Al cinema. Recensione: SESSO SFORTUNATO O FOLLIE PORNO di Radu Jude. Orso d’oro alla Berlinale 2021

Sesso sfortunato o folie porno (Bad Luck Banging ot Loony Porn), un film di Radu Jude. Vincitore dell’Orso d’oro alla Berlinale 2021. Con Katia Pascariu, Claudia Ieremia, Olimpia Mălai, Nicodim Ungureanu, Alexandru Potocean, Andi Vasluianu. Romania, Lussemburgo, Crazia, Repubblica Ceca. Uscito in sala il 29 aprile.

Dopo una serie impressionante di film belli, bellissimi, sempre importanti, da Aferim! a “I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians”, il rumeno Radu Jude finalmente vince un festival di prima fascia: è suo l’Orso d’oro della Berlinale 2021 (che si è svolta online nella sua prima parte tra l’1 e il 5 marzo per buyer e stampa: la seconda sarà in presenza a Berlino dal 9 al 20 giugno). Un film furibondo di sacrosanta furia, travolgente, irruente, pieno di indignazione verso le élite e i poteri del suo paese. Una professoressa è travolta dallo scandalo quando un pornovideo girato col marito finisce in rete. Sarà l’inizio delle avventure di Emi in una Bucarest già mascherinata per la pandemia. Un film-saggio, a tesi, brechtiano, didascalico, dimostrativo, ma grazie a Dio senza pesantezza e pieno di energia come una commedia balcanica. Con una struttura ardita (divisione in tre episodi tra loro diversi per forma-cinema adottata) eppure di massima godibilità. Unico limite: la fede (ancora! ma non siamo più negli anni Settanta!) nell’eros come forza sovversiva. Per il resto, opera grande e sincera di un signore che ancora crede nel cinema come mezzo per cambiare il mondo. Voto 7 e mezzo

