Venezia Festival 2020. Recensione: THE WASTELAND (Dashte Khamoush), un film di Ahmad Bahrami. Una rivelazione. Il giusto vincitore di Orizzonti

The Wasteland (Terra desolata – Dashte Khamoush) di Ahmad Bahrami. Con Ali Bagheri, Farrokh Nemati, Mahdieh Nassaj, Touraj Alvand, Majid Farhang. Iran. Sezione Orizzonti.

Tutti folgorati da questo film iraniano cui poi la giuria presieduta da Claire Denis ha assegnato il premio della sezione Orizzonti. Bianco e nero da grande classico, un luogo desolato alla Bela Tarr, un pugno di povera gente che fatica in una fornace di mattoni. Se i contenuti sono puro neo-neorealismo, la forma cinema adottata dal regista sorprende. Moltiplicazione dei punti di vista, frantumazione di ogni linearità e progressione narrativa, ripetizione ossessiva della scena-madre. Voto 8 e mezzo

La prova, se mai ce ne fosse bisogno, cge i festival sono ancora indispensabili. Perché solo ai festival puoi fare scoperte e incontri come questo. Perché che se non ci fosse stata Venezia 77 a portarlo, metterlo in vetrina, valorizzarlo, conferirgli uno status, chi mai ne avrebbe parlato, chi mai avrebbe avrebbe avuto accesso a questo formidabile Terra desolata? Un altro grande film venuto dall’Iran (scrivevo da Venezia, a proposito del film fuori concorso Night in Paradise, che tre sono le cinematografie che non tradiscono mai: la coreana, la rumena, l’iraniana), di un regista, Ahmad Barhami, peraltro con così giovane, al suo terzo lungometraggio. Ha folgorato tutti, e pure la giuria presieduta da Claire Denis che gli ha assegnato, immagino all’unanimità, il premio di migliore film di Orizzonti, la sezione a più alta densità qualitativa di questa edizione della Mostra. In un bianco e nero da cinema che aspira alla classicità (all’eternità?), calato in una paeaggio di feroce desolazione che a molti ha ricordato Bela Tarr, è un’analisi dei meccanismi dello sfruttamento, del lavoro quasi schiavistico, delle asimmetrie di potere tra chi comanda e chi subisce. In un tempo imprecisato e astratto, come fuori dalla storia (siamo nell’oggi? ma esiste un Iran ancora così ancestrale? o ci troviamo nel passato più o meno remoto, magari ai tempi dello Scià pre-repubblica islamica?) a scagliare il film nella dimensione del simbolico, della parabola esemplare. A sottolinearne l’universalità.
Come in tanto cinema recente, assistiamo alla fine del lavoro. Una fornace dove si fabbricano mattoni – se ne vedevano anche in Italia fino ai primi anni Sessanta -, sabbia, fango, mani a mescolare sagomare piallare mettere nei forni. Sotto il sole a picco un pugno di uomini e donne al lavoro, in una fatica che non sembra cambiata da secoli. Un padrone scaltro e farabutto. Un brav’uomo, Loftollah, una bestia da lavoro che non si risparmia mai, braccio destro del boss, a fare da ponte tra lui e chi lì ci lavora e ci abita. Viene indetta una riunione, si comunicherà che la fornace chiude, ormai tutto è cambiato nel mercato edilizio (l’unico cenno all’attualità che potrebbe datare a oggi Terra desolata), non ci sono più margini di guadagno per una fabbrica di mattoni. Ma, e sta qui la peculiarità di The Wasteland che pure si direbbe dai suoi temi un caso esemplare di neo-neorealismo, il forte contenutismo si accompagna a una forma-cinema di massima elaborazione e complessità. Decostruzione e riduzione a frammenti della linearità-progressione narrativa, moltiplicazione dei punti di vista, ripetizione differente della stessa scena-matrice (l’annuncio da parte del padrone della chiusura), un lavoro ossessivo sul tempo da parte del regista, un tempo che si riavvolge e ritorna alla scena fondamentale. Ogni punto di vista apre al racconto di un singolo personaggio, della sua storia. Ogni storia è ripresa in lente carrellate secondo un ipnotico movimento di andata e ritorno. Ogni pezzo si conclude con un personaggio che si stende coprendosi la faccia con un lenzuolo bianco. È attraverso questa griglia formale rigidissima e ossessiva, però mai mero esercizio estetizzante (ogni volta che il discorso del padrone viene replicato si aggiungono nuovi elementi, nuovi dettagli), si mostra la realtà della fatica fisica e della fine drammatica del lavoro nel suo sfrangiarsi e articolarsi a seconda dell’età, del genere, dell’appartenenza etnica (ci sono iraniani, ma anche curdi e azeri, e la convivenza è tutt’altro che pacifica e scevra di problemi). Ognuno ha un colloquio privato con il boss che a a ognuno promette ciò che non potrà mantenere, ed è una lezione da parte del regista sulle capacità manipolatorie del potere, sull’uso della parola a fini di assoggettamento dell’altro. Finale non così inatteso ma comunque sconvolgente. La chiusura della fabbrica collassa e si trasfigura in una sorta di fine del mondo, come in certi miti etnografici. Una parabola in cui il rigore della messinscema si fa rappresentazione della trappola in cui si agitano senza possibile riscatto i personaggi. Un altro grande dal cinema iraniano? Aspettiamo le prossime mosse di Ahmad Bahrami. Intanto, The Wasteland si è assestato tra i vertici di tutta la Mostra. Inducendo solo un sospetto di programmaticità e cerebralità nella sua abbagliante perfezione.

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