Film imperdibile stasera in tv (e su RaiPlay): I RECUPERANTI di Ermanno Olmi – martedì 4 maggio 2021

I recuperanti di Ermanno Olmi (1970). Rai Movie, ore 1:10, martedì 4 maggio 2021. E su RaiPlay.
Un film di Ermanno Olmi, anche se dei più defilati e meno visti come questo, è sempre un’esperienza disintossicante dal troppo cinema (nostro e altrui) malato di ipertrofia, piacioneria, effettismo in circolazione. In I recuperanti – anno 1970, produce una mamma Rai assai incline a finanziare l’alta autorialità – il gran bergamasco torna all’ossigeno in purezza della montagna come in Il tempo si è fermato, ai panorami ampi e puliti, riproponendo con forza e senza compromissioni il suo cinema di rustica moralità e umanità. Olmi, insomma. Anche, un esempio del genere ‘ritorno a casa dalla guerra’ che in terra americana ha prodotto un’infinità di opere, da I migliori anni della nostra vita alle tante su reduci, e loro difficoltà di eisnetimento, da Vietnam, Corea, Iraq, Afghanistan, ma che ha avuto una sua stagione anche da noi nei tardi anni Quaranta. Questo Olmi gra ani Sessanta e Settanta lavora già sulla memoria, è già un film in costume, distanziato, con uno sguardo che non può più essere quello del testimone immediato ma ormai postumo, tardo, riflessivo e storicizzante. Anche, cinema epico benché sommessamente olmiano di gente qualunque coinvolta in un’impresa a alto tasso di rischio come il recupero sull’altopiano di Asiago di residuati bellici della Grande guerra, armi più o meno pesanti, soprattutto esplosivi.
Tornato a Asiago nel ’45 dalla disastrosa campagna di Russia, Gianni si ritrova, e siamo in pieno clima ‘coming home’, in una realtà cambiata. Il padre vedovo si è risposato con una ragazza molto più giovane, il fratello sta per emigrare in Australia sentendosi un intruso in famiglia, mentre lui, Gianni, cerca invano un lavoro decente per potersi sposare. L’unica occasione gli viene dal vecchio Du che lo introduce al lavoro del recuperante. Non tutto funziona bene. C’è un eccesso di narratività (il segmento quasi mélo con la fidanzata) che qua e là stride con l’osservazione documentaristica, da etnografo. C’è un eccesso di tipizzazione, con toni pericolosamente da commedia all’italiana (si potrà dirlo di Olmi?) nel personaggio del vecchio Du, estremizzato in un sorta di Long John Silver delle Alpi. Tutti interpreti non professionisti, ma se le facce e i corpi sono perfetti meno lo è il missaggio delle voci, dove si sente fin troppo il suono falso del doppiaggio di alcuni (non) attori. Poi certo ci sono l’incanto e la pulizia estetica che si fa anche morale che sono il timbro inconfondibile di Olmi e del suo cinema lontano da Roma. La sceneggiatura porta la firma, oltre che del regista, di Mario Rigoni Stern e Tullio Kezich.

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