Film stasera in tv: GREEN BOOK di Peter Farrelly (merc. 17 marzo 2021)

Green Book di Peter Farrelly, Rai 1, ore 21:25.
C’era un tempo, neanche così remoto – già, non era il tempo delle guerre del Peloponneso e nemmeno delle Crociate o delle conquiste di Carlo Magno: erano gli anni Sessanta del secolo scorso – in cui ancora vigeva nel profondo sud degli Stati Uniti l’apartheid. La segregazione sulla base del colore della pelle. Posti separati sugli autobus per gli afroamericani, latrine pubbliche altrettanto distinte, e via così, tracciando linee di demarcazione visibili e invisibili tra maggioranza perlopiù wasp e minoranza, per quanto ampia, di radici africane. Ecco, nella mappa di quella vergogna – alla quale oggi si stenta a credere e che ci appare più come una distopia finzionale che un elemento dell’ordine del reale – trovava posto anche un libretto verde che, a uso degli afroamericani capitati negli stati segregazionisti, indicava quali luoghi fossero loro permessi e quali interdetti, con relative regole di comportamento.
Della purtroppo irrinunciabile guida si munisce Don Shirley, squisito pianista afroamericano di gran successo a New York – abita come il fantasma dell’opera o del palcoscenico sopra la Carnegie Hall, in un appartamento principesco – allorché si appresta a affrontare un tour nei rischiosi e razzisti stati del sud profondo. Lo accompagnerà Tony Lip quale autista, assistente tuttofare, pure bodyguard alla bisogna, anche perché nel ramo lui si è specializzato avendo lavorato come buttafuori in un club di Manhattan. E la strana coppia è formata. Ma l’intesa fatica a instaurarsi, Don si comporta con il driver come un altezzoso monarca, il driver non nasconde a sua vota i suoi pregiudizi e le insofferenze di maschio bianco italico verso quell’afroamericao che gli è padrone e datore di lavoro. Pure omosessuale, cosa che al macho Tony di origine e forma mentis mediterranee poco garba. Naturalmente, come vogliono sia le regole del genere ‘strana coppia’ che quelle del buon cinema civilmente impegnato e teso all’edificazione del publico globale (difatti successo negli Usa come nel resto del mondo, anzi la gran parte degli incassi Green Book li ha realizzati sui mercati stranieri), i due troveranno una complicità inossidabile quando insieme dovranno affrontare la dura realtà della segregazione. Un perfetto e compunto film sulla diversity, come ormai impongono i codici del politicamente ultracorretto dalle parti di Hollywood, tant’è che agli Oscar 2019 è stato trionfo: migliore film dell’anno (esagerati!), migliore sceneggiatura non originale (era proprio il caso?), migliore attore non protagonista e qui nin si può che concordare: Mahershala Ali è meraviglioso e maestoso nella sua regalità black e se lo merita tutto il secondo Oscar in due anni dopo quello del 2017 per Moonlight. Solo nomination iuvece, categoria migliore attore, per l’adorato Viggo Mortensen, che qui fa l’italiano buro e duro di Broccolino però di buon cuore come ormai un attore italiano non saprebbe più fare. Green Book è un monumento alla medietà, al mainstream, allo spirito del tempo, alla sensibilità (che si vorrebbe) dominante verso ogni diversity. Un prodotto impeccabile e inevitabilmente troppo astuto, una macchina da premi perfettamente funzionante, anzi – nel suo accorto dosaggio di buoni sentimenti, engagement, indignazione – il modello di quel che ha da essere oggi un film da Oscar. Quasi una esemplare case history da studiare nelle (troppe) facoltà in cui si studia e insegna cinema. Che a dirigerlo sia stato uno dei fratelli Farrelly, sì quelli delle commediacce tipo Tutti pazzi per Mary, conferma quel motto, non ricordo di chi, di massimo cinismo e altrettanto massimo realismo: incendiari da giovani, conservatori da adulti (Green Book è un film conservatore nonostante il ‘progressismo’ dei contenuti per la sua intima cautela, per come nella sua forma cinema nulla azzardi e nulla rischi).

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