Fescaaal – Festival cinema africano Asia America latina: recensione di LE MIRACLE DU SAINT INCONNU di Alaa Eddine Aljem

Dal 20 marzo è in corso la trentesima edizione del Fescaaal, il Festival del Cinema africano, Asia e America latina, di Milano, stavolta, inevitabilmente, online (si conclude il 28 marzo). Con un programma che apre molteplici finestre su cinematografie non così frequentate (sul sito tutte le indicazioni per abbonarsi e vedere in streaming i film su MyMovies) e titoli che è difficile reperire anche sulle piattaforme più cinefile. Sicché occasione da non perdere. Tra i film consigliabili anche il marocchino Le miracle du Saint Inconnu (Il miracolo del santo ignoto) di Alaa Eddine Aljem, inserito nel Concorso Finestre sul mondo: film già proiettato a Cannes 2019 alla Semaine de la Critique. Ripubblico la recensione scritta allora.
Le miracle du saint inconnu (Il miracolo del santo ignoto), un film di Alaa Eddine Aljem. Con Younes Bouab, Salah Bensalah, Bouchaib Essamak, Mohamed Naimane, Anas El Baz. Visibile su Fescaal-MyMovies fino alle 23:59 di domenica 28 marzo.
Il film marocchino che ha aperto il concorso della Semaine. Un ladro seppelisce il malloppo costruendoci sopra (per meglio depistare e rendere il punto riconoscibile) una finta tomba. Ma quando andrà a recuperare i soldi trova un piccolo mauseoleo: il tumulo, ritenuto di un sant’uomo sconosciuto, è diventata luogo di pellegrinaggio. Un film che parte come una vecchia commedia all’italiana – diciamo I soliti ignoti – per poi svoltare in affresco etnografico di una comunità. E non sempre i due registri si amalgamano. Voto 6 e mezzo
Primo film in concorso della Semaine, la rassegna parallela e indipendente dal festival organizzata dai critici francesi. Dalla quale sono uscite nel corso del tempo cose importanti (l’anno scorso il vincitore Diamantino e il gay-movie Sauvage). Espace Miramar, la sala della Semaine in fondo alla Croisette altezza Hotel Martinez, era strapiena ieri mattina di stampa di ogni dove e pubblico prevalentemente francese competente e appassionato. Film marocchino (ma produzione internazionale a forte partecipazione parigina) accompagnato qui dal suo giovane regista e dal cast al completo. Opera di sicura professionalità, ma sbilanciata tra i suoi due registri, a volte compatibili e spesso no, di commedia e di indagine culturale ai limiti dell’etnografico, non senza una certa pretenziosità, un sovraccarico formalistico e stilistico che rischia di impiombarne la pur acuta e bene articolata narrazione. Si parte nei toni del noir e crime brillante, con un giovane ladro inseguito dalla polizia e costretto a seppellire il malloppo in pieno deserto, alla sommità di un colle di roccia e polvere bionda. Per meglio depistare allestirà il punto come una tomba. Finirà in prigione ma, uscitone anni dopo, andrà subito a recuperare il grisbi, come abbiamo visto in infiniti altri film. Solo che quella finta tomba, creduta dal popolo di un sant’uomo dal nome ignoto, è diventata un piccolo e venerato mausoleo meta di pellegrini in cerca di guarigioni e altri miracoli. E allora, come recuperare i soldi visto che il santo luogo è sorvegliato giorno e notte e assai frequentato? Fino a questo punto ci troviamo nel territorio della commedia tra Soliti ignoti e Operazione San Gennaro, poi però il film svolta verso il ritratto di una comunità, di un piccolo mondo remoto bloccato nella tradizione benché percorso sotterraneamente da tensioni al cambiamento. E la promettente trama del ladro beffato si svela essere solo il pretesto per penetrare in quel mondo e svelarne gli anfratti. Lo sguardo del regista si allarga ad altri personaggi – il giovane medico appena arrivato dalla città e il suo infermiere tuttofare, un contadino colpito dalla siccità e il figlio ansioso di lasciare il villaggio e la miseria, il custode del mausoleo più legato al suo cane che al suo stesso figlio, il barbiere-dentista, in un intrico di figure dominanti e secondarie, di trame e sottotrame che si trasforma man mano in affresco. Il film è colmo di invenzioni narrative e di grazia, di un’ironia che non si fa mai sberleffo greve dei suoi personaggi. Il Marocco remoto è restituito fedelmente e dall’interno, senza esotismi, senza quello sguardo orientalista (cfr Edward Said) che ammorba tanto cinema europeo e americano sul mondo arabo. Con una magnificenza visiva che ricorda Timbuktu di Abderrahmane Sissako. Peccato che l’ossessiva ricerca di una forma smagliante e mondata di ogni ogni macchia finisca con il togliere al film la sua carica iniziale di commedia immediatamente godibile. Di questa estenuazione figurativa soffre anche il ritmo, assai blando, con il risultato di scoraggiare anche lo spettatore meglio disposto. Risultato buono, ma al di sotto del talento dispiegato. Se solo il giovane regista avesse creduto di più nella sua capacità di divertire. Finale con colpo di scena assai prevedibile e replica di tanti altri finali di noir-con-rapina (non dico di più, ovvio).

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