Film stasera in tv: LOVING VINCENT di Dorota Kobiela e Hugh Welchman (mart. 13 aprile 2021)

Loving Vincent, film animato di Dorota Kobiela e Hugh Welchman (2017). Rai 5, ore 21:15, martedì 13 aprile 2021.

Incredibili incassi in tutto il mondo, dagli Stati Uniti all’Italia( dove, pur in distribuzione limitata, si oltrepassarono i due milioni), per un fim animato non dedicato agli infanti, insomma non un Disney o un Disney Pixar. Invece animazione adulta per adulti – no, non in quel senso di ‘luci rosse’ – con grandi pretese, anche troppo evidenti, anche troppo programmatiche, di fare cinema d’arte attraverso l’arte. Trattando d’arte. Qui il content è Vincent Van Gogh, il pittore più spendibile su qualsiasi mercato e attraverso ogni possibile medium e piattaforma insieme a Caravaggio. Una superstar che non delude mai chi investe soldi su un film di narrazione che ne rievochi la vita, soprattutto i tormenti della parte finale, o su un documentario intorno a una sua mostra. Basta ricorrere al suo nome, un brand senza rivali nel settore, per far accorrere le folle a un evento. O al cinema, come in questo caso. Ma stavolta bisogna riconoscere ai due autori, la polacca Dorota Kobiela e l’inglese Hugh Welchman, di aver osato un approccio anomalo trasformando vita, calvario e morte di VVG in un film animato, in una serie incessante di tableaux in cui la grafica mima, replica, copia, riproduce lo stile del pittore, il suo uso materico del colore, i suoi soggetti ricorrenti e ossessivi.
Rievocare Van Gogh alla maniera di Van Gogh, un atto temerario, anche a rischio kitsch e manierismo. Perché credendo di mimarlo lo si banalizza sottraendogli ogni aura di unicità (il film rischia di stare alla pittura di VVG come le copie di un devoto dilettante agli originali). Ma il risultato, lo si deve ammettere, è spettacolare e perfino ipnotico, verrebbe da dire immersivo, ma è di quelle parole ormai inusabili. Grazie anche all’accortezza dei due autori di non fermarsi al mero gesto artistico, ma di supportarlo con un robusto storytelling in grado di reggere un lungometraggio.
Loving Vincent si presenta come un’inchiesta su quello che è stato archiviato come il suicidio di Van Gogh. Un Van Gogh che, dopo sei mesi trascorsi nella campagna di Auvers-sur-Oise, si ritrova stremato dall’isolamento, dall’insuccesso commerciale, dall’incomprensione degli esperti, da una disperazione senza causa cui viene dato il nome facile di follia. Il pittore si spara nei campi di Auvers: un colpo all’intestino che lo porterà nel giro di qualche ora alla morte. Questa almeno la versionee ufficiale, su cui da allora molti hanno espresso dubbi e riserve. Lo fa anche questo film, che suggerisce come le coe possano essere andate altrimenti.
Succede che il postino Joseph Roulin, più volte ritratto a Arles da Van Gogh come altri della sua famiglia, incarichi il figlio Armand di portare a Parigi una lettera lasciata dal pittore al fratello Theo, mercante d’arte. Sarà l’innesco dell’indagine: Armand scoprirà che Theo nel frattempo è morto e che molti restano gli enigmi intorno all’atto finale del fratello artista. Sicché eccolo raggiungere Auvers-sur-Oise, teatro degli ultimi mesi di vita di VVG, per capiure cosa sia successo. Incontra subito il dottor Gachet, che aveva ospitato e curato VVG per molto tempo, e la di lui figlia Marguerite, fedele vestale della memoria dello scomparso e forse innamorata di lui. Seguiranno altri incontri e altri ambienti, i tasselli si incastreranno a formare quadri sempre più vividi, in una sfilata di corpi, facce e caratteri che, da Gachet in avanti, erano già stati ritratti dallo stesso Van Gogh. Trattandosi di un thriller, per quanto non convenzionale, meglio non dire di più.
Non ci si annoia mai e la scelta furba del racconto giallo ce la fa a togliere pedanteria e pomposità all’operazione, a ripulirla dalla polvere dell’esercizio accademico. Lavoro pazzesco dietro le quinte (pare che ogni frame sia stato dipinto), esibizione di una tecnica sbalorditiva in cui si riconosce tutta l’enorme tradizione polacca, e centro- e est-europea, nell’animazione. Le fisionomie dei personaggi sono un ibrido tra i ritratti che ne fece Van Gogh e gli attori che danno loro voce nel film (il caso eclatante è quello di Saoirse Ronan come Marguerite Gachet).

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