Film stasera in tv: LETTERE DI UNO SCONOSCIUTO di Zhang Yimou (dom. 18 ottobre 2020)

Lettere di uno sconosciuto (Coming Home), un film di Zhang Yimou, 2014. Rai Storia, ore 21:15, domenica 18 ottobre 2020.
Lettere di uno sconociuto (Gui Lai – Coming Home), un film di Zhang Yimou. Con Gong Li, Chen Daoming, Guo Tao, Zhang Huiwen.
Parte bene, questo film di colui che è stato il maggior regista cinese (Lanterne rosse, La storia di Qiu Ju, ecc.), raccontando i tempi bui della rivoluzione culturale e della Banda dei quattro. Poi però svolta in un melodramma familiare pericolosamente simile alle novelas messicane. Uno shock vedere Gong Li nella parte di un vecchina pigolante e smemorata.

295819d990de1d2004896f029c02df61Recensione che risale al Festival di Cannes 2014, dove Lettere di uno sconosciuto fu dato fuori concorso con modesto successo e scarsissima eco. Non mi piacque per niente. Oggi, sei anni dopo, sarei meno tranchant e, adesso che passa in tv appropriatamente su Rai Storia, mi sento di consigliarne la visione riconoscendo a Zhang Yimou, al di là della ruffianaggine mélo abbondantemente profusa, un certo coraggio nel raccontare il periodo buio della Banda dei quattro, della cosiddetta rivoluzione culturale, delle rieducazioni forzate imposte dalle Guardie rosse. E per un filmmaker più volte sospettato di collisioni e collusioni con il regime non è poco. Ecco quanto ho scritto allora, primavera 2014, di Gui La/Coming Home, diventato da noi Lettere di uno sconosciuto.

La parte migliore, la più divertente e l’unica sopportabile di questo brutto film made in China, è tutta all’inizio quando la figlia aspirante ballerina prova insieme alle compagne Il distaccamento femminile rosso (o qualcosa di molto simile), opera-musical simbolo della Rivoluzione culturale e del dominio della Banda dei quattro. Opera, pare, direttamente ispirata dalla famigerata moglie di Mao, Chang Ching. È una goduria rivedersi il molto (involontariamente) camp balletto con giovani militanti, ragazzi e soprattutto bellissime fanciulle in fiore, che imbracciano fucili e son pronti a punire i traditori e sabotatori della gloriosa rivoluzione ultrarossa, in un delirio in cui i modi e gli stili della tradizionale Opera di Pechino vengono piegati alle esigenze propagandistiche dell’ultrarealismo socialista. (Esiste da qualche parte anche un film del Distaccamento femminile rosso, che qualche anno fa Enrico Ghezzi di tanto in tanto mandava in onda a Fuori Orario.) Purtroppo il resto di Gui Lai è tremendo, semplicemente. Siamo al terzo brutto film di fila dell’un tempo maestro del cinema cinese Zhang Yimou, dopo Sangue facile (strambo remake nella Cina dell’Ottocento del film d’esordio dei Coen) e il mai arrivato nei nostri cinema Flowers of War. A questo punto c’è da pensare che si tratti di decadenza e che il fin troppo eclettico regista, uno che ha fatto di tutto nella sua carriera attirandosi anche l’accusa di essersi messo al servizio del regime (per dire, ha curato pure la cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Pechino), il meglio l’abbia dato e che adesso ci tocchi solo il suo peggio. Si sperava che tornando a collaborare con la sua attrice-feticcio Gong Li come ai tempi belli di Lanterne rosse e La storia di Qiu Ju, ritrovasse la voglia di azzardare, rischiare del buon cinema, invece niente. Eppure l’inizio di questo Gui Lai – Coming Home sembra promettere qualcosa, ambientandosi ai tempi bui e fanatici della Rivoluzione culturale e parlandoci di uno di quegli intellettuali ‘borghesi’ mandati a rieducarsi in qualche landa desolata dell’inferno cinese. Si pensa a un film che scoperchi e ricordi e stigmatizzi la ferocia di quel periodo, invece no, è solo l’innesco di un melodramma di lacrime facili pericolosamente inclinato verso le novelas messicane e turche, e senza nemmeno le sfrenatezze e i succulenti eccessi che il genere consentirebbe. Dunque: il povero Lu Yanshi scappa dai campi di lavoro in cui i cupi cretinetti (le guardie rosse eran tutte giovanissime) della Rivoluzione culturale l’avevano rinchiuso e, tornato in città, cerca di riprendere contatto con la moglie (Gong Li) e la giovane figlia. Sì, proprio la ballerina che aspira alla parte protagonista del Distaccamento femminile rosso. Ovviamente l’occhiuta polizia, nonché il partito, avvertono la consorte di non incontrare né tantomeno aiutare il fuggiasco, sennò saran punizioni, ritorsioni e, per la figliola, l’allontanamento dalla scuola di danza. Si apre la contraddizione in seno alla famiglia. La madre vorrebbe, pur rischiando, soccorrere il marito, la figlia no, ambiziosa com’è non ha nessuna intenzione di mettere a rischio la sua futura carriera per un padre di cui manco si ricorda la faccia. Il pover’uomo verrà ripreso e rimandato al lavoro forzato e rieducativo. Qualche anno dopo, a Rivoluzione culturale finita e a Banda dei quattro scalzata dal potere, tornerà a casa. Ma ahilui molto è cambiato. La moglie, ormai ingrigita, soffre di amnesie se non di Alzheimer vero e proprio, e non lo riconosce, quanto alla figlia, lei l’ha allontanata da casa e non vuole più saperne, e presto scopriremo il perché. Riuscirà il pover’uomo a ricostituire la disastrata famiglia? Segue furioso mélo in cui si rischia di spargere calde, benché poco convinte, lacrime. Si resta basiti di come Zhang Yimou sovraccarichi di eccessi sentimentali e non arretri davanti a niente, nemmeno ai passaggi narrativi più ricattatori e rozzi. Cinema ruffiano e bolso che non osa niente e si limita a compiacere il suo pubblico di riferimento, che immagino anche in Cina femminile non giovane e non urbano. Gong Li è un colpo al cuore per chi se la ricorda bellissima e imperiosa, e un filo dominatrix, nelle sue migliori performance, e qui ridotta invece a fare la vecchina pigolante. Che non è, non sarà mai, la sua parte. Come spesso succede nei film cinesi che affrontano quel periodo della Rivoluzioine culturale, che siano allineati con ilregime o critici, i momenti di maggior godimento, prescindendo dalla drammaticità degli eventi, sono quelli le messinscene dei balletti rivoluzionari tipo Distaccamento femminile rosso.

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