foto Berlinale

foto Berlinale

Recensione scritta dopo la proiezione online alla Berlinale 2021.
Finalmente il rumeno Radu Jude, classe 1976, insomma secondo gli standard attuali poco più che un giovanotto (e del giovanotto assai vitale ha l’aspetto, la postura), ce l’ha fatta a vincere uno dei festival di prima fascia come la Berlinale. La Berlinale 2021 adattata al Covid quindi in forma ibrida e divisa in due tempi, il primo (1-5 marzo) online per buyer e stampa, il secondo tra un paio di mesi (9-20 giugno) in presenza a Berlino, e loro se lo possono permettere, nonostante le si suppone ancora obbligatorie prescrizioni in fatto di distanziamento, vista la quantità enorme di sale e posti a disposizione e la già ventilata apertura di arene nei vasti spazi di cui la città è disseminata (mica, sia detto per inciso, come a Cannes dove tutto si concentra nel claustrofobico Palais). Un’ascesa, quella di Jude, che ha trovato le sue resistenze e inciampi, nonostante l’autoevidente importanza dei suoi film, almeno a partire da Aferim! del 2016, pure quello dato alla Berlinale e uscitone solo con il premio per la migliore regia. Seguirà un buon piazzamento – premio speciale della giuria -, ma non la vittoria, a Locarno 2016 per il meraviglioso Scarred Hearts (Cuori cicatrizzati). Jude vincerà con quello che a oggi resta il suo capolavoro (sì, meglio di questo pur notevole Bad Luck Banging or Loony Porn), ovvero “Non mi importa se passeremo alla storia come barbari” (“I Do Not Care If We Go Down in History as Barbarians), nel 2018 a Karlovy Vary, che comunque resta nonostante la sua costante crescita un festival non di primissima fascia, e ci fu chi, come l’inviato in Cechia dei Cahiers du Cinéma, si chiese come un film di tale livello fosse stato ignorato da Cannes e Venezia. Per dire come il giovanotto Radu Jude abbia lavorato duro per salire uno dopo l’altro tutti i gradini festivalieri producendo molto e sempre a livelli inpressionanti. Oltre ai film già citati bisogna ricordare altri tre titoli suoi di questi ultimi anni, tre documentari, tutti imprescindibili: The Dead Nation (Tara Moarta), presentato a Locarno 2017, e l’accoppiata vista alla Berlinale 2020 nella sezione Forum e composta da Tipografic majuscul (Uppercase Print) e Ieşirea trenurilor din gară (Exit of the Trains), questo in collaborazione con Adrian Cioflâncă; il primo e il terzo trattano delle persecuzioni antiebraiche in Romania, il secondo di un caso di repressione del dissenso nella Romania di Ceausescu.
Concludevo così a suo tempo la recensione di Aferim!, e scusate l’autocitazione: “uno dei vertici di questa Berlinale, e possibile Orso”. Invece l’Orso, mancato allora (vinse il Panahi di Taxi Teheran), è arrivato cinque edizioni dopo e come faccio a non essere felice io che considero Jude uno degli autori maggiori su piazza (tant’è, altra autocitazione, da aver inserito Barbarians tra i migliori cento film degli anni Dieci). E lo sono, felice, anche se non considero Bad Luck Banging or Loony Porn la sua riuscita massima. Eppure è, sarà, il titolo che lo lo consacrerà definitivamente, non solo per l’Orso vinto – l’Orso se mai è il segno del suo potere di seduzione su giurie e pubblico – , ma perché possiede quella misteriosa qualità che trasforma un film in opera-simbolo del suo autore, nel suo brand, nel sigillo di una carriera e di un’identità cinematografica. Bad Luck Banging or Loony Porn, traducibile grossomodo come Una scopata scalognata ovvero Un porno stupido (certo che il titolo originale suona arcano, quasi fiabesco: Babardeală cu bucluc sau porno balamuc, con Jude in un’intervista a dirci come bucluc, sfortunato, sia parola turca trasmigrata nel lessico rumeno) è, in sintesi, un evento.
