Cannes 2021. Recensione: THE STORY OF FILM: A NEW GENERATION di Mark Cousins

The Story of Film: A New Generation di Mark Cousin. UK. 160 minuti. Special Screenings. Voto 6/7

Cineteca di Madrid (photo Mark Cousins)

(photo Mark Cousins)

Chi ha visto la sua monumentale A Story of Film – tutto il cinema dai Lumière e anche da prima fino all’anno Duemila raccontato e analizzato e divulgato in quindici episodi usciti in sala perfino in Italia- sa bene chi sia lui, Mark Cousins, il matto appassionato che ha osato una simile impresa totale nell’era del culto del frammento e del dettaglio infinitesimale sconnesso dall’insieme. Progetti che non si fanno più, con l’ambizione di racchiudere il sapere in un’opera che si immagina e si vuole definitiva. Lui, il matto Cousins, in età ancora assai giovane dunque si direbbe inadatta all’impegno di vastissimo respiro, ci ha invece provato, anche se con risultati non sempre così convincenti né tantomeno definitivi. Ma quei suoi quindici tomi filmici di un’ora ciascuno, monotematici, a volte anche assurdamente e capziosamente organizzati, li si è guardati volentieri per la massa di informazioni che ti riversano addosso e per il genuino entusiasmo dell’autore verso quella cosa che chiamiamo cinema.
Eccolo adesso qui a Cannes – dopo essere stato anche a Venezia qualche anna fa nel doppio ruolo di giurato e di portatore fuori concorso di una controstoria del cinema al femminile ove riesumava autrici conosciute (poche) e sconosciute (tante) però noiosa e ideologica e per niente paragonabile al suo brillante opus magnum –  a pre-aprire il festivàl con un nuovo capitolo. Forse il primo di una nuova encyclopédie, chissà, da cui certo trapela l’intenzione di sistematizzare e fornire un senso e una griglia interpretativa e una guida anche didattica al cinema magmatico (per il moltiplicarsi dei formati e dei modi di consumo, per l’irruzione delle tecnologie) della prima parte di ventunesimo secolo che abbiamo vissuto fino a oggi. Due ore e quaranta che pure passano senza ingenerare noia e senso di saturazione, sempre palpitanti e grondanti entusiasmo ma assai vagolanti, senza un centro e baricentro, incerti sul definre le cornici e le formule in cui incapsulare e classificare il cinema degli anni Zero e Dieci. Un lavoro che mostra, come l’opus magnum precedente, i meriti e i limiti di Mark Cousins, il suo approccio fin troppo soggettivo alla storia del cinema e alla critica. Per niente accademico, benché non manchi di mostrare qua e là, attraverso un voice over sempre presente dello stesso Cousins neanche fosse un docu naturalistico alla BBC-Attenborough, citazione e calchi e ricalchi e riusi di altre autorevoli voci e di voler mettere a punto un propria teoria del cinema. E però qui, e più che mai, quello di MC resta un approccio idiosincratico che sotto una sottilissima velatura teorica nasconde le scelte, le voglie, le passioni e pure i non-amori e disamori dell’autore. Questo non è il cinema della prima parte di secolo, è quel cinema secondo Cousins. Accettare o lasciar perdere, inutile lagnarsi.
Sotto etichette roboanti ma generiche e piegabili a mille usi (e abusi) tipo ‘espandere i confini del linguaggio cinematografico’ passa di ogni, soprattutto quello che piace a lui. Che molto spesso grazie a Dio è anche quello che piace a noi o almeno, restringo il campo, a me. Il meglio sta nelle curiosità, anche nell’aneddotica che il nostro Cousins (sempre giovane e giovanile, come s’è visto mentre introduceva in Salle Debussy il film con il direttorissimo artistico di Cannes Thierry Frémaux) riesce a scovare e raccontarci, in una sorta di gossip cinéphile che è l’esatto contrario della critica dei salotti buoni. Come non essergli grati quando ci ricorda, per dire, come in Adieu au langage il venerabile Godard ha realizzato il più folle e sgangherato dei 3D ricorrendo, con il suo direttore della fotografia, a sole due camere “bonne marché” utilizzate in modo bislacco onde simulare quello che secondo lui è lo sguardo strabico del (suo) cane. Altro che Holywood e i suoi budget,
