Venezia Festival 2020. Recensione: CARELESS CRIME (Jenayat-e bi neghat), un film di Shahram Mokri. Iran 1978, oggi

Careless Crime (Jenayat-e bi neghat) di Shahram Mokri. Con Babak Karimi, Razieh Mansouri, Abolfazi Kahani, Mohammad Sarebani. Iran. Sezione Orizzonti.
Il più audace dei registi iraniani, Shahram Mokri (resta indelebile nel ricordo dei cinéphile il suo Fish & Cat, un solo piano sequenza di oltre 90 minuti), torna a Venezia e torna a colpire con un altro film ossessionato – come in Nolan, più che in Nolan – dal tempo. Che ci costringe a interrogarci sul tempo e sul tempo del cinema. Partendo da un fatto accaduto nell’Iran del 1978, l’attentato incendiario a un cinema, Mokri rimette un scena un altro attentato – o è lo stesso? – in un vertiginoso andare e venire tra ieri e oggi, giocando di rifrazioni e rimbalzi attraverso un complicato dispositivo di cinema nel cinema nel cinema. Anche se qua e là eccede in cerebralità, Careless Crime riesce a coinvolgerci come un thriller chiedendosi e chiedendoci: si può riscrivere il passato? e lo si può riscrivere attraverso il cinema? Voto 8 e mezzo
Torna l’iraniano, e torna sempre a Orizzonti, Shahram Mokri che nel 2013 aveva conquistato e insieme diviso Venezia con Fish & Cat, audacissimo film chiuso in un solo piano sequenza di oltre 90 minuti in cui si raccontava di efferati delitti intorno a un camping a casa di Dio sul Mar Caspio, un film realizzato vituosisticamente in un movimento circolare senza stacchi né suture in cui lo spostamento spaziale diventava alla fine anche scarto temporale, fluire delle ore e dei giorni. Il genere slasher piegato a una riflessione e a una pratica sul tempo nel cinema che in un colpo solo spazzava via ogni pretesa (pregiudizio) da parte del pigro osservatore, spettatore, critico occidentale di bloccare il cinema iraniano in una gabbia neorealistica ove a contare sarebbero stati i contenuti, la denuncia, l’immediatezza, la presa diretta sul vero e non la forma, non la rappresentazione, non il filtro concettuale (applicando al cinema quello sguardo orientalista tanto deprecato da Edward Said in un suo fondamentale saggio).
La vertigine indotta allora da Mokri si ripete con questo suo nuovo Careless Crime (il titolo originale suona meravigliosamenteJenayat-e bi deghat, qualunque cosa voglia dire: scusate, ma io continuo a lasciarmi sedurre ai festival da lingue che non conosco). Ancora una volta Mokri ci intrappola in un congegno filmico ad alta complessità sfidando la nostra capacità interpretativa e pure la nostra resistenza di spettatori – Careless Crime dura oltretutto 135 minuti -, ancora una volta annulla le barriere temporali creando un continuum tra passato e presente, mentre è lo spazio stavolta, diversamente che in Fish & Cat, a frantumarsi tra un qui e un altrove (anzi, più altrove). Si moltiplicano, in un ripetizione che curiosamente ritroviamo nell’altro grande iraniano di Orizzonti The Wasteland, le stesse scene riprese da diversi punti di vista, mentre a connettere una narrazione che sembrerebbe esplosa e sconnessa nella schizofrenia è la macchina-cinema. Che qui si configura come cinema nel cinema. Come cinema nel cinema nel cinema a creare rifrazioni, rimandi, rimbalzi come in una immaginaria camera degli specchi, fino a conferire al film una coerenza e un’unità che sembravano irraggiungibili.
L’ispirazione viene da un fatto successo nel 1978 e da allora infisso nella memoria collettiva dell’Iran come un trauma mai superato. In quell’anno, nella città di Abadan, ovest del paese, un cinema di nome Rex viene incendiato da quattro attentatori in segno di protesta contro il laicismo di un paese ‘prostituito’ dallo Shah all’empio Occidente (lo Shah cadrà di lì a non molto, nel gennaio 1979). Sono centinaia i morti – le stime variano a seconda delle fonti da 373 a 470 -, cui se ne devono aggiungere altre in altri attentati analoghi in quei mesi.
Vediamo nel film di Mokri i quattro attentatori, quatro sciagurati del tutto inconsapevoli del dissastro che vanno a provocare, li vediamo nel cinema che andrà a fuoco. Ma li ritroviamo anche oggi, in questo Iran, progettare lo stesso attentato in un altro cinema nel quale sta per essere presentato a un pubblico di studenti e intellettuali assai cinéphile un film diretto dallo stesso Mokri, un film che testimonia lo strano caso di un missile caduto, e venuto da chissà dove, in una zona montuosa dell’Iran, mentre lì vicino, su quelle stesse, montagne, due ragazze vogliono proiettare sul telo di un cinema ambulante la pellicola che, nel 1978, era in programma al disgraziato cinema Rex di Abadan (The Deer, Gavaznha in farsi, titolo fondamentale della New Wave iraniana diretto da Masoud Kimiai con il divo Behrouz Vossoughi, e tutt’altro che accomodante verso il regime dello Scià). Ancora: Mokri ci mostra su uno schermo tv il fim di un regista americano del muto ossessionato dal fuoco che girava solo storie di incendi. Non bastasse, i quattro attentatori fluiscono senza soluzione di continuità tra ieri e oggi, da ieri a oggi, mentre assistiamo alla loro preparazione di un attacco incendiario che è nello stesso tempo di ieri e di oggi. Se in molti passaggi la cerebralità e autoreferenzialità dell’operazione prende il sopravvento sul racconto, Mokri riesce comunque a tenerci in tensione per tutto il film giocando sulla possibile o impossibile ripetizione del massacro. Ci sarà un altro attentato come allora? O sarà inesorabilmente lo stesso di allora perché ogni barriera temporale è stata abbattuta? O la ri-messinscena della strage attaverso questo complicato incastro riuscirà a riscrivere la storia e a cancellare e modificare il passato? Coazione a ripetere o, al contrario, fuoruscita dalla coazione attraverso la ripetizione rituale dei fatti? E ancora, e soprattutto: si può riscrivere la storia, cambiare quanto è avvenuto, attraverso il cinema? In una film così volutamente criptato si potrebbero anche intravedere obliqui messaggi politici, individuare un’accusa al fanatismo sempre presente, mai domato, in Iran.
Non si può non pensare di fronte a Careless Crime alla verità continuamente riesumata e evocata e insieme decostruita e vanificata del seminale L’anno scorso a Marienbad di Alain Resnais o ai film più arditi di Hong Sang-soo sospesi tra stora e sua simulazione. Accolto perlopiù malmostosamente come un  gioco inerte, narcisista e onanista, ma anche adorato da un non così esiguo drappello di critici e spettatori, Careless Crime ci mostra quello che un festival oggi deve fare, che sia in presenza o in digitale (meglio in presenza). Scommettere, mettersi e metterci in gioco, urtare la media sensibilità con visioni che spingano più in là nostra soglia di percezione (e di elaborazione). Intanto, si celebri un altro film importante dall’Iran.
Nota: torna anche qui, come nell’iraniano del concorso Khorshid, la questione evidentemente bruciante nel paese della tossicodipendenza.

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