Cannes 2021. Recensione: ANNETTE di Leos Carax

Annette di Leos Carax. Con Adam Driver, Marion Cotillard, Simon Helberg. Musiche degli Sparks (Concorso). Voto 8
Non è stato un travolgente successo – garbato eufemismo – questo Carax molto atteso dopo l’esito enorme e del tutto imprevedibile a un ormai lontano Cannes (2012 credo) del suo Holy Motors. Che non fu premiato, non entrò nel palmarès nemmeno in quegli slot di risarcimento tipo miglior sceneggiatura e premio speciale della giuria. Subito assurto però a oggetto di devozione cinemaniaca e risultato in infiniti polls tra critici e addetti ai lavori il più grande film del Terzo Millennio (a oggi). Non ho condiviso allora gli entusiasmi per HM spesso immotivati e sospetti di adesione gregaria ai gusti e ai comandi dei capibastone della critica, specie made in France, non condivido adesso la liquidazione con annoiata aria di sufficienza di questo Annette da parte di una larga quota dei recensori presenti a Cannes 74. Che poi, Dio mio, perché mai metterlo come evento di apertura costringendo un irregolare vero mica per posa o voglie social e instagrammatiche come Carax a starsene seduto per un’interminabile ora di cerimonia inaugurale, ovviamente imbustata e ingessata, oviamente intrisa di retorica tipo il cinema si salverà e ci salverà – se no che cerimonia sarebbe? (in un Cannes oltretutto che si pone come atto di rinascita del cinema dopo il Covid), in attesa che finalmente questo suo Annette passasse sullo schermo. Non c’ero al Grand Theâtre Lumière, me ne stavo a seguire rito celebrativo e film alla Salle Debussy, ma immagino che agli Stati Generali del cinema francese e non solo francese convocati per l’occasione in platea non sia risultata particolarmente gradita anzi imbarazzante proprio questa opera nuova del signor Holy Motors. Dunque, missione compiuta Monsieur Carax. Che a 60 anni alle prese con il progetto più costoso della sua vita (chapeau a Amazon che ci ha messo eroicamente i soldi) sa ancora fare benissimo il disturbatore, il non domabile, il mai domato, l’insoumis. L’autentico fuori norma e fuori media del cinema parigino. Che qui adotta la forma solo apparentemente tranquilizzante del musical, più americano e inglese che francese (anche se poi Demy non può non rispuntare in qualche modo), a sottolineare e potenziare la consistenza fantastica-fantasmatica anzi mitologica e forsennatamente antinaturalistica del suo fare cinema. Per raccontare il suo Scene da un matrimonio, la nascita e la fine di un amore impossibile – tutti gli amori sono impossibili sembra suggerire Carax anche se bisogna fingere di crederci – , e le conseguenze, i segni sul corpo e le anime anche quando paiono morti e invece continuano a prosperare e generare incubi e desideri e rimorsi in qualche zona oscura della psiche. Cosa ci può essere in comune tra l’uomo e la donna di questo film,  tra uno stand up comedian ovviamente oltraggioso e che alla parola contundente unisce un uso del corpo altrettanto aggressivo (si mostra in accappatoio da boxeur difatti e il suo ring è il palcoscenico, il publico l’avversario-belva da domare) come Henry e la soave, lunare Ann, cantante d’opera, casta diva di globale celebrità? Niente, anche se è l’abisso tra loro, l’incolmabile distanza, l’opposta polarità paradossalmente a unirli e farne una carne sola. Almeno per un po’. Perché se lei passa da un trionfo all’altro la fama di lui appassisce, tende all’estinzione, e dunque son tensioni e rivalità tra i due, o meglio da parte di lui (ogni riferimento a È nata una stella versione Cukor credo sia voluto). Intanto è nata una bimba, Baby Annette, non proprio conforme ai canoni di armonia fisica (si potrà ancora dirla un mostriciattolo, come uscita dal circo dei freak di Todd Browning?) e però amatissima da mamma e babbo. Il resto meglio non dirlo, ma ci sarano drammi anzi tragedie, Henry svelerà man mano il suo lato demoniaco mentre Ann si installerà sempre di più nella sua dimensione di eroina di assoluta purezza, aliena da ogni peccato terrestre, di idealtipo femminile. Intanto suonano e rombano le musiche e i canti approntati dai fratelli Ron e Russell Mael degli Sparks, band di pop per niente ortodosso di massimo successo negli Ottanta poi tenacemente rimasta fedele a se stessa con eclissi e ritorni fugaci alla gloria delle charts. Fino a questa scommessa con Carax per un musical per niente accomodato nelle convezioni del genere e invece puntuto, inquieto, punkeggiante per come si situa nel negativo, nel lato oscuro degli umani e del suo protagonista Henry (lei no, Ann resta un angelo, un’immacolata perfino nella sua vendetta). Questo film è puro cinema, sempre, anche nelle sue parti meno riuscite, anche nei suoi buchi neri, lacerazioni, incompiutezze, irresolutezze, smagliature. La passione tra Henry e Ann si fa storia di tutte le storie d’amore, archetipo e, nel fallimento, l’esito inevitabile di ogni amore.
Si parte come in una rom-com con musiche – alcune belle davvero, trascinanti e chissà se ce la faranno a raggiungere il successo di massa -, si continua in un Scene da un matrimonio in cui ci si fa del male pur volendosi bene essendo il bene a generare il male, si sfocia in un thriller con tanto di assassino psicopatico, si entra nell’universo del fantastico con scambi e andirivieni tra qui e l’oltreumano. Tutto è spettacolo, tutto è messinscena in questo Carax (in tutto Carax?), il reale non è altro che un’estensione dei fantasmi della mente, i due protagonisti si raccontano e si mettono a nudo stando sempre on stage (c’è sempre un pubblico che osserva giudica, ride, applaude, stronca, si infuria im questo film. E Annette è anche, nella sua seconda parte un film sulla debordiana società dello spettacolo, sull’exploitation del difforme). Momenti sublimi, molti. Le cavalcate notturne in moto. Le luci della città, delle città, a comporre una geografia della notte urbana tra Occidente e parecchio Oriente.
C’è qualcosa nel cinema di Carax che non c’è in nessun altro cinema oggi. Non tanto un certo surrealismo post-bunueliano come s’è detto da più parti, quanto un pendolarismo incessante tra il reale e il sogno, l’allucinazione. Echi del Fantasma del palcoscenico di De Palam, ovviamente del Fantasma dell’opera di Andrew Lloyd Webber, ma soprattutto, in my opinion, di tanto cinema di quel genio vero della visione che era Jean Cocteau, dei suoi Orfeo e Il testamento di Orfeo (già citato se ricordo bene in Holy Motors). Quanto alla coppia divistica Adam Driver-Marion Cotillard: lei compressa nel ruolo simbolo di una femminilità eterna, eterea poi tellurica. Sconfitta nel mondo di qui e trionfante in ogni altro al di là di questo. Ma il film è tutto di Adam Derver, colossale, in una performance mattatoriale fisica e mimetica che resterà negli annales. Peccato che Annette, così non conforme,  irriducibile al mainstream, non sia il vehicle ideale per la stagione dei premi, se no l’Oscar chi mai glielo potrebbe togliere? Intanto, signore e signore della giuria, visto che a questo Carax non assegnerete mai la Palma d’oro, almeno il premio per il migliore attore recapitatelo subito a lui, Adam.

 

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