Film-capolavoro stasera in tv: LA DOLCE VITA di Federico Fellini (dom. 4 aprile 2021)

La dolce vita di Federico Fellini, Cine34, ore 23:40. Domenica 4 aprile 2021.
AHY8TAla-dolce-vita-immagineLa grande bellezza sorrentiniana è (è stata negli anni Dieci) davvero la nuova Dolce vita, un Fellini reloaded e refreshizzato? L’hanno pensato in tanti, in tanti l’hanno scritto, in tanti hanno negato, in tanti han tenuto per sé il cattivo pensiero quasi vergognandosene, forse perché diventato nel frattempo luogo comune, comunissimo, fino a svuotarsi di qualsivoglia significato. E però stasera Cine34 riprende quella vulgata e la prende seriamente, concretizzandola con la messa in onda in prime time La grande bellezza (ore 21:04)  e a seguire, quasi a mezzanotte notte, l’immarcescibile capo d’opera di Fellini che a sessant’anni di distanza non ha perso niente dela sua forza e del suo porsi come trattato in forma narrativa di antropologia itaiana. Che la diputa scoppiata all’apparire di La grande bellezza ricominci sperndo che i molto haters di Sorrentino non esagerino in livori e vekeni (ragazzi, fa male in primis alla salute vostra mettere in circolo tutte quelle tossine). Intanto, ripropongo scheda (corposa) di LDV.
Che dire di un film così? Intendo, così smisurato, così raccontato, così celebrato. Meglio lasciar la parola a Martin Scorsese, che ne ha curato a suo tempo il restauro. «È un film che ha cambiato tutte le regole. I film si dividono tra quelli che vengono prima e quelli che vengono dopo. Ha portato un cambiamento nella società e nel cinema. Fino agli anni ’50 e inizio 60 c’erano grandi film epici come Ben Hur o Spartacus, o fantastici come Il giro del mondo in 80 giorni, insomma grandi film per famiglie. Nessuno si era mai trovato di fronte a questa intensità morale, all’intelligenza, alla maturità di un film come La dolce vita. Cambiava la scena del cinema commerciale in tutto il mondo». Visto oggi, appare uno dei più vitali di Fellini, mentre altri suoi sono datatissimi Per niente trasgressivo. Anzi l’aspetto più caduco di La dolce vita è proprio il moralismo e la sentenziosità con cui guarda a ciò che mette in scena, ovvero lo scatenamento dei sensi e più in generale dell’Es (istinto di morte compreso). Scatenamento che nasce dall’incontro-scontro tra due culture opposte, dalla faglia che si apre nella Roma in superficie cristiana, ma nel fondo pagana, tellurica, demoniaca, quando su di essa cala il divismo sregolato e senza freni degli uomini e donne della Hollywood peccatrice.
La dolce vita è uno snodo. Ed è l’apogeo del cinema italiano, allora il migliore del mondo e una potenza in grado di contrastare le produzioni americane su molti mercati (Europa, Sud America, Medio Oriente). Anno mirabile, quel 1960, per il nostro cinema. Uscirono oltre a La dolce vita anche Rocco e i suoi fratelli, L’avventura e La ciociara. Da vertigine. Intanto, ri-godiamoci stasera Marcello Mastroianni che ci guida, come un Virgilio cinico e spossato dentro i cunicoli di Roma la Grande Meretrice, tra scarse vitù e molti vizi privati, in un racconto-accumulo di frammenti, episodi, trame e sottotrame, personaggi che appaiono e scompaiono. Un film labirinto, con quell’Anita Ekberg nella fontana di Trevi a gridare nella notte “Come on, Marcello, come on!”. Con la visita nei palazzi della nobiltà nera e debosciata. Con l’orgia che prefigura tuttti gli anni e i decenni di rivolgimenti sessuali a venire. Con il suicidio dell’intellettuale disgustato dalla deriva etica di massa. Con il gran finale dei sopravvissuto al festino a guardare inorriditi il pesce-mostro arenato sulla spiaggia. La dolce vita, un pezzo di storia del cinema, senza esagerazione. Palma d’oro a Cannes 1960.

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