Al cinema. Recensione: THE HUMAN VOICE, regia di Pedro Almodóvar. Corto inglese

The Human Voice, un film di Pedro Almodóvar tratto da Jean Cocteau. Con Tilda Swinton. Durata 30 minuti. Al cinema dal 13 maggio 2021. Voto 5
(La recensione è in gran parte quella scritta alla Mostra di Venezia 2020 dopo la proiezione fuori concorso del film).

Il primo film in inglese di Almodóvar è un corto, come a dire ecco, è una prova, una tappa di avvicinamento a un qualcosa di più grande. Magari di nuovo con Tilda Swinton, signora del cinema d’autore chic e a questo Venezia 77 premiata per la carriera. Con critici perplessi e contrari a indignarsi perché più che un’attrice Swinton sarebbe un’immagine, una magnifica gruccia umana cui appendere outfit firmatissimi e ambizioni registiche. Naturalmente in questo La voce umana appare più che mai diva-divina, feticizzata, magrissima, androgina e eternamente seducente (e però la si era vista l’altr’anno in Souvenir di Joanna Hogg, quest’anno in giuria qui a Venezia, finalmente nel ruolo di madre seppure delle classi altoborghese-intellettuali). Pedro, ovvio, le carica addosso vestiti di quei colori pieni che sono la sua cifra estetica, la memoria visiva di una movida madrilena lontana però mai dimenticata né rinnegata (e matrice di ogni successiva baldoria di massa e assembramento per strade e locali con uso e abuso di alcol e droghe di ogni tipo anche in tempo pandemici), compreso un completo iperaderente rosso fiamma che solo lei può indossare senza sprofondare nel ridicolo.
Eppure, nonostante i nomi altisonanti in ballo, il regista, l’attrice, l’autore del testo teatrale d’origine Jean Cocteau (qui riadattato e contemporaneizzato), questo The Human Voice amglomadrileno non funziona per niente. Come se Almodóvar non avesse creduto davero in quel che aveva scritto a suo tempo Cocteau, un leggendario monologo per signora affranta e sola diventato nei decenni del Novecento pezzo di bravura per moltitudini di attrici ansiose di mostrare, sole in scena e senza rivali intorno, tutto il proprio valore. O il proprio istrionismo. Un Cocteau di cui resta versione di riferimento al cinema quella di Anna Magnani con la regia se ricordo bene di Rossellini.
La voce umana nasce probabilmente nella testa di Jean Cocteau come storia omosessuale, un uomo al telefono con il giovane amante che l’ha appena lasciato, e facile è immaginarne la disperazione, il rimpianto, la rabbia, il disinganno. I tempi – anno 1930 – erano quelli che erano e allora via ogni riferimento gay, lui diventa lei. Credo che il problema di chi ha messo in scena a teatro o in cinema il monologo sia sempre stato l’evitarne la staticità, riempire la scena, imprimere un qualche dinamismo a una performance per sola voce. Almodóvar di trovate rinforzanti ne immette anche troppe, da farci sospettare che non si sia fidato abbastanza delle parole di Cocteau. Già la scelta di Swinton è discutibile, altera com’è e così british si fatica a vederla travolta dalle pene d’amore, in ogni momento la sentiamo recitare, come se, brechtianamente distaccata, ci volesse ricordare che signora mia è tutto finzione, che il reale non abita lì ma da tutt’altra parte. E poi il signor Pedro de la Mancha aggiorna all’era degli smartphone, sicché il filo, che legava nel testo originario la protagonista a uno spazio limitato non è più in vincolo. Almodóvar, dopo un prologo in cui vediamo la sciura Swinton, attrice inglese a Madrid, comprare incongruamente un’ascia da un ferramenta, la fa parlare in vivavoce con l’ex sicché ha modo di muoversi libera nel suo appartamento: naturalmente in puro stile Almodovar, colori e coloracci, arte moderno-contemporanea alle pareti, quasi una replica della (vera) casa di Pedro vista in Dolore e gloria. Messinscena e finzione accentuate, oltre che dal recitar straniato di Tilda, dalla scelta di regia di mostrarci il set, in una sorta di Dogville-style. Purtroppo non ci interessa il décor, non ci interessano i movimenti di macchina a seguire la Swinton o le riprese dall’alto a svelare il set e a decostruire la messinscena, non ci interessa quella casa-non casa con le pareti e senza soffitto. Ci interessano (ci interesserebbero) solo lei, la donna senza più l’amato, la disoerazione, il goffo tentativo di suicidio. Testo che ha la squisitezza e la fragilità della bolla di sapone, fatto di sottili variazione sul tema dell’abbandono, che richiede solo un’interprete che ne restituisca pienamente il senso e il non detto. Purtroppo Almodóvar fa il contrario, annacqua il testo, lo depotenzia imponendogli una scenografia ingombrante e invadente, sciogliendolo in uno spazio troppo vasto. E Tilda Swinton, raggelata, sembra prestarsi al gioco senza troppa convinzione. E mi ritrovo a pensare: chissà cosa ne avrebbe ricavato Fassbinder.

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