Più che nel ruvido impegno antiautoritario di cui Jude si fa portatore, più che nell’indignazione espressa contro ipocrisie e tare e tabe del sistema di potere del suo paese (questo è cinema che non teme di dichiararsi di battaglia), credo che la ragione del successo immediato e universale di Bad Luck Banging – già venduto in decine di paesi, Stati Uniti compresi – stia nel suo già famoso prologo, con il fattaccio che dà il via alle vicissitudini tragicomico-grottesche della protagonista Emi, seria, preparatissima e rispettata prof in una scuola per i meglio virgulti di Bucarest. Vale a dire un video porno in cui lei, Emi, scopa mascherata da felina con il marito scambiandosi quelle sporcaccionerie che le coppie bon ton non si dicono e loro invece sì, video che finirà in rete inguaiandola. Jude non nasconde niente optando per il graphic sex, genitali e penetrazioni e altre pratiche in bella vista. Non è la prima volta che il porno entra nel cinema d’autore, si pensi per stare solo in tempi abbastanza recenti al Von Trier di Antichrist e Nymphomaniac, ma la compenetrazione, l’amplesso tra cinema alto (intellettuale) e basso (genitale) conserva ancora una sua aura scandalistica e un certo appeal sulle platee. Che possono guardarsi un po’ di vero sesso senza vergognarsi, anzi con la coscienza pulita e tersa di chi assiste a un’Opera d’Arte. Era necessario che Jude aprisse con una simile sequenza? Gliel’ha chiesto l’Hollywood Reporter e lui: “È il centro del film. Se le altre parti hanno un significato, lo hanno in relazione a questa scena di apertura”. Difficile dargli torto, dal prologo hardcore discende tutto il tragitto drammaturgico del film. Che, mentre scorrazza non senza divertimento nel basso della corporalità, si propone come film-saggio zeppo di citazioni elevate, diviso dopo l’antefatto, neanche fosse uno Straub-Huillet dei più ostici e militanti, in tre capitoli, ognuno con un suo titolo quale segnaletica in aiuto del viandante-spettatore, e un proprio linguaggio filmico. Con un didascalismo che è puro Brecht, come neanche più Godard.
Ma per quanto si dia da fare nei cieli alti del citazionismo colto, nella cerebralità del brechtismo con tanto di siparietti e cartelli didascalici, Radu Jude resta pur sempre un cineasta diretto, frontale, materiale nel senso di corporale, alieno dalle sfumature e dai mezzi toni ma irruente e travolgente nel ‘portare avanti’ ciò che gli preme: la denuncia (ebbene sì, qua bisogna riesumare certi lemmi da cinema impegnato anni Settanta) delle peggio storture dell’establishment rumeno di ieri, l’altro ieri, di oggi, probabilmente anche di domani. Siamo al grido anarchico e libertario contro élite politiche, gerarchie religiose, caste varie cui si addossano responsabilità e ipocrisie, colpe e ignominie della storia nazionale (senza peraltro mandare assolto il popolo, spesso complice): l’antisemitismo diffuso e feroce, il disprezzo e le discriminazioni verso le comunità rom, l’alleanza con i nazisti tra fine anni Trenta e la seconda guerra mondiale, il patto trono-altare, l’intolleranza verso ogni minoranza, ogni differenza sociale e esistenziale. Sono anni che il regista lancia le sua accuse, almeno da Aferim! Con particolare attenzione, sacrosanta attenzione, all’antisemitismo, lui che per via del cognome Jude (che in tedesco, lingua diffusa anche lungo il corso del Danubio, significa ebreo) viene spesso considerato ebreo anche se non lo è (se ne parla in un illuminante pezzo del sito The New York Jewish Week, in cui il regista ricorda tra le altre cose di come, dopo aver denunciato l’Olocausto rumeno, sia stato additato da certi cospirazionisti come un burattino manovrato da Israele, dal Mossad ecc.). Già in Aferim! faceva dire a un esecrabile pope “gli zingari sono esseri inferiori, ma uomini. Gli ebrei non lo sono”, ma è il suo capolavoro “Non mi importa se finiremo nei libri di storia come barbari” (frase pronunciata nel 1941 del premier fascista Antonescu) a andare dritto al bersaglio, con il tentativo di una giovane donna di rimettere in scena oggi in una piazza di Bucarest, re-enactment che si fa teatro di strada, i massacri antiebraici prima in Transnistria poi nella Odessa occupata dai rumeni. Massacri cancellati dalla coscienza nazionale. Il tema riaffiora anche in questo film Orso d’oro berlinese, nella terza e ultima parte, allorché un signore, un militare, vaneggia e delira oltre ogni peggiore cospirazionismo di un Hitler manovrato dagli stessi ebrei (non voglio dire di più di una simile porcheria, ma vedendo il film potrete ascoltare l’intera esternazione).

