Cannes 2021. Recensione: HA’BERECH (Ahed’s Knee) di Nadav Lapid

Ha’Berech (Ahed’s Knee) di Nadav Lapid. Con Avshalom Pollak e Nur Fibak. Concorso. Voto 8+
Più ci penso e più mi convinco che sia questo il grande film a oggi del concorso, insieme a Carax. Male accolto da un pubblico che non vuole pensieri, da una platea di critici che adorano farsi confermare nei loro giudizi e pregiudizi e rigettano ogni film troppo denso di interrogativi e avaro di risposte, troppo complesso e stratificato, urtante e urticante, sgradevole, straziato e disperato come questo dell’israeliano Nadav Lapid, già Orso d’oro a Berlino un paio di anni fa con uno dei vertici del cinema degli anni Dieci, Synonymes (apprezzato molto in Francia, ignorato in Italia: mai uscito in sala e nemmeno su una qualche piattaforma. Piallato via. Del resto, quale pubblico avrebbe mai trovato dalle nostre parti?). Regista rabbioso di un cinema rabbioso, Lapid. Un israeliano che già nel suo film rivelazione di una decina di anni fa, Hashoter/Policeman (visto a Locarno nell’era Père), si torturava e si faceva del male intorno a certe derive repressive, autoritarie, escludenti, degli apparati di ordine e disordine e sicurezza del suo paese. E che nel tempo ha trasformato quella rabbia in un cinema-invettiva volto a scoperchiare le secondo lui clamorose contraddizioni di un paese troppo gonfio di storia, di storie e di memorie per essere un paese comme les autres.
Già nello scandaloso (per le anime belle) Synonymes il protagonista rigettava la sua appartenenza israeliana, espatriava, rifiutava perfino la lingua ebraica per re-inventarsi un’altra identità, di un francese per scelta che parla ossessivamente solo francese. Già allora Lapid mostrava senza bende le sue piaghe al mondo, la sua sofferenza e insofferenza di cittadino che non si riconosce più nella polis di origine raccontando le vicissitudini a Parigi di un alter ego o avatar, perché tale era il personaggio interpretato da un travolgente e assai carnale Tom Mercier. E però qui in Ha’Berech si va assai più in là nell’attacco all’israelitudine. Con un main character che assomma in sé molto dell’ID del suo regista, un filmmaker come lui, come lui con una madre adorata e nome capitale del cinema israeliaao (la madre di Lapid è stata una fondamentake editor; quando morì qualche anno fa il figlio scrisse su di lei un meraviglioso pezzo sui Cahiers du Cinéma che varrebbe la pena ripescare e rileggere menre si riflette su questo Ha’Berech, titolo internazionale Il ginocchio di Ahed).
Mentre progetta di girare il suo nuovo film su Ahed Tamimi, una ragazza assurta per i palestinesi a simbolo di resistenza e opposizione dopo un video diventato rapidamente virale in cui la si vedeva prendere a schiaffi un soldato israeliano, subito additata dalla far right wing d’Israele come l’incarnazione del male e del nemico, il regista chiamato solo Y – tra i personaggi va detto più respingenti proposti dal cinema recente: Lapid non è certo uno che compiace il pubblico – si reca nell’Arava, la zona desertica che si insinua verso Eilat, estremo sud del paese, tra Egitto da una parte e Giordania dall’altra. Lì, presso la biblioteca locale, si conserva una delle poche copie disponibili di un suo precedente film, film di cui vorrebbe anche organizzare una proiezione per lo scarso publico del posto. A riceverlo è Yahalom, una giovane donna responsabile presso il Ministero della cultura di quea e altre biblioteche. Sarà attraverso di lei che scoprirà l’esistenza per chi voglia girare un film e accedere ai finanziamenti pubblici una forma di censura: il tema trattato dovà essere anticipato e spiegato dall’autore in un formulario, ci sono soggetti consentiti e incoraggiati (la daspora, la Shoah, l’esercito israeliano…), altri implicitamente interdetti. Ovvio che il progetto di Y cada nella seconda categoria. Il che scatena in lui la rivolta, la pulsione non resistibile a denunciare, a pubblicizzare quel documento che limità la libertà di espressione quale prova inconfutabile del peggio del suo paese, di cosa sia diventato Israele dopo decenni di governo della destra. E qui ci si dovrà pur porre la domanda che ai cultori del cinema come universo chiuso e autoreferente che niente deve avere a che fare con la Storia o con il fuori da sé, sembrerà volgare, cheap, sconveniente: che ne sarà di questo film di Nadav Lapid così violento nella sua accusa al proprio paese? Verrà adottato dai molti odiatori di ieri e di oggi dello stato ebraico, dagli antisemiti di vecchio conio e da quelli nuovi, dagli antisionisti tutti e strumentalizzato al fine di legittimare i loro peggiori pregiudizi? Sì, so bene che non è elegante porsi questioni del genere in una recensione festivaliera, che non si fa, ma io lo faccio. Senza trovare risposte.
Anche per questo ma non solo per questo Ha’Berech è a oggi il film più duro e spiazzante e davvero ribelle e non addomesticabile di questo Cannes. È l’abisso in cui si dibattono Lapid e il suo protagonista a turbarci davvero, è la loro rabbia disperata a scuoterci, a fare del film un oggetto necessario. Non sappiamo, non capiamo se Y sia accecato nel suo j’accuse al proprio paese da quella sindrome più volte indagata che si chiama odio del sé o perché straziato dai peccati di un Israele il cui peculiare status di stato-guarnigione, di stato in stato di assedio, ha finito con lo sviluppare nel suo popolo il rifiuto di ogni dialogo con il ‘nemico’. “Scappa, vai a New York, a Parigi”, gli dice al telefono un’amica. Nell’ultima parte il film si oscura, imbocca una diramazione drammaturgica inaspettata e davvero non calcolabile, trasformandosi in una ordalia in cui Y è costretto a andare al fondo di sé per decidere se sia il caso di proseguire nella denuncia trascinando nella rovina anche persone non colpevoli o addivenire a una seppure parziale, precaria conciliazione. Un dilemma etico che si fa potente tensione narrativa fino a assumere la forma di un thriller psicologico. Parte forse incongrua risetto alla prima, ma necessaria, senza la quale il character di Y resterebbe blindato nella propria unidimensionalità. Ma a rendere straordinario questo film è (anche) il linguaggio  adottato da Nadav Lapid. In un’estetica che cerca di tradure in immagini – dettagli che sembrano anticipare l’azione o suggerirla – il ribollire psichico di Y. Montaggio secco, chirurgico. Ritmo concitato (con momenti di stasi e contemplazione). Attenzione alle architetture, alle geometrie inscritte dagli umani nella primitività di quella parte di Sinai. Un cinema moderno anzi modernista, nudo, duro, senza orpelli né compiacimenti o bellurie. Ha’Barech si merita la Palma d’oro, ma è molto difficile anzi impossibile che gliela diano. E però dove trovare oggi un cinema che mostra le proprie lacerazioni, il sangue e il dolore, il furore e la disperazione come questo?

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