Film stasera in tv: LA SCELTA di Michele Placido (merc. 21 ottobre 2020)

La scelta di Michele Placido, Rai Movie, ore 21:20. Mercoledì 21 ottobre 2020.
Recensione scritta all’uscita del film.
lascelta_2_20150304_2074732212lascelta_30_20150304_1294153417La scelta, un film di Michele Placido. Tratto da L’innesto di Luigi Pirandello. Con Raoul Bova, Ambra Angiolini, Valeria Solarino, Michele Placido, Manrico Cammarota, Monica Contini.
lascelta_10_20150304_1849847657Laura e Giorgio sono (mediamente) felici. Unico problema, il non riuscire ad avere un figlio. Poi lei subisce uno stupro, e resta incinta. Di chi è il figlio? Mica per niente questa trama di identità cangianti e incerte viene da Pirandello. E però è tutta attuale la questione, che da La scelta trapela, di cosa siano la maternità e la paternità. Fino a ieri un assoluto naturale, adesso oggetto degli interventi selvaggi della tecnobiologia. È questo a rendere interessante il film al di là dei suoi limiti. Voto 6,5
lascelta_11_20150304_1174348095Che strano film. Che strana idea quella di prendere una remota, e non delle più note e frequentate commedie di Pirandello, L’innesto, e trasportarla nell’oggi ricavandone questo La scelta. Eppure l’intuizione di Michele Placido, regista, co-sceneggiatore e anche attore in un ruolo collaterale ma non senza significato, si rivela alla fine non così peregrina, se non proprio vincente. In questa storia che probabilmente in origine si configurava come l’ennesimo, uno dei tanti, astratti teoremi pirandelliani sulle identità cangianti e inafferrabili, risuonano a vederla adesso parecchi echi attuali, attualissimi, della questione paternità e maternità. Di quanto di biologico e/o culturale vi sia nell’una e nell’altra. Di cosa sia un figlio, se un prolungamento genetico di sé o il puro risultato di un’educazione, di influenze ambientali. Questione oggi portata al calor bianco dalle frontiere nuove esplorate e anche ampiamente varcate dalla cosiddetta fecondazione assistita, la tecnoscienza della vita in provetta.
Siamo a Bisceglie, in uno scenario ancora una volta gentilmente messo a disposizione da un’Apulia Film Commission che ormai gareggia in attivismo con l’un tempo irraggiungibile Piemonte Commission. Laura e Giorgio sono una coppia ancora giovane, che si vuol bene e con un solo cruccio, il non aver avuto ancora un figlio, il non riuscire ad averlo. Lui, brav’uomo, manda avanti uno di quei locali fighetti e modaioli – con tanti prodotti del ‘territorio’, salumi marmellatine e quant’altro – che si ritrovan dappertutto nei piccoli paradisi turistici italiani, lei istruisce un coro di ragazzini al locale conservatorio. A far da controcanto alla loro vita pacata, quietamente triste, la sorella di lei, spirito bizzarro e anarcoide che convive allegramente con un marito e un amante, e due figli dalla paternità non così certa. Poi, il fattaccio. Laura, mentre cammina in una zona degradata della città, subisce uno stupro. Non denuncia, non dice, non ne parla, tantomeno con il marito. Finché non scopre di essere incinta. Già, ma di chi è il bambino? Di Giorgio, dopo anni e anni di tentativi andati a vuoto, o dell’uomo che l’ha violentata? Il film indaga la progressiva sconnessione di Laura, impossibilitata a trovare una ragione in quel che sta vivendo, lo scollamento tra lei e Giorgio, che intuisce (tardivamente) quanto è successo e le chiede di sottoporre il feto al test del dna per accertarne la paternità. In fondo, potrebbe trattarsi, per usare la brutta lingua tecnobiologistica di oggi, di un caso di fecondazione eterologa, di gravidanza con sperma estraneo alla coppia, anche se non di un donatore ma di uno stupratore, e non certo mediante provetta.
Il film ha vistosissime carenze, soprattutto nella seconda parte, piena di lungaggini e ristagni e zone morte dove l’azione e la progressione drammaturgica si impantanano nel niente, con i due protagonisti – Raoul Bova e Ambra Angiolini – costretti ad arrangiarsi e a recitar sofferenze e tribolazioni interiori per sequenze infinite e primi piani che stroncherebbero anche Meryl Streep. Con dialoghi che si pretendono profondi e sono solo esteriormente, goffamente mélo, sfiorando l’imbarazzante e il ridicolo. E però. Però La scelta, nonostante i suoi difettacci evidenti, ha quel nucleo forte, incandescente, lancinante che riesce a turbarci, quel suo interrogarsi e quel suo costringere noi a interrogarci su dove stia andando quella cosa ieri assolutamente naturale e oggi tecnologizzata che è la procreazione, e dunque anche l’essere madri e padri, l’essere figli. Che, credo, sia di questi tempi, qui e ora, la questione fondamentale, la madre di tutte le questioni. Allora, massimo rispetto per Michele Placido che con un film fuori dalla medietà prende di petto la faccenda e osa mostrarcela in forma di romanzo popolare. Che poi, Placido vero regista è, e anche se qui non ripete il sublime risultato di Romanzo criminale ancora una volta sa essere narratore robusto, di una visceralità mediterranea e sud-italiana. Per lui la Puglia è la piccola patria da amare, e non solo un fondale-cartolina servito dalla Apulia Film Commission, e basti vedere come filma la Bisceglie vecchia, o la campagna, come sa estrarne ed esaltarne la concreta carnalità e materialità, le bellezze ma anche il disfascimento, per capire che siamo distanti dai tanti film visti ambientati da quella parti o un po’ più giù, in Salento (esempi: Latin Lover e Allacciate la cintura). Anche stavolta i suoi personaggi non sono esangui figurine, ma sempre corpi e menti grondanti passioni e umori, squassati dal di dentro. E nelle esitazioni di Giorgio, nella sua incapacità di accettare quel figlio che forse non è suo, Placido immette molto della psicologia maschile oggi bollata come tradizionale e vetero-maschilista, e vista con unanime sospetto. Psicologia, forma mentale che lui non demonizza, e che invece rispetta, conoscendola, da uomo del nostro Sud, dall’interno. È questo, sono cose così, sono l’impeto e la sincerità di Placido, a fare di La scelta un film che merita di essere visto.

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