderosa materialità soviet-socialista, un’industria che potevi pesare in tonnellate, in quantità di acciaio fabbricato, usato qui o mandato nello spazio. La macchina da presa di Sorini si muove fuori e dentro il cosmodromo reso ai nostri occhi un parco del meraviglioso, scrigno di tesori occulti. Fuori, in un vuoto davvero siderale, già paurosamente cosmico, eccco quel che resta di una città nata a suo tempo a ridosso della base, un insediamento abitato da tecnici, funzionari, dal popolo che dalla base dipendeva e ne era l’umana emanazione, architetture di seducente squallore sovietico oggi slabbrate, corrose, squassate, rugginose, spettrali. Ennesimo eloquente saggio e assaggio di quel gusto, di quell’estetica che va sotto il nome di ruin porn. In quella città fantasma una presenza umana ormai ridotta, uomini donne e bambini che guardano senza partecipazione e da lontano il cosmodromo come fosse una fortezza aliena e forse ostile, un mostro venuto da altrove, testimoni asentimentali e impassibili di quella monumentalità in decadenza. Ma Sorini entra anche nel cosmodromo, adesso, dove si stanno preparando nuovi viaggi, nuove esplorazioni in partnership con altri paesi. E la mdp si lascia irretire da quel che resta della potenza un tempo sovietica, dalla sua missilistica orgogliosa e spudoratamente fallica e maschia, da quegli hangar enormi che trasmettono la sacralità di una cattedrale, da quelle macchine destinate a vagare nel cosmo e riprese da Sorini nel loro scomporsi, ricomporsi, smembrarsi e rifarsi, giganti ancora capaci di suscitare stupore e incutere soggezione. Usciamo da Baikonur, Terra senza apprendere molto del cosmodromo, del suo passato presente futuro (meglio darsi da fare su Google per saperne di più), ma con negli occhi lo spettacolo di una potenza o di quella che fu una potenza, del suo orgoglio fallato, ferito, anche lo spettacolo di quella cosa sempre inquietante che è la hybris spaziale, la presunzione dell’uomo di assoggettare a sé l’enormità (e in questo qualche affinità con First Man di Damien Chazelle c’è).

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