Radu Jude (foto Berlinale)

In Bad Luck Banging però il bersaglio grosso di Jude è la sessuofobia delle gente perbene, categoria che sconfina anzi si sovrappone con le varie facce del potere rumeno: una casta che, suggerisce il regista, si metamorfizza, cambia mschera e travestimento a seconda dei regimi politici per restare nel suo profondo sempre la stessa, con gli stessi pregiudizi, la stessa intima avversione alla democrazia e alla libertà. Come se fossimo in certo Buñuel o nel cinema sovversivo, alternativista, pulsionale degli anni Sessanta e Settanta, ecco il desiderante a fare da angelo sterminatore dell’ordine costituito. Invece siamo a Bucarest, oggi. Un qui e ora sottolineato dalla mascherina antiCovid indossata da tutti (il progetto, ha detto Jude, risale a prima della pandemia, ma il tournage si è svolto in gran parte nell’estate 2020), il che trasforma Bad Luck Banging or Loony Porn in uno dei finora rari film in cui si respiri l’air du temps, la paura del contagio, con Jude abile a trasformare anche la faccia coperta non tanto in metafora (e meno male), se mai in elemento espressivo ulteriore, come emerge nell’ultima assatanata sequenza, un tripudio di maschere deformate, deformanti, grottesche, una carnevalata non si capisce se più opprimente o liberatoria.
Allora: prologo più tre capitoli. Del prologo si è detto, dei capitoli si va a dire. Nel primo – titolo: Strada cu sens unic (Strada a senso unico) – vediamo Emi, alle prese con lo scandalo del pornovideo girato col marito finito per sbaglio in rete e visto da colleghi, amici, dai suoi studenti, aggirarsi per Bucarest stando perlopiù al telefono in cerca di una soluzione al problema. Un vagabondare, un’erranza ripresa con sguardo documentario ma per niente neutrale anzi fortemente soggettivizzato che scaglia Emi, e noi con lei, nella Bucarest di oggi. Nel traffico nevrotico, nelle sue infinite stravaganze, nelle folli disquisizioni sul coronavirus (le scene in farmacia), in una geografia urbana ridisegnata dal kitsch di un improvviso consumismo, o ancora di edifici cadenti e sbarrati o arrogantemente moderni (mentre un cinema meraviglioso ormai destinato a altro uso, ridotto a presenza-assenza museale, viene feticisticamente ripreso dalla macchina da presa). È un pezzo di virtuosismo, questa promenade metropolitana, puro cinema benché costruito su scarni elementi – una donna che cammina e telefona, una città – che riescono a farsi narrazione picaresca e avventurosa, in una dialettica senza sosta tra l’umano e lo sfondo pietrificato e cosificato. Non diversamente da un altro bellissimo film, purtroppo non premiato, visto in concorso alla Berlinale 2021, What Do We See When We Look at the Sky? (Cosa vediamo quando guardiamo il cielo?) del georgiano Alexandre Koberidze, in cui la favolistica storia di un ragazzo e una ragazza fa da pretesto a un inesausto vagabondare per la città di Kutaisi, il secondo centro della Georgia dopo Tbilisi, con il paesaggio urbano – ma con una natura prepotente che circonda e spesso penetra all’interno della città – a farsi coprotagonista. Scusate il detour, e torniamo prontamente a Jude e al suo capitolo secondo, il più teorico, Mic dictionar de anedocte, semne si minuni, Dizionario minimo di aneddoti, segni e meraviglie dove si allineano e accumulano, in una modalità che ricorda l’ultimo Godard di The Image Book, documenti visivi della storia e delle ignominie rumene dagli anni Quaranta del secolo scorso all’era di Ceausescu. Ma anche – tutto infilato in ordine alfabetico e commentato da una voce fuori campo a colpi di citazioni illustri, si va stando almeno ai crediti finali da Cioran a Virginia Woolf a Walter Benjamin – volgarità, siparietti, insensatezze, pessimi esempi di pessimo gusto. E folgoranti annotazioni sui miti e riti e vezzi e vizi e tabù di un paese, di un popolo, in una specie di kabarett rabbioso e survoltato. I carriarmati nelle strade. L’inno delle fascionaziste Croci ferrate cantato da un gruppo di monache. Le violenze sulle minoranze Rom (e sulle donne, sui bambini). Il sesso prostituito. Con un Radu Jude sempre più indignato che non salva niente e nessuno (l’indignazione essendo la cifra di questo e di tutti i suoi film).
Ogni capitolo è un cambio di passo, l’adozione di una forma-cinema diversa, a rimarcare la libertà che, ancora più che nel suo lavoro precedente, il regista si concede. E a segnare il ripudio di ogni facile linearità, di ogni convenzionalità, in favore di un ibrido in cui ogni mezzo è consentito e utilizzato per denunciare e svellere ‘l’ipocrisia del sistema’. Il terzo e terminale capitolo –
Practica si apropourile (sitcom), Prassi e situazioni (sitcom) – è il più esplicito, quello che porta a compimento il discorso di Jude, attraverso la messinscena di qualcosa di simile a un processo in cui l’imputata Emi deve fronteggiare una platea composta dai genitori dei suoi allievi. Qualcuno sta dalla sua parte, altri esigono la sua testa, il licenziamento, ritenendola indegna dopo tanto scandalo di educare i loro rampolli. È l’occasione per Jude di scatenarsi in una galleria di mostri della nuova e eterna Romania, gente di chiesa e crocefisso, militari, borghese ottusi e sessuofobi, gente perbene dal fondo permale. È qui che lo sguardo del regista diventa spietato, che la sua carica denigratoria si fa parossistica, fino a saturare lo schermo di immagini convulse, corpi deformati e repellenti. Cinema magmatico, dove ogni sfumatura si perde, dove lo scontro tra il bene (l’eros come guerriglia e liberazione) e il male (la sessuofobia) prosegue fino all’ultimo atto, e non c’è pietà per gli sconfitti, solo pubblico ludibrio.
Qui Jude, attraverso la brillante autodifesa di Emi e gli interventi dei suoi sostenitori, accumula citazioni più o meno appropriate (da Thomas Kuhn a Hannah Arendt passando per Tacito), a rintuzzare attraverso un namedropping alto-culturale l’abominio e la rozza ignoranza dei nemici della professoressa liberazionista. Adottando uno schema di confronto-scontro di idee già sperimentato in
Barbarians – là a confrontarsi erano la protagonista e un funzionario comunale, un vero avvocato del diavolo – Jude mette in scena, e con più violenza, la versione contemporanea di una disputa medievale: confidando paradossalmente, lui autore di un cinema viscerale, materico, nella forza della parola. In un film tanto mirabile e di una sincerità e passione che ormai è raro vedere, a non funzionare, o a funzionare meno, è se mai l’abbastanza ingenua fede nel sesso come mezzo di liberazione di sé e del mondo. Ideologia che risale agli anni Sessanta del secolo scorso e che, almeno nelle smaliziate Europa occidentale e America, sembra ormai pateticamente datata. Chi mai oggi crede ancora nell’eros come rivoluzione, oggi che quella fiducia si è ribaltata nel sesso come consumo e merce? Forse in Romania è ancora necessario indignarsi contro i Grandi Repressori, forse ha ancora senso girare un film come questo, ma qui, in questa parte d’Europa sfiancata dal disincanto e dal nichilismo? Good Luck Banging or Loony Porn ricorda, grazie anche a vicinanze geografiche e culturali, certo cinema sessual-anarco-antagonista jugoslavo degli anni tra Sessanta o Settanta, quello per dire di Dušan Makavejev e dei suoi Un affare di cuore e Sweet Movie. Dove l’eros era reichianamente politica, pratica sovversiva, veicolo non solo del piacere ma dell’edificazione di una società altra. Una fede ingenua che è il vero limite del film di Jude, quello che gli impedisce di elevarsi a capolavoro e vertice del suo autore. Ma Bad Luck Banging sarà anche i lfilm che lo sdoganerà definitivamente quale autore di rispetto e allora che non lo si manchi, che lo si veda e applauda.

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