Come sempre nei lavori che si vorrebbero enciclopedici e di sistematizzazione e “the best of” si notano, anche più delle presenze, le assenze. Fuori dal Cousins-pensiero su anni Zero e Dieci nomi maximi e consolidati e adorati, Malick, Paul Thomas Anderson, Jia Zhangke, David Lynch e si potrebbe continuare a lungo. Invece, una moltitudine di piccoli eppure enormi e già assai influenti film visti qua e là per festival maggiori e no, spesso mai usciti in Italia. Film che emergono dal mucchio secondo varie modalità, per bizzoso capriccio del signor Cousins, perché inseriti dall’autore in qualche (discutibile) categoria, perché  accostati, cortocicuitati con altri per analogie di forma, per consonanze di contenuti e tecniche adottate. Cortocicuiti a volte folgoranti e rivelatori, altre meno. Due ore e mezzo di immagiii che si rincorrono, si urtano, si incastrano, si parlano da vicino e da lontano, si ordinano secondo una ratio segreta e inconscia o si affastellano nell’anarchia. L’impressione alla fine del gioco è del rebelot, dell’accumulo compulsivo che molto ci mostra ma poco decifra e organizza. Eppure questo capitolo aggiuntivo di The Story of Film alla fine prevale su ogni nostra perplessità, resta una dichiarazione di amor fou al cinema, celebrato ni suoi vecchi formati e, non senza un bel po’ di retorica, nei nuovi, e dunque ecco finestre aperte sul cinema netflixiano, la VR, YouTube e, poteva mancare?, quello girato con l’iPhone (e naturalmente si ritira fuori il solito Tangerine di Sean Baker, che è tra l’altro in concorso a questo Cannes-Covid col suo nuovo film). Restano certe felici intuizioni, come quando Cousins si parla di cinema della lentezza come di un nuovo genere, e come dargli torto? Più ovvio l’abbattimento di ogni barriera tra alto e basso, tra cinema pop-blockbuster-di genere e autoriale. Sicché ecco stralci e tracce di film indie mescolarsi a colossi come Frozen o Black Panther. Certo son colpi al cuore certi film in questo blog assai amati, spesso trascuratissimi e ignorati e qui finalmente rimessi al loro posto, cioè nel meglio del cinema del terzo Millennio. Come Stray Dogs di Tsai Ming-Liang (e pure il suo esperimento in VR visto a Venezia), An Elephant Sitting Still di Hu Bo di cui si mostra una straziante sequenza, Midsommar di Ari Aster, Cemetery of Splendour di Apichatpong Weerasethakul[(da cui peraltro è tratta l’immagine-logo di questo blog), il fondamentale dittico, svolta nel documentarismo, di Joshua Oppenheimer sui massacri in Indonesia ai tempi del regime di Suharto The Act of Killing e The Look of Silence. Ritroviamo perfino, e chi mai l’avrebbe immaginato?, Abou Leila, un capolavoro del cinema tunisino (o algerino? adesso verifico: algerino in effetti), un Cuore di tenebra nordafricano visto non ricordo dove (Cannes? Venezia?).
Cousins apre con Joker, giustamente, e chissà se qui a Cannes saranno stati contenti di vedersi sparato su tutti gli schermi come emblema del cinema nuovo un Leone veneziano. Ma poi, in corso d’opera mark-cousinsiana, di Cannes se ne vede molto, comprese le due ultime palme, Affari di famiglia di Kore-eda e Parasite di Bong Joon-ho. Il cinema italiano? Solo due titoli passano al setaccio capriccioso dell’sutore di A New Generation e sono Lazzaro felice di Alice Rohrwacher (impropriamente accostato a Teorema di Pasolini, vabbè) e Suspiria di Luca Guadagnino storpiato in Guadaguinho, neanche fosse un centravanti brasiliano. Chissà cos’avranno detto tutti quelli che a Venezia 2019 lo demolirono.

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